Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

 

da Alias del 4 novembre 2006

L'idra della sofferenza in una manciata di fogli
Una mostra a Parigi consacra l'artista Unica Zürn, compagna del surrealista Hans Bellmer, abile disegnatrice di anagrammi e esseri ibridi, morta suicida a soli 54 anni

di Giannina Mura

E' prendendosi una vacanza dalla scrittura che Unica Zürn (1916-1970) comincia a dipingere nella Berlino del secondo dopoguerra. Ex sceneggiatrice dell'Ufa guadagna allora appena da vivere scrivendo racconti fantastici e storie brevi per i giornali tedeschi. Ma la sua vocazione artistica trova autentica espressione e riconoscimento solo dopo l'incontro-colpo di fulmine con il surrealista Hans Bellmer (1902-1975), che raggiunse a Parigi nel '53.
Qui, dando vita a una singolare opera grafica e letteraria, divide con lui gli anni bui della miseria e quelli dei rari esaltanti successi. Qui, la celebra oggi il museo Halle Saint-Pierre presentando (sino al 4 marzo 2007) la sua prima retrospettiva francese. Poco più di un centinaio di disegni realizzati tra il 1954 e il 1970, quasi una mappa criptica del suo tormentato paesaggio interiore. Vi appaiono delicate figure femminili ornate di squame, millepiedi appuntiti, ibridi misteriosi volatili, vegetali rapaci, meduse, serpenti, sfingi, draghi bicefali, e altre incantevoli creature mostruose, spesso attraversate, o congiunte, da punti, coni, spirali e reticoli da cui si sprigiona una moltitudine di occhi. Come se il suo incessante scrutare "l'idra della sofferenza" facesse esplodere la visione artistica in una fantasmagorica fuoco d'artificio mentale, confondendo le chimere dell' archetipo collettivo con le sue ossessioni intime in enigmatiche filigrane all'inchiostro di china.
"Vidi immediatamente il suo notevole talento per il disegno automatico, sostenuto da una 'melodia' grafica senza rotture" dice Bellmer dei suoi primi disegni. Nonostante la ritragga nuda con il corpo nudo legato stretto in un ammasso di carne deforme (nella celebre Unica in copertina de Le Surrealisme, même, con l'eloquente didascalia "conservare al fresco"), l'artefice de la Poupée incoraggia sin dall'inizio la vocazione della compagna ( a differenza degli altri surrealisti, da Breton, che tenta di ignorare il talento pittorico della moglie Jacqueline Lamba per relegarla al ruolo di musa, a Yves Tanguy che non guarda mai i dipinti della compagna Kay Sage, pasando per Man Ray che non riesce ad accettare la libertà di Lee Miller).
E condivide con lei la passione per gli anagrammi. Lui paragona il corpo "a una frase che sembra invitarci a disarticolarla, affinché il suo vero contenuto si ricomponga in una serie di anagrammi senza fine" (Anatomie de l'image, 1957). In quest'ottica, la serie della bambola, Die Puppe (1953-1954) - descritta da André Breton a Paul Eluard come" il primo e unico oggetto surreale originale"- si rivela come una combinazione di anagrammi corporali: gambe, braccia, sessi, scorporati dalla loro funzione originale reincorporati in una nuova forma che sfida il comune senso del pudore per moltiplicarne le ambiguità.
Intanto i disegni di lei prendono la forma di anagrammi grafici, effetto collaterale di una trance dalla disperata vitalità. Appasionata della ricerca dei significati reconditi delle parole e dei numeri ( si aspettava di morire a 54 anni, poiché cinque più quattro fa nove, il suo numero magico), l'artista eccelle negli anagrammi letterari. Già nel '54 la galleria Springer di Berlino pubblica il suo volume Hexentexte (Scritti di strega): raccolta di dieci anagrammi e dieci disegni con postfazione di Bellmer.
Accolta con entusiasmo dal gruppo surrealista, partecipa con la sua opera alle esposizioni collettive del movimento (tra cui l'ultima grande mostra internazionale alla Galleria Cordier nel '59) e ha tre personali a Parigi ( per la mostra del '62, alla galleria Le Point Cardinal, Max Ernst comporrà una prefazione "cryptografica", qui esposta).
Determinante l'incontro con l'artista Henry Michaux, che allora sperimenta diversi allucinogeni al fine di carpire i segreti della coscienza. La partecipazione di Unica Zûrn a questi esperimenti sarebbe all'origine, nel '57, della prima di una lunga serie di crisi mentali che negli ultimi anni la costringono a numerosi soggiorni psichiatrici. Durante questi periodi che lei talvolta definisce "vacanze", Michaux le rende visita portandole fogli e colori affinché prosegua nella sua opera artistica.
Contribuendo involontariamente alla sua discesa nella fossa dei serpenti e offrendole gli strumenti virtuali per attraversarla "a mano armata", Michaux appare come l'uomo del destino che Unica evoca nel suo libro Der Mann im Jasmin (L'uomo dei gelsomini), sottotitolo: Impressioni di una malata mentale, pubblicato postumo nel '71 e definito allora da Michel Leiris "il libro più importante dell'anno".
Un'autobiografia fuori dai canoni, dove l'artista cortocircuita le figure dell'autrice, narratrice e protagonista, fondendo ad arte delirio e creazione, rappresntazione e realtà, per elaborare imperturbabili "cronache dall'interno", incursioni alla terza persona singolare nei territori della follia femminile.
Nella postfazione (1977) Ruth Henry, traduttrice francese e amica intima, dice di lei:"Aveva intuito che la fuga, il bisogno della malattia, della follia, costituivano il fondamento stesso della sua esistenza. Pure, assumendo un compito che si era autonomamente attribuita, è riuscita a trasporre la distruzione della malattia in qualcosa di costruttivo, in un'opera. Così facendo ha realizzato un'azione - un'azione vitale- che poi l'ha condotta 'verso l'antico paese incantatore della morte'".
Già. L'idea del sucidio, evocata pure nel breve Dunkler Frühling (1967), oscura primavera, rivisitazione erotica dell'infanzia, permea tutti i suoi scritti. Così, il 19 ottobre 1970, a 54 anni, uscita dalla clinica con un permesso speciale, si getta dal balcone dell'appartamento che divide con Bellmer (paralizzato da lunghi mesi), incapace di sopportare oltre la sua amara condizione, da cui la malattia mentale non è più fuga, vacanza, o pre/testo artistico ma, sempre più, ormai solo un'opprimente prigione. Da cancellare, come un disegno sbagliato, con un salto nel vuoto.