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CRONACHE 2005
artiste nel mondo
(segnalazioni artistiche di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)


Speciale Biennale Venezia 2005

 

 
 


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Biennale 2005: qualche impressione, nessuna critica
di Nadia Magnabosco

Con maggiore curiosità affronto quest'anno il periodico appuntamento che io e tre amiche ci diamo per le biennali di Venezia. Tutti ne hanno parlato prima, le due curatrici sono due donne: chissà cosa combineranno. Molti ne hanno parlato dopo: "uno schifo, una vergogna", hanno tuonato strapagati 'critici' da piccolo video. Che dire quindi di fronte alla prima di queste "brutture" che ci accoglie nella prima tappa all'Arsenale (Sempre un po' più lontano, curata da Rosa Martinez), un gigantesco lampadario di tampax della giovane artista portoghese Joana Vasconcelos

"A Noiva"( la sposa)

che colpisce non solo per la sua grandezza ma per l'idea che ci sta dietro? Non solo è bello e originale, ma è un'idea potente che passa attraverso l'uso artistico di un oggetto banale, familiare all'artista come a milioni di altre donne. Ma forse l'immagine del sangue che evoca è "vergognosa"? Che dire allora dell'opera della guatemalteca Regina Calindo (vincitrice del Leone d’Oro under 35) ,

che nei suoi video usa davvero il sangue per raccontarsi e raccontare il suo paese, nel quale oltre 394 donne sono state assassinate tra il 2004 e il 2005, creando immagini dure da guardare per la sofferenza che suscitano, ma certo capaci di colpire al cuore? Appare allora evidente che la colla che tiene insieme molte opere presenti alla biennale è, molto più che nel passato, la condizione femminile e i temi ad essa comunque legati come corpo, emozioni, amore, ma anche la capacità di trascinare questi temi verso l'esterno creando nuove terre d'indagine. Ci sono donne che distruggono servizi di piatti come Runa Islam,

artista trentacinquenne del Bangladesh, autrice e protagonista di un film di sette minuti in cui è impegnata a distruggere, lentamente ma inesorabilmente, una preziosa collezione di porcellane. O donne di legno in attesa di essere bruciate come quelle dell'artista tedesca Paloma Varga Weisz

o le bucce di cipolla su marmo dell'italiana Bruna Esposito

Opere curiose, che ci attirano e ci respingono insieme, evocatrici di quella dualità che le donne sanno a volte così bene raccontare. Oppure opere un po' stregate, capaci di ammaliarci come l'installazione della colombiana Maria Teresa Hincapié de Zuluaga che, in un ambiente di grande suggestione che non vorremmo mai lasciare, ci invita ad entrare nella gabbia della sua cultura attraverso la proiezione su un muro sfatto di immagini avvolgenti come la musica e il tremolio delle candele tutto intorno.

O come la scultura di Mona Hatoum, artista libanese affermata, che che ci fa riflettere sull'eternità con segni circolari sulla sabbia che un braccio meccanico che non si ferma mai, forma e cancella continuamente.

O ancora l'affascinante video su pittura della pakistana Shazia Sikander che, con immagini ornamentali di cultura indiana proiettate su un dipinto fisso, forma coi suoi disegni un mandala in continuo movimento per esprimere le sue personali visioni

E anche, (finalmente?), un po' di pittura con le opere-diario della cantante-artista turca Semiha Berksoy

l'altra grande vecchia (morta l'anno scorso a 94 anni) presente alla biennale con l'ormai famosissima e vivente Louise Bourgeois. Ho così finito di ricordare le opere che più mi hanno colpito, e non sono poche, nella visita all'Arsenale, guarda caso tutte di donne, a cui aggiungerei la videoinstallazione di grande effetto del greco Nikos Navridis che, sul pavimento di una sala vuota, proietta dall'alto l'immagine di una distesa di spazzatura che scorre così rapidamente da farci perdere l'equilibrio, oltre che sommergerci di schifezze (queste vere, non artistiche) insieme alle generazioni future.

Il giorno dopo visitiamo i Giardini dove Maria de Corral ( l’altra curatrice della Biennale) ha allestito le 34 sale del Padiglione Italia. Anche qui sono presenti parecchie artiste: "Le donne hanno uno sguardo più completo e globale che non si ferma solo all'arte ma alla vita anche quotidiana. Si preoccupano poco della formalità e molto del contenuto. Tentano più di capire che di presentare qualcosa di "bello"".

Cominciamo con le scritte di Barbara Kruger (Leone d'oro alla Carriera), che inizialmente neppure notiamo, forse per effetto di un principio di saturazione in atto.

Per María de Corral: "Barbara Kruger è un'artista concettuale il cui lavoro combina immagini e testi indirizzati verso rappresentazioni culturali del potere, dell'identità e della sessualità, sfidando stereotipi e clichès. Attraverso le icone visuali da lei create dagli anni '70, interroga lo spettatore su temi quali il femminismo, il classicismo, il consumismo, l'autonomia individuale e il desiderio". Per la Biennale ha realizzato Untitled (Façade), dove appaiono, appunto, grandi scritte tipo "Compro dunque sono" e "Passi alla storia se fai affari".

Transitiamo poi fra capisaldi della pittura spesso già visti come F. Bacon, P. Guston, A. Tapies, e alle ben quotate Marlene Dumas e Agnes Martin, fino alla curiosa video installazione odorosa della cubana Tania Bruguera, che con le bustine da tè usate come tappezzeria a parete, mostra una delle sue metafore del potere: "La mia opera è una reazione all’ambiente in cui vivo — una commistione di elementi collettivi e sociali, combinati per avviare una riflessione sulla cultura, la politica, l’ideologia e l’identità. In questo senso, il mio lavoro si concentra sulla relazione tra arte e potere, sulla possibilità del cambiamento e sulle trasformazioni umane, viste come elementi fondamentali delle dinamiche sociali."

Fra le più giovani generazioni ci diverte il video tenero e intenso del sudafricano Robin Rhode che fa muovere i suoi bambini su giochi disegnati a gesso

e le curiose e affascinanti torri di sagome di suole di scarpe ritagliate da elenchi telefonici di José Damasceno, brasiliano,

e il video di Candice Breitz, sudafricana, che, manipolando pezzi di film, si inventa dialoghi (purtroppo in lingua inglese) sulla figura materna.

Tuttavia, nel suo complesso, la visita al labirintico Padiglione Italia non ci appare altrettanto ricca di stimoli come la precedente all'Arsenale, forse perchè è minore l'occasione di imbattersi in sconosciute "rivelazioni". Dei restanti padiglioni alcuni sono delle vere delusioni (soprattutto vista la stanchezza a trascinarci in giro), altri sono eccezionalmente belli come il Padiglione francese che accoglie una splendida installazione in movimento di Annette Messager (vedi recensione di Marilde Magni)

e il Padiglione islandese

dove Gabriela Frioriksdottir, nata nel 1971, è l’artista più giovane a rappresentare l’Islanda alla Biennale fino ad oggi, e infine, il Padiglione canadese per il video proiettato sull'acqua di Rebecca Belmore.

Anche fuori dagli spazi della Biennale la città accoglie numerose opere. Appena arrivate ci siamo imbattute nelle splendide trecce dell'installazione preparata alla Fondazione Levi dall'iraniana Mandana Moghaddam che, traendo spunto da un antico mito iraniano, narra la storia di una bella ragazza imprigionata da uno sciacallo in un giardino paradisiaco. L’opera è composta da un blocco di cemento sospeso al soffitto da quattro lunghissime trecce, ciascuna fissata con un nastro rosso all’estremità.

"Il blocco di cemento è simbolo della mascolinità tradizionale, assoluta, ma anche espressione di monotonia e freddezza. La treccia col nastro rosso è simbolo di brio, sensibilità e pacata luminosità femminile: è ciò che rende sostenibile il pesante blocco di cemento tenendolo sospeso."

Alla Fondazione Querini Stampalia abbiamo visitato la splendida mostra di Kiki Smith che merita da sola una successiva trattazione specifica (vedi: Kiki Smith). E, col rimpianto di non aver visto l'installazione di Pipillotti Rist e altre sparse qua e là, e in mezzo alle numerose momentanee dimenticanze di cui chiedo scusa, qualcuno mi dica se non valeva la pena, assai più che in passato, di un viaggetto a Venezia anche se la città, e l'organizzazione della Biennale in particolare, si dimostra poco accogliente verso il visitatore (si può chiudere alle 18 in piena estate? e attenzione, se avete un biglietto aereo vi fanno lo sconto sull'ingresso, col biglietto del treno no!).

13 luglio 2005

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Tutte le informazioni utili sulla Biennale di Venezia
51. Esposizione Internazionale d'Arte

Sito espositivo
Giardini: chiuso il lunedì (escluso lunedì 13 giugno 2005)
Orario d'apertura ore 10.00 - 18.00
Arsenale: chiuso il martedì (escluso martedì 14 giugno 2005)
Orario d'apertura ore 10.00 - 18.00

Direttori
María de Corral - Rosa Martínez

Prenotazioni Gruppi / Itinerari Tematici / Percorsi Didattici e Informazioni
Call center 041 5218828 Ufficio Promozione Pubblico Fax 041 5218825

Come raggiungere le sedi espositive
- Giardini della Biennale
Actv Linea 3 per la Biennale ogni 20'
Fermate: Tronchetto, Piazzale Roma, Ferrovia, San Samuele, Accademia, San Marco, Giardini
oppure
Linee Actv 1/41/42/51/52/61/62/82
- Arsenale Linee Actv 1/41/42

Parcheggi auto
- Piazzale Roma Garage Autorimessa Comunale tel. 041 2727301
- San Marco tel. 041 5232213
- S. Andrea tel. 0412727304
- Isola del Tronchetto Tronchetto Parking tel 041 5207555

La 51. Esposizione Internazionale d'Arte, organizzata dalla Fondazione la Biennale di Venezia e diretta da María de Corral e da Rosa Martínez, aprirà al pubblico domenica 12 giugno 2005.
L'edizione 2005 della più antica e celebre rassegna di arte contemporanea presenta alcune novità di rilievo: prima tra tutte l'inizio di un nuovo ciclo attraverso il dialogo progettuale con la Direzione Artistica, alla quale proporre precisi obiettivi per riconfermare il ruolo centrale della Biennale nel dibattito culturale e artistico internazionale.

Per la prima volta nel corso dei suoi 110 anni di attività la direzione è stata affidata a due Direttori: María de Corral e Rosa Martínez - storiche dell'arte, critici e curatori indipendenti, di nazionalità spagnola - e la rassegna sarà costituita da due mostre specifiche e complementari per proporre una lettura articolata dell'arte contemporanea internazionale a partire dagli anni Settanta sino a oggi, con lo sguardo rivolto al prossimo futuro. I due progetti espositivi - L'esperienza dell'arte e Sempre un po' più lontano firmati rispettivamente da María de Corral e da Rosa Martínez - presenteranno, sotto punti di vista diversi, il meglio della contemporaneità attraverso la selezione rigorosa degli artisti, invitati in un numero circoscritto e ciascuno rappresentato da più opere per documentarne la vicenda creativa, mettendo in evidenza la varietà dei linguaggi artistici e delle tendenze estetiche. Le opere esposte saranno per lo più nuove o realizzate in situ, e verranno allestite in dialogo con gli straordinari spazi delle mostre in modo tale da offrire un duplice registro di lettura, sia di ricerca per gli addetti ai lavori, sia di impatto per i visitatori.

Le Partecipazioni nazionali registrano la presenza più numerosa nella storia della Biennale: settanta Paesi, che allestiranno 30 mostre nei padiglioni dei Giardini della Biennale e 40 in molte sedi del centro storico coinvolgendo tutta la città. Un segnale positivo che conferma l'alto livello qualitativo e il carattere profondamente internazionale della rassegna veneziana, che viene percepita come crocevia e patrimonio del mondo intero. Molti i Paesi che per la prima volta partecipano alla Biennale di arti visive, tra i quali l'Afghanistan, l'Albania, il Marocco, la Repubblica di Belarus, il Kazakhstan, il Kyrgyzstan, l'Uzbekistan.

Una decina di installazioni, legate alle due mostre centrali, saranno allestite nelle aree espositive esterne e disseminate nella città.

Gli eventi nell'ambito della 51. Esposizione, selezionati tra centinaia di proposte, sono trenta tra mostre, performance, convegni, seminari ed eventi dall'arte visiva alla poesia contemporanea, che dilagano dalla sponda nord dell'Arsenale al centro di Venezia, dalle isole della laguna sino a Mestre e Marghera.

I quattro Premi principali della 51. Esposizione saranno assegnati da due Giurie, una per le mostre internazionali e una per le partecipazioni nazionali, coordinate dal Presidente Ida Gianelli. I Premi saranno: un Leone d'oro alla Carriera, un Leone d'oro per la migliore partecipazione nazionale, un Leone d'oro a un artista giovane (under 35) che partecipa alle mostre internazionali, un Leone d'oro a un artista che partecipa alle mostre internazionali L'esperienza dell'arte e Sempre un po' più lontano. Nel corso della cerimonia di premiazione sarà assegnato anche il Premio per la giovane arte italiana 2004-2005 promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali DARC - Direzione Generale per l'architettura e l'arte contemporanee.

Il catalogo, edito da Marsilio, sarà articolato in tre volumi dedicati rispettivamente alle due mostre centrali e alle partecipazioni nazionali insieme agli eventi collaterali.

L'esperienza dell'arte

L'esperienza dell'arte, a cura di María de Corral, sarà allestita nelle 34 sale del Padiglione Italia nei Giardini della Biennale e presenterà quarantadue artisti internazionali, sia celebri, sia esordienti, attraverso un percorso costituito da un ampio numero di dipinti, da video e da installazioni, per la maggior parte realizzate appositamente per la Biennale, che rappresentano le tendenze dal 1970 - concepito come punto di partenza del percorso - a oggi nello sviluppo dei vari linguaggi. L'esposizione è pensata da María de Corral per essere più affine a "un centro di sperimentazione che a un cumulo di certezze" per parlare di intensità, non di categorie, e per riscoprire l'emozione dell'arte.

L'esposizione che avrà luogo nel Padiglione Italia non vuol essere letta come un discorso fine a se stesso sull'arte dei nostri giorni, bensì come un campo aperto a pratiche distinte entro cui si possa realizzare il desiderio di scambiare esperienze, idee, riflessioni, e anche di provocarle. Mi piacerebbe che il labirintico percorso dell'arte fosse vissuto non come una storia compiuta ma come un processo definito in termini di relazione tra soggetti, forme, idee, spazi diversi, assomigliando esso più a un centro di sperimentazione che a un cumulo di certezze.

In tal senso, vorrei che l'esposizione parlasse di intensità, non di categorie. Mi piacerebbe, inoltre, che non fosse storicistica né lineare, ma che mostrasse la relazione esistente fra artisti di generazioni distinte che discutono e lavorano a idee specifiche dell'arte e della vita attuale, stringendo così un legame fra atteggiamenti simili per intensità e qualità ossessiva. Mi propongo, insomma, un'esposizione che non miri solo al concetto o a una visualizzazione gratificante, ma che sia ricca di riflessione e piacere. Cerco di esporre quei temi che inquietano e preoccupano la società attuale e che gli artisti esprimono in modo così reale, poetico e, in molti casi, visionario.

Mi interessano le idee che appaiono come un ammasso di resti, frammenti, sbozzi e tentativi; le opere che permettono allo spettatore di ricreare la propria esperienza estetica; gli artisti capaci di rinnovare la nostra facoltà d'immaginare diversi modi di abitare il mondo e di creare emozioni.

Al contrario, non cerco un'esposizione che, in termini di quote di partecipazione da tutti i paesi e i continenti, proponga un modello falso di universalità, poiché ho deciso di lavorare con alcuni autori, i quali, nella mia lunga traiettoria artistica, sono stati compagni di viaggio. E sommare a questa lista molti altri nomi; giovani che mi accompagneranno in una simile esperienza.

Gli artisti di oggi non condividono uno stile, bensì un tentativo di costruire mondi estetici personali, di stabilire necessità formali proprie, di fabbricarsi una nuova realtà; accettando così la sfida di produrre un'arte che abbia senso nel nuovo contesto che si è delineato a seguito degli avvenimenti degli ultimi quattro anni.

Nell'arte degli ultimi dieci anni è estremamente difficile rintracciare una dottrina artistica o uno stile formale dominante, in palese contrasto con l'apprensione costante per gli effetti della globalizzazione o del multiculturalismo. Gli artisti stabiliscono il senso e l'utilità della propria ragion d'essere e la sopravvivenza del gesto artistico in un mondo dominato dai media, nel quale la realtà pare non manifestarsi fuori dalla rappresentazione.

Intitolando la presente esposizione L'Esperienza dell'Arte, volevo rendere partecipi i visitatori di alcuni temi che gli artisti affrontano ogni giorno nelle proprie opere:

- la nostalgia come sentimento di perdita di un passato irrecuperabile, espressa tramite un linguaggio metaforico;
- il corpo e la sua ridefinizione, l'introduzione della frammentazione, della dissoluzione e anche della morte;
- il potere, la dominazione e la violenza nella quotidianità di ciascun individuo;
- la critica sociopolitica d'attualità attraverso l'ironia;
- l'utilizzo delle immagini, dei film e delle narrazioni passate come un archivio immenso grazie a cui realizzare operazioni multiple di ridefinizione e appropriazione.

Affrontando tutte queste tematiche implicate nel gesto creativo e che fuoriescono dall'ambito strettamente artistico, intendo segnalare la presenza del consueto nella diversità, affinchè lo spettatore ammetta le qualità di ciò che è inaspettato e insolito e abbandoni la propria riluttanza all'idea di Piacere nell'arte contemporanea.
María de Corral

María de Corral
Critica d'arte e curatrice spagnola. Nel decennio 1981-1991 è direttrice del settore Arti Visive della Fondazione La Caixa, per la quale cura le mostre nei centri di Barcellona e Madrid. Nel 1985 dà inizio alla collezione d'arte contemporanea della Fondazione stessa.
Nel 1988 è curatrice del Padiglione spagnolo alla 43. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, con l'allestimento De varia commensuración: Jorge Oteiza, Susana Solano.
Dal 1991 al 1994 è direttrice del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.
Nel 2002 è direttrice del progetto per il nuovo Museo di arte moderna e contemporanea della città di Santander, in Spagna.
Ha curato la retrospettiva Julian Schnabel: Pinturas 1978-2003, allestita tra giugno e settembre 2004 al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía.

L'ESPERIENZA DELL'ARTE (Padiglione Italia)

Eija-Liisa Ahtila
Nata a Hameenlinna, Finlandia, 1959
Vive e lavora a Helsinki, Finlandia

Vasco Araújo
Nato a Lisbona, Portogallo, 1975
Vive e lavora a Lisbona, Portogallo

Francis Bacon
Dublino, Irlanda, 1909 - Madrid, Spagna, 1992

Miroslaw Balka
Nato a Varsavia, Polonia, 1958
Vive e lavora a Varsavia, Polonia

Andrea Blum
Nata a New York City, NY, Usa, 1950
Vive e lavora a New York City, NY, Usa

Monica Bonvicini
Nata a Venezia, Italia, 1965
Vive e lavora a Berlino, Germania

Candice Breitz
Nata a Johannesburg, Sud Africa, 1972
Vive e lavora a Berlino, Germania

Tania Bruguera
Nata a L'Avana, Cuba, 1968
Vive e lavora a L'Avana e Chicago, IL, Usa

Chen Chieh-jen
Nato a Taipei, Taiwan, 1960
Vive e lavora a Taipei, Taiwan

José Damasceno
Nato a Rio de Janeiro, Brasile, 1968
Vive e lavora a Rio de Janeiro, Brasile

Tacita Dean
Nata a Canterbury, Gran Bretagna, 1965
Vive e lavora a Londra e a Berlino

Willie Doherty
Nato a Derry, Irlanda del Nord, 1959
Vive e lavora a Derry, Irlanda del Nord

Stan Douglas
Nato a Vancouver, B.C., Canada, 1960
Vive e lavora Vancouver, B.C., Canada

Marlene Dumas
Nata a Città del Capo, Sud Africa, 1953
Vive e lavora ad Amsterdam, Olanda

Leandro Erlich
Nato a Buenos Aires, Argentina, 1973
Vive e lavora a Parigi, Francia, e Buenos Aires, Argentina

Bernard Frize
Nato a Saint Mande, Francia, 1954
Vive e lavora a Parigi, Francia

Dan Graham
Nato a Urbana, IL, Usa, 1942
Vive e lavora a New York, NY, Usa

Philip Guston
Montreal, Canada 1913 - Woodstock NY, Usa, 1980

Joan Hernández Pijuan
Nato a Barcellona, Spagna, 1931
Vive e lavora a Barcellona, Spagna

Jenny Holzer
Nata a Gallipolis, OH, Usa, 1950
Vive e lavora a New York, NY, Usa

William Kentridge
Nato a Johannesburg, Sud Africa, 1955
Vive e lavora a Johannesburg, Sud Africa

Barbara Kruger
Nata a Newark, NJ, Usa, 1945. Vive e lavora a Los Angeles e New York, NY, Usa

Maider López
Nata a San Sebastian, Spagna, 1975
Vive e lavora a San Sebastian, Spagna

João Louro
Nato a Lisbona, Portogallo, 1963
Vive e lavora a Lisbona, Portogallo

Jorge Macchi
Nato a Buenos Aires, Argentina, 1963
Vive e lavora a Buenos Aires, Argentina

Agnes Martin
Macklin, Saskatchewan, Canada,
1912 - Taos, NM, Usa, 2004

Cildo Meireles
Nato a Rio de Janeiro, Brasile, 1948
Vive e lavora a Rio de Janeiro, Brasile

Zwelethu Mthethwa
Nato a Durban, Kwa-Zulu Natal, Sud Africa, 1960
Vive e lavora a Città del Capo, Sud Africa

Juan Muñoz
Madrid, Spagna, 1953 - Ibiza, Spagna, 2001

Bruce Nauman
Nato a Fort Wayne, IN, Usa, 1941
Vive e lavora a Galisteo, NM, Usa

Gabriel Orozco
Nato a Jalapa, Veracruz, Messico, 1962
Vive e lavora a Città del Messico, Messico, New York, NY, Usa, e Parigi, Francia

Perejaume
Nato a Sant Pol de Mar, Barcellona, Spagna, 1957
Vive e lavora a Sant Pol de Mar, Barcellona

Robin Rhode
Nato a Città del Capo, Sud Africa, 1976
Vive e lavora a Berlino, Germania

Thomas Ruff
Nato a Zell am Harmersbach, Germania, 1958
Vive e lavora a Düsseldorf, Germania

Thomas Schütte
Nato a Oldenburg, Germania, 1954
Vive e lavora a Düsseldorf, Germania

Antoni Tàpies
Nato a Barcellona, Spagna, 1923
Vive e lavora a Barcellona, Spagna

Juan Uslé
Nato a Santander, Spagna, 1954
Vive e lavora a Santander, Spagna e New York City, NY, Usa

Francesco Vezzoli
Nato a Brescia, Italia, 1971
Vive e lavora a Milano, Italia

Mark Wallinger
Nato a Chigwell, Gran Bretagna, 1959
Vive e lavora a Londra, Gran Bretagna

Matthias Weischer
Nato a Elte, Germania, 1973.
Vive e lavora a Lipsia, Germania

Rachel Whiteread
Nata a Londra, Gran Bretagna, 1963
Vive e lavora a Londra, Gran Bretagna

Jun Yang
Nato a Qingtian, Cina, 1975
Vive e lavora a Vienna, Austria

Sempre un po' piu' lontano

Sempre un po' più lontano, a cura di Rosa Martínez presenterà, nei 9.000 metri quadrati delle Corderie e delle Artiglierie dell'Arsenale, quarantanove artisti internazionali accomunati dal lavoro di ricerca nella contemporaneità che, attraverso video, sculture e installazioni concepite per questi particolari ambienti, offriranno un panorama variegato delle tendenze più attuali. L'esposizione si snoderà con un percorso lineare che abbraccerà gli spazi senza interromperne la continuità per metterne in risalto la suggestione e l'unicità. Il titolo dell'esposizione è ispirato ad uno dei libri di Corto Maltese, personaggio di avventure ideato dallo scrittore e disegnatore di fumetti veneziano Hugo Pratt, che diviene il tramite per affermare che l'arte è una costruzione dell'immaginario per capire meglio la realtà. La mostra, secondo la visione di Rosa Martínez, "costituisce una verifica per presentare artisti e tendenze estetiche all'inizio del nuovo millennio" e la visita all'Arsenale si propone come un viaggio frammentario e appassionante per scoprire le zone di luce e di oscurità del nostro mondo convulso.
Il titolo dell'esposizione all'Arsenale di Venezia è ispirato a uno dei libri di Corto Maltese, personaggio di avventure e finzione ideato dallo scrittore veneziano e disegnatore di fumetti, Hugo Pratt. Corto impersona il mito del viaggiatore romantico, indipendente, sempre propenso al caso e al rischio, che attraversa ogni sorta di frontiera per costruire il proprio destino.

Considerare un personaggio di finzione come fonte d'ispirazione, è un modo per affermare che l'arte è una costruzione dell'immaginario e che le fantasie ci aiutano a capire meglio la realtà. Nella barocca condizione odierna viviamo un dramma e un paradosso: crediamo ancora nella necessità della ragione, dell'illustrazione e dell'utopia, ma siamo stati trasformati nei suoi più feroci critici dalle nuove posizioni post-coloniali di razza e di genere. Passione e malinconia, fiducia e disperazione, piacere e colpa procedono mano nella mano nell'avvicinamento critico al mondo in cui viviamo.

L'arte è una lotta nell'ordine simbolico e i creatori più considerevoli sono coloro che aprono nuove prospettive per la trasformazione linguistica, sociale e ideologica. Oggi, interrogarsi sull'autonomia dell'arte e portare l'estetica nella vita quotidiana è parte di un'ininterrotta dilatazione di confini, di un ampliamento di orizzonti che conduce oltre i modelli stabiliti. Il protagonista di avventure, il filosofo, lo scienziato, l'artista o l'organizzatore di esposizioni, cercano costantemente di scoprire nuovi territori e di creare nuove possibilità di pensiero. Questo esercizio è arduo in un mondo dove le idee, le persone e i prodotti circolano con grande velocità, dove gli artisti si mimetizzano senza fermarsi, e dove le istituzioni lavorano la cultura come un'industria di franchising, e dove il marketing è la principale metodologia di azione. Perciò, nel traffico incessante di messaggi, una delle funzioni fondamentali del curatore è diminuire il frastuono, assegnare valore e organizzare sintassi e discorsi che ne delineino il significato.

Il concetto di traffico è essenziale per lo sviluppo sociale: significa movimento e scambio nell'economia sociale e politica come in quella libidinale o espositiva. La traduzione e la interpretazione sono essenziali nei passaggi interculturali e in modo particolare nelle esposizioni globali come le biennali. Attraverso la sua lunga storia, la Biennale di Venezia si è trasformata nell'epicentro, nel contesto privilegiato per la confluenza di artisti provenienti da diversi contesti geopolitici e culturali.

Offrendosi come possibilità di analisi del concetto d'internazionalità e disegnando le topografie contemporanee dell'alterità, la Biennale è un'occasione unica per inventare nuove forme di vicinanza tra artisti, discipline e pubblico.

In questo contesto, l'esposizione Sempre un po' più lontano è una verifica per presentare artisti e tendenze estetiche di rilievo all'inizio del terzo millennio. La visita all'Arsenale si propone come un viaggio frammentario, come una drammaturgia soggettiva e appassionata per scoprire le zone di luce e oscurità del nostro convulso mondo. Questo cammino vuole aiutare a disegnare le linee più significative presenti nella produzione artistica contemporanea e dimostrare che l'arte, può essere ancora una promessa per coloro che vogliono imbarcarsi in quel tipo di viaggio per il quale Deleuze adottò il lemma proustiano: il vero sognatore è quello che esce con l'intenzione di verificare qualcosa.
Rosa Martínez


Rosa Martínez
Critica d'arte e curatrice indipendente spagnola. Nel 1979 si laurea all'Università di Barcellona in Storia dell'Arte. Comincia subito a lavorare nel coordinamento delle attività culturali per la Fondazione La Caixa. Dal 1988 al 1992 assume la direzione artistica della Biennale di Barcellona.
Nel 1996 è co-curatrice di Manifesta 1, a Rotterdam, nel 1997 dirige la 5. Biennale Internazionale di Istanbul e nel 1999 la 3. SITE di Santa Fe (USA).
Nelle stagioni 1991-92 e nel 1997 torna alla Fondazione La Caixa di Barcellona come curatrice.
Dal 1998 al 2002 cura i progetti dei saloni internazionali di ARCO di Madrid.
Nel 2003 è curatrice del Padiglione spagnolo alla 50. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia. Questo progetto, affidato a Santiago Serra, richiama l'idea di frontiera, per mettere in discussione i limiti della nazionalità e portare a riflettere sui temi della colpa, della follia e del castigo.
La sua carriera di curatrice indipendente è accompagnata da un'intensa attività pubblicistica, di critica d'arte e da numerose conferenze presso musei, università istituti culturali. Collabora regolarmente a diversi quotidiani e periodici specializzati coma "Flash Art International", "El Paìs", Atlantica, "Letra Internacional" e "La Guia del Ocio". Inoltre è autrice di numerosi saggi critici e monografie su artisti contemporanei.

SEMPRE UN PO' PIÙ LONTANO (Arsenale)
Pilar Albarracín
Nata a Siviglia, Spagna, 1968
Vive e lavora a Madrid, Spagna

Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla
Jennifer Allora, nata a Philadelphia, USA, 1974
Guillermo Calzadilla, nato a L'Avana, Cuba, 1972
Vivono e lavorano a Porto Rico

Ghada Amer
Nata a Il Cairo, Egitto. 1963
Vive e lavora tra Parigi, Francia e New York, NY, USA

Micol Assaël
Nata a Roma, Italia, 1979
Vive e lavora a Roma

Samuel Beckett
Foxrock, Dublin, Irlanda, 1906 - Parigi, Francia, 1989

Laura Belém
Nata a Belo Horizonte, Brasile, 1974
Vive e lavora a Belo Horizonte

Semiha Berksoy
Cengelkoy, Turchia, 1910 - 2004 Istanbul, Turchia

Blue Noses
Viacheslav Mizin
Nato a Novosibirsk, Russia, 1962
Vive e lavora a Mosca e Novosibirsk, Russia
Alexander Shaburov
Nato a Sverdlovsk, Russia, 1965
Vive e lavora a Mosca e Yekaterinburg, Russia

John Bock
Nato a Itzehoe, Gribbohm, Germania, 1965
Vive e lavora a Berlino, Germania

Louise Bourgeois
Nata a Parigi, Francia, 1911
Vive e lavora a New York, NY, USA

Leigh Bowery
Sunshine, Australia, 1961 - 1994, Londra, Gran Bretagna

Christoph Büchel e Gianni Motti
Christoph Büchel
Nato a Basilea, Svizzera, 1966
Vive e lavora a Basilea
Gianni Motti
Nato a Sondrio, Italia, 1958
Vive e lavora a Berlino, Germania e Ginevra, Svizzera

Donna Conlon
Nata ad Atlanta, GA, USA, 1966
Vive e lavora a Città di Panama, Panama

Stephen Dean
Nato a Parigi, Francia, 1968
Vive e lavora a New York, NY, USA e Parigi, Francia

Jimmie Durham
Nato a Washington, USA, 1949
Vive e lavora a Berlino, Germania

Olafur Eliasson
Nato in Copenhagen, Danimarca, 1967
Vive e lavora a Berlino, Germania

Bruna Esposito
Nata a Roma, Italia, 1960
Vive e lavora a Roma, Italia e New York, NY USA

Regina José Galindo
Nata a Città del Guatemala, Guatemala, 1974
Vive e lavora a Città del Guatemala

Carlos Garaicoa
Nato a L'Avana, Cuba, 1967
Vive e lavora a L'Avana

Cristina García Rodero
Nata a Puertollano, Spagna, 1949
Vive e lavora a Madrid, Spagna

Subodh Gupta
Nato a Khagoul, Bihar, India, 1964
Vive e lavora a Nuova Delhi, India

Mona Hatoum
Nata a Beirut, Libano, 1952
Vive e lavora a Londra, Gran Bretagna

Diango Hernández
Nato a L'Avana, Cuba, 1970
Vive e lavora a Trento, Italia, e a L'Avana

María Teresa Hincapié de Zuluaga
Nata a Armenia, Colombia, 1954
Vive e lavora a Bogotá, Colombia

Runa Islam
Nata a Dhaka, Bangladesh, 1970
Vive e lavora a Londra, Gran Bretagna

Emily Jacir
Nata a Betlemme, Palestina, 1970
Vive e lavora a Ramallah, Palestina e New York, NY, USA

Guerrilla Girls
Fondato a New York, NY, USA, 1985

Kimsooja
Nata a Taegu, Korea, 1957
Vive e lavora a New York, NY, USA

Rem Koolhaas
Nato a Rotterdam, Olanda, 1944
Vive e lavora a Rotterdam

Oleg Kulik
Nato a Kiev, Russia, 1961
Vive e lavora a Mosca, Russia

MoAA
Museum of American Art
Fondato a Berlino, Germania, 2004

Mariko Mori
Nata a Tokyo, Giappone, 1967
Vive e lavora a New York, NY, USA e Tokyo

Nikos Navridis
Nato ad Atene, Grecia, 1958
Vive e lavora ad Atene

Rivane Neuenschwander
Nata a Belo Horizonte, Brasile, 1967
Vive e lavora a Belo Horizonte

Jun Nguyen-Hatsushiba
Nato a Tokyo, Giappone, 1968
Vive e lavora a Ho Chi Minh City, Vietnam

Olaf Nicolai
Nato a Halle/Saale, Germania, 1962
Vive e lavora a Berlino, Germania

Adrian Paci
Nato a Shkoder , Albania, 1969
Vive e lavora a Milano, Italia

Bülent Sangar
Nato a Eskisehir, Turchia, 1965
Vive e lavora a Istanbul, Turchia

Gregor Schneider
Nato a Rheydt, Germania, 1969
Vive e lavora a Rheydt

Berni Searle
Nata a Cape Town, Sud Africa, 1964
Vive e lavora a Cape Town

Santiago Sierra
Nato a Madrid, Spagna, 1966
Vive e lavora a Città del Messico, Messico

Shazia Sikander
Nata a Lahore, Pakistan, 1969
Vive e lavora a New York, NY, USA

Valeska Soares
Nata a Belo Horizonte, Brasile, 1957
Vive e lavora a Brooklyn, New York, NY, USA

Kidlat Tahimik
Nato a Baguio, Filippine, 1942
Vive e lavora a Itogon, Benguet, Filippine

Pascale Marthine Tayou
Nato a Yaounde, Camerun, 1967
Vive e lavora a Yaounde e Bruxelles, Belgio

The Centre of Attention
Pierre Coinde
Nato a Saint-Etienne, Francia,1972
Vive e lavora a Londra, Gran Bretagna
Gary O'Dwyer
Nato a Londra, Gran Bretagna, 1973
Vive e lavora a Londra

Paloma Varga Weisz
Nata a Neustadt an der Weinstraße, Germania, 1966
Vive e lavora a Düsseldorf, Germania

Joana Vasconcelos
Nata a Parigi, Francia, 1971
Vive e lavora a Lisbona, Portogallo

Sergio Vega
Nato a Buenos Aires, Argentina, 1959
Vive e lavora a Gainesville, FL, USA

(n.m)

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Kiki Smith
Homespun Tales
Fondazione Querini Stampalia- Venezia
12 giu 2005 > 11 set 2005


Scheda tecnica della mostra:
Al terzo piano della Fondazione Querini Stampalia Kiki Smith propone una personale riflessione sulla casa veneziana. Traendo ispirazione dalla ricca collezione di ritratti diPietro Longhi, Antonio Canova, Giovanni Bellini e altri artisti collocata al piano sottostante, nelle stanze in cui duecento anni fa viveva il Conte Giovanni Querini, Kiki Smith cuce insieme frammenti di una struggente storia domestica. Riprendendo elementi caratteristici della dimora nobiliare veneziana – dipinti, mobili, specchi – e spirandosi alle tradizioni estetiche americane, a partiredall’epoca coloniale, attraverso gli anni Venti e gli anni Trenta fino al presente, l’artista crea una nuova narrazione capace di mettere in luce l’intraprendenza di un bricolage casalingo.
In un gioco di continui richiami, mimando e imitando diversi elementi presenti nella collezione, Kiki Smith dipana la sua personale e apparentemente disordinata storia di nostalgia di una vita domestica, un habitat tessuto a mano in cui è possibile udire l’eco di tempi e luoghi del passato, in cui si può rintracciare il fascino dell’insonnia, disordine e decorativo squallore, storie di vita precaria e di occupanti abusivi, di donne pensionanti e senza fissa dimora.Il progetto, a cura di Chiara Bertola, si avvale della sponsorizzazione di Montblanc ed è stato realizzato con il supporto della galleria Pace Wildenstein di New York.

La Fondazione, centenaria e prestigiosa istituzione veneziana, famosa per la sua storica Biblioteca e per la Casa-Museo della famiglia Querini Stampalia, ha sviluppato negli ultimi anni una forte e costante sensibilità verso l’arte contemporanea, nella convinzione che lo sguardo degli artisti più interessanti e più sensibili possa aiutare a capire non soltanto il tempo in cui viviamo, ma anche a vedere in modo diverso il nostro stesso passato. Agli artisti viene chiesto di lavorare a partire da un luogo segnato dal tempo, un luogo che è immenso serbatoio di memoria, su spazi architettonici in cui convivono, stratificati con l’edificio del Cinquecento, gli interventi di Carlo Scarpa e di Mario Botta. Un luogo al cui interno – come in un gioco di scatole cinesi – si aprono spazi sempre diversi e insospettabili oltre e dentro quello storicamente dato.

Kiki Smith nasce a Norimberga in Germania nel 1954. Figlia dell’artista americano Tony Smith e della cantante Jane Lawrence, Kiki Smith cresce nel New Jersey. Il suo linguaggio, fortemente evocativo e capace di esprimere la vita contemporanea, affonda le radici nelle rappresentazioni anatomiche del corpo umano così come nei racconti mitologici, nei bestiari e nelle cosmologie, in atmosfere medievali e fiabesche, in oggetti di culto appartenenti alle più diverse culture, nella storia e nel femminismo. Innovativa e indipendente, nei suoi lavori Kiki Smith utilizza i più diversi supporti e materiali: dal vetro al gesso, dalla porcellana alla ceramica, dal bronzo alla carta e attraverso questa attività occupa ormai da tempo un posto di rilevo nel panorama dell’arte contemporanea. Una sua grande mostra retrospettiva dal titolo Kiki Smith: Prints, Books and Things si è tenuta tra il 2003 e il 2004 al Museum of Modern Art - Queens di New York. Nel 2000 Kiki Smith riceve la Skowhegan Medal per la scultura e nello stesso anno viene introdotta all’America Academy of Art and Letters. I suoi lavori sono presenti nelle collezioni di molti musei, tra cui il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York, il Musée National d’Art Moderne Centre Georges Pompidou di Parigi e il Museo di Arti Applicate di Vienna. Kiki Smith vive e lavora a New York.

(n.m)

vedi recensione sulla mostra di Nadia Magnabosco

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Semiha Berksoy alla Biennale

Uno dei meriti di questa Biennale è di farci conoscere l'opera di una "grande vecchia dell'arte", Samiha Berksoy, un'artista turca morta l'anno scorso all'età di 94 anni di cui poco sappiamo. Ci sembra pertanto utile riportare, sia pure in inglese, alcune informazioni tratte dal sito www.turkishtime.org e scritte in occasione di una sua retrospettiva nel 2000.


"When he looked at the paintings of that young girl, Frida Kahlo, who would later become his wife, Diego Rivera, a renowned artist himself could not hold back his enchantment of the paintings or the young artist who painted them. He said, “There’s something in you that I don’t have. You make the painting from your inside, I do it from the outside”. If a person is born in 1910, starts drawing the stories she wrote at eight years of age and if her paintings cross oceans, her path would naturally intersect with the eminent artists, writers and painters of the particular period. As far as we know, there is no photograph bringing Semiha Berksoy and Frida Kahlo together. But the way both paint themselves “beautifully”, “from the inside” and started painting when they were almost children places them on the same snapshot in my mind. How can a person paint herself “beautiful”? We are talking about not that conventional “beautiful”, the opposite of “ugly” but rather about how ties with reality are flexed, the distinction of the eye used while looking into the mirror. Otherwise, some may even say they are uglier (in the usual sense of the word) in their paintings than they actually are/were.

Her own body as a work of art

Semiha Berksoy was born in Çengelköy. Her father wrote poetry by his humble means, her mother whom she lost at an early age was an artist. She taught her to read poetry with gestures and to paint with crayons. At 5 years, she sang Figaro’s Wedding in nursery school. She wrote her first poem while going to the second year of primary school and pictured it, too. In her school at Kadirga, there were Quran lessons as well; the Quran teacher was also spellbound by the brilliance of her voice. She had a theater and opera training; and then played the starring role in “Streets of Istanbul” the first Turkish talking movie shot by Muhsin Ertugrul. Semiha Berksoy became a favorite artist of Atatürk with her performance at Özsoy Opera.

She attended the Berlin State High Academy of Music, the department of opera. She was the first Turkish soprano applauded in Berlin. During the establishment of the Ankara State Opera, she returned to Turkey to take part in countless renditions in Turkey and abroad. Of her loves, the most legendary one was Nazim Hikmet.

She painted at the same time. She opened exhibitions in Berlin (1969), in Paris (1972) and in Ankara (1974); and on it went. Today the world knows her as the “Turkish diva” but whether she has an equivalent outside of Turkey, is not known.

In the 1997’s Istanbul International Biennial, in the eight-hour “Semiha B. Unplugged” directed by Kutlug Ataman, Berksoy told her life story. Actually, she goes around narrating herself all the time, though silently; those grotesque furry hats, the crimson blush on both her cheeks, her outfits of unimaginable combinations…Her voice accepted as one of the greatest in the world, her crayons and the sheets she decorated with oil paint are not enough to expose her soul, she walks around turning her own body into a work of art. She is a woman who sang an aria to the doctors under intensive care after the by-pass surgery she had at 90. She attached the secret of it all to a painting of hers: “I let out a Do, I beat death”.

(n.m)

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Biennale Venezia
FONDAZIONE LEVI - PALAZZO GIUSTINIAN
San Marco 2893 (30124)
fondazione.levi@flashnet.it
10.00 – 18.00, chiuso il lunedì (escluso lunedì 13 giugno 2005)
vernissage: 8 giugno 2005. ore 18.30

Bita Fayyazi Azad e Mandana Moghaddam
Ambasciatrici dell’Iran alla 51. Biennale di Venezia
Chelgis di Mandana Moghaddam

Le prime partecipazioni dell’Iran alla Biennale di Venezia risalgono agli anni Sessanta, anni in cui venivano selezionate opere di importanti artisti iraniani che esponevano alla Biennale di Teheran per portarle in Italia. Durante il periodo post-rivoluzionario, l’Iran non ha potuto più parteciparvi per infine riproporsi, dopo anni di isolamento, con tre artisti – Behrooz Daresh, Hossein Khosrowjerdi e Ahmad Nadalian – alla 50. Biennale di Venezia nel 2003.
Quest’anno, l’Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia ospita, per la seconda volta dopo la rivoluzione islamica, due artiste iraniane. L'insegnamento accademico dell'arte concettuale e delle espressioni visive contemporanee da parte di alcuni eminenti studiosi, che seguivano da vicino tendenze e fenomeni moderni nel mondo dell’arte, ha permesso alla generazione di artisti emergenti di accostarsi gradualmente a questa modalità espressiva e creare, avvalendosi di vari mezzi e reti di comunicazione, opere d’arte che hanno rivoluzionato i modi espressivi convenzionali e accademici del panorama artistico iraniano. Nondimeno, i passi più decisivi per l’introduzione e la definizione dell’arte concettuale e di nuovi approcci all’espressione artistica sono stati compiuti dal Museo d'Arte Contemporanea di Teheran con mostre come quelle intitolate Arte concettuale (2000) e Nuova arte (2001), manifestazioni che, unitamente a varie forme di sostegno offerte sempre dal Museo, hanno promosso approcci moderni all’arte presso una nuova generazione di esponenti iraniani nel cui ambito si sono formate due giovani artiste che rappresenteranno l’Iran alla Biennale di Venezia di quest’anno.
Ambasciatrici dell’Iran alla 51. Biennale di Venezia sono dunque Bita Fayyazi Azad e Mandana Moghaddam, due stimate artiste scelte dal comitato selezionatore proprio per la loro carriera artistica di successo. Oggi, la capacità di emergere di importanti artiste in ambito culturale, artistico e sociale lascia presagire un futuro promettente per la presenza di quest’“altra metà” della cittadinanza iraniana nel campo della creatività e della contemplazione.
Per la Biennale di Venezia di quest’anno, Mandana Moghaddam ha preparato un’installazione intitolata Chel Gis (quaranta trecce), che, traendo spunto da un antico mito iraniano, narra la storia di una bella ragazza imprigionata da uno sciacallo in un giardino paradisiaco. La ragazza non vede mai il suo carceriere, ma si dice questi che abbia deviato il fiume per impedire agli esseri umani di usarne l’acqua. Per uccidere lo sciacallo, creatura dal corpo di ottone, è necessario rompere il suo incantesimo. L’opera è composta da un blocco di cemento sospeso al soffitto da quattro trecce, ciascuna fissata con un nastro rosso all’estremità. Il blocco di cemento è simbolo della mascolinità tradizionale, assoluta, ma anche espressione di monotonia e freddezza. La treccia col nastro rosso è simbolo di brio, sensibilità e pacata luminosità femminile: è ciò che rende sostenibile il pesante blocco di cemento tenendolo sospeso. La dualità nell’opera dell’artista si trasforma in un’unica identità inscindibile e la realtà di ciascun elemento dell’equazione si fonde con l’altro. L’artista è una donna che, oltrepassando la soglia degli esperimenti visivi moderni, si è impegnata a creare un’opera d’arte atta a rievocare la mitologia nazionale iraniana e a svelare le realtà nascoste che regolano i rapporti tra gli esseri umani moderni.

La proposta di Fayyazi per la Biennale di quest’anno è invece intitolata Kismet (destino), termine impiegato per la prima volta da Edward Fitzgerald nella sua traduzione di Rubaiyat-e Khayyam e ormai entrato nell’uso corrente della lingua inglese.

The moving finger writes; and having writ
Moves on; nor all thy piety nor wit
Shall lure it back to cancel half a line
Nor all thy tears wash out a word of it.

Il dito in movimento scrive; e avendo scritto
Avanza; né tutta la tua pietà o arguzia
Lo indurranno a cancellare mezza riga
Né tutte le tue lacrime laveranno via una sola parola.

L’installazione è costituita da uno spazio cubico di 200 x 200 x 400 centimetri, di cui una delle pareti incorpora una lamiera, una sorta di trampolino, sulla quale sono disposte cinquanta sculture in alluminio di bambini a grandezza naturale a formare un arcipelago sospeso nello spazio o, viceversa, un grappolo pendente dai cieli. Sul pavimento giace una figura femminile dal cui stomaco si propaga una luce gialla. L’opera presenta indubbiamente alcune caratteristiche legate alla femminilità, alla maternità, all’immortalità e alla nascita. Come nei mari primordiali, dove la vita è esplosa in piccole particelle, l’acqua simboleggia la luce e la vita. Il grigio metallico e freddo dominante è invece simbolo della freddezza e dell’acqua che riluce, in particolare, nel grembo dorato della figura e costituisce il battito della vita nell’opera, in cui il grigio freddo e metallico rappresenta infine la casa, mentre il giallo suggerisce calore e vita.
Mandana Moghaddam e Bita Fayyazi sono artiste in conflitto con le tradizioni inveterate della società. Il tema centrale delle loro opere è il confronto e la reazione diretta ai fenomeni mitologici. Le loro creazioni sono riflessi delle varie espressioni della sensibilità umana, un’umanità che vuole vivere in un mondo tumultuoso e reagirvi.

Testo a cura di
Ali Reza Sami-Azar, commissario
Direttore del Tehran Museum of Contemporary Art

(n.m)

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Dall'otto giugno al 3 ottobre 2005
Karen Kilimnik


FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA - PALAZZETTO TITO
Venezia

Dorsoduro 2826 (30123)
+39 0415207797 (info), +39 0415208955 (fax

TESTO ANGELA VETTESE:
A casa

C’è la storia e ci sono le storie. Queste ultime si servono della prima come materia grezza da usare per un bricolage personale, quello che tesse la trama del nostro io. La casa è il posto giusto per farlo. A casa troviamo lo specchio magico dove si incontrano i fatti e i sogni, per formare la nostra famiglia interna di pensiero. Come sostiene Collier Schorr, “come un’istituzione, una casa nel lavoro di Kiliminik è un’istituzione, è qualcosa da cui scappare o in cui irrompere” (in Parkett 52, 1998).
Quando si gioca a “facciamo che io ero” si pesca un ruolo tra i tanti che ci hanno affascinato e lo si manipola. Sarebbe arduo, per un osservatore, capire cosa venga proiettato di sé in quel certo personaggio fittizio e quanto invece quel personaggio stia diventando fondante per la costruzione della nostra persona. Non solo i divi trovati nei rotocalchi, i personaggi dei romanzi, principi e ballerine, ma anche i luoghi e i fatti storici collettivi possono diventare la fonte di una ricostruzione interiore , di una autoterapia contro l’ansia.
Questa premessa pare doverosa di fronte alle opere di Karen Kilimnik , che traspone il mondo fisico e tangibile della vita in un universo più dolce o forse ancora più minaccioso, composto di sogni a occhi aperti e fissazioni della memoria. Come indicazione di metodo, occorre ricordare che ogni sua opera ne rievoca un’altra del passato, oppure prende le mosse da una fotografia divulgativa, o riproduce in maniera bidimensionale o tridimensionale un momento che ha una radice precisa: nel catalogo della mostra Post Human (1992) compare un omaggio incrociato a un brano del Dottor Zivago (The Sleight Ride, 1992) e alla pantera rosa che accompagna nei film Peter Sellers (Switzerland, the Pink Panther & Peter Sellers & Boris & Natasha in Siberia); in quella mostra campeggiavano i disegni dedicati alle modelle e alle attrici come Goldie Hawn in un sorriso imperfetto, imperterrito e accattivante. Per quella occasione l’artista, ancora nella fase in cui prediligeva l’installazione ambientale e il disegno, era stata affiancata ad artisti che investigavano il problema dell’identità, da Matthew Barney a Sylivie Fleury, da Mike Kelley a Janine Antoni. Malgrado i cambiamenti anche radicali intervenuti da allora nel suo modo di fare arte, riflettere su queste vicinanze ci aiuta a sbarazzare il campo da alcuni fraintendimenti: Karen Kilimnik è stata e rimane tuttora un’artista che lavora sullo spazio e non si confina alla pittura. Ora mostra una dedizione crescente all’olio su tela, ma le tematiche che tocca non si risolvono in un gratuito pittoresco. Anzi scavano sia in una ricerca personale sia in una citazione consapevole della cultura artistica di secoli lontani. I temi elaborati non convergono verso un grazioso gratuito, ma parlano dell’arte come un momento di riparazione rispetto alla brutalità di qualsiasi esistenza umana. Da questo punto di vista, diventa più chiaro il modo in cui Kilimnik “usa” i visi della gente famosa. La loro fama non protegge. Le celebrità sono persone come qualsiasi altra, con le loro tragedie e amori e pene. L’artista riproduce le loro fotografie nei suoi disegni o nei suoi dipinti come se fossero fonti, caratteri di base da cui prendere spunto nel pensare cosa implichi essere una persona.
Qui a Venezia, a Palazzetto Tito, ha scelto immediatamente di associare i suoi quadri a una vasta serie di aspetti installativi tesi a trasfigurare l’ambiente: una tappezzeria in una stanza – e possiamo vedere la stessa carta da parati blu, stile vecchia Inghilterra, per esempio in Prince Desirée … (1998) dietro al volto di Leonardo di Caprio; nidi sparsi come rappresentazione di cuori; nidi più grandi pieni di oggetti preziosi rubati che chiedono protezione; mobili e tende che tendono a sottolineare il carattere di dimora sontuosa. Un sovrapporsi barocco di segni che vengono dal presente e dal grande passato di Venezia. Allo spirito di questo luogo, che potrebbe agevolmente ospitare un fantasma, Kilimnik sta aggiungendo una colonna sonora di uccellini, alcuni uccelli veri, delle conchiglie intere e rotte, uno specchio con una cornice di conchiglie, delle tende, delle uova di plastica colorate, anelli, spille e collane di falsi diamanti, orecchini, perle finte, il suono registrato delle campane, velluto nero, nastri, una bottiglia di shampooo, roselline e altri fiori.
La lontana collettiva Post Human ci spiega anche, inserendo l’artista in quel contesto, che Karen Kilimnik proviene dal mondo vero della sua generazione, quello in si cui poteva incontrare Feliz Gonzales Torres prima che l’AIDS lo mangiasse, quello in cui esistevano i club più libertini della storia e un modo non ancora colpevolizzato di interpretare l’assunzione di droga o la sessualità omosessuale. Quando Karen divenne una giovane donna, attraversando quel guado così profondamente desiderato e faticoso per qualsiasi bambina, il mondo in cui si è venuta a trovare non è stata una sala di esercitazioni per ballerine classiche. Fare l’artista nei primi anni ottanta, tra l’altro, significava gettarsi in un’arena pericolosa da molti punti di vista.
Il suo lavoro successivo sembra essere stato connotato dalla paura di crescere, dalla paura di New York, dalla paura di un buio esistenziale e d’altro canto dal coraggio, che l’ha resa capace di affrontare anche gli ostacoli più difficili con incertezza solamente apparente. Dalle sue opere sembra emergere una strategia di difesa che è composta dal rifugiarsi nell’incanto, nell’identificarsi con il mito più o meno contemporaneo, dall’evitare il pericolo ma anche dal giocare con esso, come nella famosa partita di scacchi messa in scena da Ingmar Bergman ne L’Ultimo Sigillo.
Una prova di questo atteggiamento può essere vista nella letteratura dalla quale l’artista ammette di essere influenzata: Edgar Aallan Poe, Mary Shelley (a cui l’artista ha dedicato un ritratto nel 2001, Mary Shelley writing Frankenstein), Ernst Theodor William Hoffmann, Oscar Wilde, Agata Christie. Tutti condividono il combinarsi di un senso sottile per il grottesco e per l’assurdo nella società borghese con un lato intuitivo che prevede la parte inconscia della natura umana.
Anche le labbra succulente che trattengono una fragola nella bocca della bionda di turno sono, seguendo il titolo dell’opera (The black Plaghe, 1995) e gli occhi cerchiati di malattia della ragazza, un riferimento a un evento storico: la peste che ha ispirato il Decamerone di Boccaccio alla metà del XIV secolo. La fragola può essere letta come un richiamo sessuale, alla stregua del canto degli uccelli e dei loro colori, ma potrebbe anche essere interpretata come una trappola, come sangue e come segno di una morte incombente. Non c’è bisogno di dire che Dracula è per l’artista un ulteriore importante riferimento. Il titolo dei quadri emerge, dunque, come qualcosa che non ci dovremmo perdere, come un ipertesto che conferisce senso al testo dipinto. Una casa bianca di campagna con finestre scure diventa The Devil House (1998) e il ritratto di una giovane donna nobile diventa Circe at the Volcano (2002).
La qualità della pittura si azzarda a chiaroscuro incipriati, a toni pallidi che appaiono efebici. Possiamo percepire – come se fossimo rabdomanti in cerca di suggestioni – segni dei tempi e fantasmi dal passato. L’importanza dei riferimenti ai fatti storici realmente accaduti trova però una sua prova in installazioni come l’indimenticabile Battels of the Art oft War (1991) , dove fumo reale invadeva fisicamente la galleria, con un vero cannone che sembrava avere appena sparato, con i muri che apparivano scioccati dalla paura, con segni pittorici, bandiere, uccelli che cadevano, frammenti di stoffa e memorie di un arredamento da discoteca.
Dopo il trauma che ha attraversato New York ben prima delle due torri, Kilimnik è scappata lontano e si rifugia in un mondo di fantasia. Per questo, in questa mostra, arredi e tappezzeria possono essere inglesi benché l’ambiente sia chiaramente veneziano. Quando si immagina o si pensa, tutto si ibrida in associazioni indebite ma forse proprio per questo interessanti. La fantasia è un ventre fertile e mai pedante. Ruba dovunque, come attestano i gioielli luccicanti che si accatastano nei nidi, quasi reperti di una gazza ladra e quasi che, appunto, la gazza ladra sia metafora dell’artista.
Il fantastico è quel senso di libertà nel raccontare che giustifica il particolare amore di Kilimnik per le parti vecchie di New York, per gli anni sessanta del Novecento, i novanta dell’Ottocento, gli ottanta del settecento, per il seicento. L’artista ne fa uso a piene mani e combina coroncine di fiori con ritratti di voga settecentesca, scene di caccia e modelle da swingign London.
Quello che non dovremmo dimenticare, e che in effetti ci aiuta a leggere questa mostra così come l’intero procedere dell’artista, è che la finta bambina ha assorbito con maturità penetrante i temi duri del suo essere americana, da un lato, attaccata dai miti di celluloide e dalle nuove patologie sociali. Dall’altro lato, il suo apparente passatismo tecnico non potrebbe essere nato senza i muri luccicanti di carta argento della Factory di Andy Warhol, senza la sua scioltezza nel rubare immagini al mondo vero per setacciarle e riproporle. Non potremmo capire Karen Kilimnik senza guardare la televisione e le bambole come Twiggy e i vecchi film di cappa e spada e di storie sentimentali; tuttavia, non coglieremmo nulla di ciò che ci sta dicendo se non riallacciassimo il suo lavoro - anche e soprattutto - al lessico e ai temi artistici più estremi degli ultimi quarant’anni. Questo mondo di favola non ha ironia e non ostenta ideologia. Ma racconta magistralmente che siamo dilaniati dai nostri stessi modelli, dai nostri miti e da ciò che consideriamo la nostra casa mentale.

Angela Vettese

(n.m)

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Barbara Kruger: Leone d'oro alla Biennale

"Su proposta di María de Corral e Rosa Martínez, direttori della 51. Esposizione Internazionale d'Arte (12 giugno - 6 novembre 2005), il Consiglio d'Amministrazione della Fondazione la Biennale di Venezia, presieduto da Davide Croff, ha attribuito il Leone d'oro alla Carriera della 51. Esposizione all'artista statunitense Barbara Kruger.

L'artista presenta, nell'ambito della mostra L'esperienza dell'arte a cura di María de Corral, la nuova grande installazione Untitled (Façade), 2005, "tatuaggio murale" ideato per l'occasione, che verrà realizzato sulla facciata del Padiglione Italia ai Giardini.

Per María de Corral: "Barbara Kruger è un'artista concettuale il cui lavoro combina immagini e testi indirizzati verso rappresentazioni culturali del potere, dell'identità e della sessualità, sfidando stereotipi e clichés. Attraverso le icone visuali da lei create dagli anni '70, interroga lo spettatore su temi quali il femminismo, il classicismo, il consumismo, l'autonomia individuale e il desiderio".

Secondo Rosa Martínez: "Barbara Kruger gioca con le strategie linguistiche dei mass media per realizzare messaggi chiari ed efficaci che raggiungono e colpiscono la coscienza del pubblico. Giustapponendo brevi frasi a immagini fotografiche riprese dalla stampa, l'artista crea dei collages radicali, attraverso i quali analizza la vita contemporanea nella società occidentale. La sua opera rinnova la ricca tradizione critica che concepisce l'arte come strumento politico per trasformare la consapevolezza personale e sociale, in relazione al mondo in cui viviamo".

Il Leone alla Carriera a Barbara Kruger sarà consegnato venerdì 10 giugno a Venezia nel corso della cerimonia di premiazione della 51. Esposizione presso il Teatro alle Tese dell'Arsenale, in cui saranno consegnati anche tutti gli altri premi ufficiali: il Leone d'oro a un artista presente alle mostre internazionali L'esperienza dell'arte e Sempre un po' più lontano, il Leone d'oro per la migliore partecipazione nazionale, il Leone d'oro ad un artista giovane (under 35) presente alle mostre internazionali. Nel corso della cerimonia di premiazione sarà assegnato anche il Premio per la giovane arte italiana 2005, promosso dalla DARC - Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanee e dal MAXXI - Museo nazionale delle arti del XX secolo.


Nata a Newark (New Jersey, USA) nel 1945, Barbara Kruger lavora, dopo gli studi presso la Syracuse University and Parsons School of Design, in svariati settori come la fotografia, l'insegnamento, la scrittura critica, i progetti di arte pubblica e la pubblicazione di libri. Tra le opere più importanti da lei realizzate, vi sono il parco e l'anfiteatro all'aperto nel North Carolina Museum of Art a Raleigh; la stazione ferroviaria di Strasburgo; il pavimento a mosaico del Fisher College of Business nella Ohio State University di Columbus, Ohio. Ha scritto sulla televisione, il cinema e la cultura per Artforum, Esquire, The New York Times e The Village Voice. Vive a New York e a Los Angeles.
La sua opera esplora a partire dagli anni '70 fondamentali questioni sociali e politiche attraverso i suoi caratteristici slogan, diventando una delle interpreti più significative dell'arte femminista. La Kruger ha iniziato la sua carriera come graphic designer, art director e responsabile delle immagini per riviste e pubblicazioni: questa lunga esperienza nel design è evidente nella sua opera, per la quale è internazionalmente conosciuta. Usando la tecnica del montaggio, la Kruger taglia e ingrandisce fotografie trovate nei più svariati contesti. Queste immagini assumono un nuovo significato poiché vengono messe a fianco di frasi sintetiche ed aggressive, una sorta di dichiarazioni che coinvolgono lo spettatore nella lotta per il potere e il controllo di cui parlano quelle scritte. Con un segno originale e definito, caratterizzato da evidenti caratteri neri su sfondi bianchi o rossi, i suoi slogan comunicano messaggi quali "Compro dunque sono" oppure "Il tuo corpo è un campo di battaglia", per attaccare l'oppressione, l'ipocrisia e la struttura di potere con cui gli uomini assumono ogni controllo. I suoi testi mettono in discussione importanti temi sociali, sebbene siano ripresi dalle riviste di larga diffusione che propagandano molti dei concetti evidenziati in maniera ideologica dalle sue opere. Così come è presente nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo, l'opera della Kruger viene esposta anche nei luoghi pubblici, per esempio su tabelloni pubblicitari, magliette, borse per la spesa, trasporti pubblici, biglietti e libri, per rendere immediati e diffusi i suoi messaggi, aumentando il loro impatto in termini di critica sociale e politica.
L'artista ha partecipato nel 1982 alla Biennale di Venezia e nel 1982 e 1987 a Documenta di Kassel, e alle edizioni 1985 e 1987 della Biennale del Whitney Museum di New York.
Tra le numerose mostre personali, le principali si sono tenute nel 2000 al Whitney Museum, nel 1999 al Museo d'Arte Contemporanea di Los Angeles e nel 1983 all'Institute of Contemporary Art di Londra."

(n.m)

vedi articolo di Arianna di Genova su il Manifesto del 25 maggio 2005

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Segnalazioni artistiche 2007
Segnalazioni artistiche 2006
Segnalazioni artistiche 2005
Segnalazioni artistiche del 2004
Segnalazioni artistiche dal settembre al dicembre 2003
Segnalazioni artistiche dal marzo all'agosto 2003

vedi anche Biennale 51 sul sito della Libreria delle donne di Milano
http://www.libreriadelledonne.it/news/biennale/biennale.htm