Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da La Repubblica del 26 marzo 2007

 

Antonietta Raphaël
Il mondo di un'artista acceso dal dolore

di Fabrizio D'Amico

Nel febbraio del 1930, poco dopo la nascita della loro terza figlia, Mafai e Raphaël decidono di lasciare Roma e di recarsi a Parigi: ove Antonietta si tratterrà per quasi quattro anni, e donde rientrerà in Italia solo nel novembre del '33, subito dopo la morte di Scipione. A Roma, nel frattempo, era rientrato Mafai: ed è - quell'esilio a Parigi - il primo strappo, doloroso e solo in parte oggi comprensibile, della coppia. Forse Mafai volle perseguire in solitudine la sua strada. Forse anche Antonietta volle cercare alcune sue antiche radici (questo il senso del suo mettersi in traccia, a Londra, di ormai lontane frequentazioni?)
Certo questo tempo segnò l'avvio della sua nuova, e da allora per lungo tratto maggiore, vocazione alla scultura. "E' difficile vivere insieme per due artisti che hanno la stessa arte della pittura. Io criticavo lui e lui criticava me. Così andai a scuola serale di scultura, fino al '33, quando ritornai a Roma", dirà poi; e anche qui può nascondersi un grano di verità.
Dal rientro in Italia e sino al '39 non resta traccia di una consuetudine serbata con la prima vocazione della pittura: Raphaël è adesso interamente dedita alla scultura. Con una determinazione che ne farà "l'unica autentica scultrice italiana", dirà più tardi Cesare Brandi; ma che allora, e a lungo, le valse solo amarezzae disillusioni. Pittrice, aveva avuto a Parigi, tre occasioni espositive nel '29, e importanti riscontri della critica migliore. Scultrice, deve iniziare daccapo, e non avrà occasione di esporre fino al 1936, quando è ammessa alla sesta edizione del Sindacale del Lazio.
Una delle prime sculture di quel tempo è Simona col pettine, da cui traspare tanto della lingua che ha elaborato negli anni di Parigi. Maillol, ad evidenza, ne governa le forme: lo dicono il profilo morbido, iscritto nell'ovale perfetto, nel quale s'affollano i ricordi d'antico; il lento affiorare dell'immagine come da una segreta profondità; lo sguardo lungo e intenso, carico di attesa; la luce calda e quieta che s'espande sulla levigata superficie del bronzo, che scivola senza dramma sulle forme tondeggianti del volto.
Con questa lezione - classica, dunque, per certo verso: comunque lontanissima dalla foga incendiaria (e tutta autodidatta) della pittura degli esordi - Antonietta torna da Parigi; e la esplica almeno sino al Busto di Simona, del 1938.
Negli stessi anni, però, cresce parallela anche un'altra ed opposta intenzione di forma: restia a chiudere le sue "figure" in un bozzolo di perfezione, e più scopertamente segnata dall'ansia. Così è almeno in parte il trepido cemento de Le tre sorelle - ora alla Galleria Nazionale di Roma - ove l'albore d'adolescenza delle tre figlie prende forma, emozionata, in un gruppo unito e inseparabile, come di una vita diversa ma stretta in uno spazio brevissimo, sbocciata da un unico ceppo. Così è, definitivamente, la grandiosa, oscura, possente Fuga da Sodoma, una delle opere che furono più care a Raphaël - concepita nel '34-'35 - che sul tema della "Fuga" pensò e lavorò lungamente, licenziando nel corso degli anni Cinquanta altre versioni, minori e maggiori per dimensioni, di quel soggetto (qui è esposto l'esemplare lavorato fra '57 e '59, nominato nei Diari come la Fuga n.2).
(...) Infine, la più tarda stagione della grande scultura di Raphaël si tende senza soluzione di continuità almeno dal 1957 alla fine degli anni Sessanta. Dal Trionfo alla seconda edizione della Fuga, da Angoscia alle due versioni della Genesi, sino alle ultime opere in durissimo palissandro (Leda con il Cigno e Missione segreta), si susseguono i capolavori, sempre più tormentati da un dolore non trattenuto dall'egida che aveva fatto sul lavoro di scultura, in anni ormai lontani, l'intento di stile desunto da Maillol. Una digitazione sommaria e franta delle superfici, un plastificare violento e quasi di getto gravano ora sui gessi, sui bronzi, sui legni; e le esce adesso tremenda e ammonitrice, allucinata e amarissima, la scultura. Pochi e sempre ritornanti i temi delle sue "statue" (così, spesso, le nomina nei Diari): su tutti, la maternità - e la violenza, lo spavento, l'ansia che talvolta segna il rapporto fra una madre e i suoi figli: fino al grido estremo di Salomé che, quasi bambina, regge teneramente fra le braccia, come fosse un figlio con cui giocare ancora, la testa mozza del Battista.
A partire dal sesto decennio, una critica più attenta, fatta da vecchi e nuovi amici, aveva posto in giusta luce il contributo dato da Raphaël ai primi passi della "scuola romana", affiancando il suo nome a quello di Mafai e di Scipione. La nuova attenzione critica e per conseguenza un interesse anche di mercato si indirizzarono allora però soprattutto sulla pittura: anche perciò, complice la fatica fisica del lavoro scultoreo che iniziava a pesarle maggiormenete, Antonietta - soprattutto dopo la morte di Mafai - tornò con slancio a dipingere. Ancora una volta, come era accaduto all'inizio degli anni Trenta, il rapporto fra pittura e scultura, che si danno ora contemporaneamente, è nutrito a distanza: così che mentre una scultura le esce dalle mani ogni giorno più tesa e drammatica, la nuova pittura è fatta di incanti gioiosi, a mezzo fra il ricordo e la favola, fra la citazione colta e la più sfrenata invenzione della fantasia.
Sono ricolmi d'un colore eccitato, scoppiante di timbri diversi e conflagranti, i suoi dipinti - dei quali una scelta importante è oggi qui riproposta, Avvolti di mistero o di solare splendore, sapienti e ingenui insieme, i grandi spazi delle sue nuove tele sono animati da una inedita voluttà di narrare favole strane e improbabili. Donne e bambini, soprattutto, ricoperti di rare, bellisssime stoffe d'oriente, s'inseguono senza pause su e giù per la tela: salgono e sgusciano via, s'inerpicano e crollano, fra strenue torsioni e improvvisi avvitamenti, in uno spazio saturo e compresso che, colmo fino all'assurdo di cose e figure, ripete lo spavento dell'ordine e della pausa che è proprio d'ogni età di una folle, sovrastorica Maniera.

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