Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da "Il Manifesto" del 13 giugno 2004

Lo stile unico della libertà
«Oltre il velo», a Roma una mostra fotografica di Giuliana Sgrena

articolo di Mario Boccia


Foto capaci di comunicare, coerenti, piene di rispetto per i soggetti ripresi. Tra le troppe immagini inutili che arrivano dai fronti di guerra (di propaganda, costruite o piene dell'arroganza propria del fondamentalismo, nella sua variante occidentale), le foto di Giuliana Sgrena riconciliano con il fotogiornalismo. Osservandole lo spettatore riceve informazioni e si confronta con il punto di vista dell'autore, esattamente come laccade quando si legge un buon reportage. «Oltre il velo» è una piccola mostra di ventisei fotografie (con didascalie-racconto) scattate mentre era inviata de il manifesto in Algeria, Afghanistan e Iraq (le foto sono esposte fino al 15 giugno al piano terra della Casa internazionale delle donne a Roma, Via della Lungara 19). Foto scelte e ordinate come le parole di un discorso, per raccontare l'irriducibilità femminile ai modelli maschili dominanti. Tra tradizioni arcaiche, burqa, chador ed eserciti di «liberatori e liberatrici» (con uso di tortura) le donne che Giuliana ha incontrato resistono. In Afghanistan indossano ancora il burqa. Spesso sono caricate come merci nel portabagagli di una macchina o afflosciate come sacchi a mendicare davanti a una moschea, irrise da un ragazzino. Poi, in altri scatti, eccole sollevare la pesante grata di stoffa e mostrare il proprio volto, riunite in assemblea a discutere del diritto di famiglia, con bambini al seguito. Certe foto non sono mai casuali, come l'incontro che le ha rese possibili. Ogni incontro è infatti un'esperienza che lascia traccia, non si dimentica. Nel caso di Giuliana Sgrena, l'incontro non serve solo a «scoprire» una realtà ignota, ma è l'occasione per mostrare la realtà alla luce di un dialogo che vuol essere alla pari sempre. Nel caso dei suoi scatti, l'uso della fotocamera è finalizzato al mescolamente di linguaggi e per fare a pezzi le convenzioni e gli alibi costruiti dallo «stile dominante» per cancellare realtà scomode.

Molti fotografi dicono che: «una foto vale più di mille parole» solo perchè non amano scrivere? Giuliana però usa la fotocamera come fosse anche una penna. Per questi motivi, alcuni critici diranno che «manca di stile», dimostrando così di avere una concezione dello fotografia legata a criteri esclusivamente formali. Decine di mostre rimangono nella memoria solo il tempo necessario ad essere rapidamente dimenticate. Spesso si differenziano per un'idea «geniale», intesa come un espediente per ottenere un'uniformità formale utile a nascondere un deficit di narrazione (informazione, senso). Ecco che «lo stile» diventa allora una specie di «handicap volontario» al quale sottoporsi per rendere il gioco più difficile.

Giuliana ha fatto altre cose che non cercare vie d'uscita stilistiche dalle realtà che incontrava nei suoi viaggi. Per esempio ha preferito parlare con le donne, fotografarle mentre (nonostante il velo e i nostri pregiudizi) si riuniscono e firmano petizioni, oppure vivono tra tradizione e modernità: madri velate, figlie in jeans e maglietta (a rischio di stupro e omicidio maschil-islamista). Certo è che, nonostante i diversi livelli di qualità, quasi tutte le immagini che arrivano dall'Iraq e dall'Afghanistan raccontano cose diverse dagli scenari suggeriti dai sostenitori della guerra ad ogni costo.

Sicuramente, uno scatto fuori controllo può sfuggire anche alla macchina ammaestrata di un embedded, anche se è più facile che ciò avvenga a quella di un militare-torturatore. I carnefici sono stupidi, narcisisti e generalmente fieri del loro lavoro. Hanno meno «filtri» culturali. Per questo si fotografano tra loro o si lasciano fotografare con la stessa naturalezza di un pescatore che posa con una trota appena pescata. Fotografare assassini è uno sporco lavoro che qualcuno deve pur fare. Anche questa è informazione. Ma per entrare nelle storie personali delle vittime ci vuole un'altra attitudine. Bisogna saper ascoltare e meritarsi la fiducia di chi non ne ha più per nessuno.

È questa la cifra stilistica più rara, quella che caratterizza il lavoro di Giuliana. Le sue foto sommano il rigore dell'inviata sul posto (lo scoop delle fosse comuni di Mazar el Sharif, con la mano che estrae dalla sabbia i resti del vestito di un prigioniero talebano) alla sensibilità di una donna che sa guardare negli occhi la madre di un bambino sfregiato dalle schegge di una cluster bomb liberatrice. «Stile» non è costruire immagini adeguandosi al «comune senso del vedere», come per la pubblicità. Con il suo lavoro, Giuliana Sgrena si inserisce di fatto nella tradizione del migliore fotogiornalismo. Non scatta per stupire, nè per dimostrare quanto è brava, ma per raccontare storie. Lo fa da anni, sempre meglio, si mette in gioco senza risparmiarsi. È questo il suo «stile», il suo segno di riconoscimento.