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CRONACHE 2005
artiste nel mondo
(segnalazioni artistiche di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 
 

 

13 - 22 DICEMBRE 2005

Quintocortile
Viale Col di Lana 8 - 20136 Milano
tel. 338. 800. 7617
segr.telef. 02. 5810. 2441

"EX VOTO"

installazione di Mavi Ferrando con 60 interventi di 30 artisti
presentazione di Donatella Airoldi


particolare dell'installazione prima degli interventi

L'installazione "Ex voto" consiste nella realizzazione da parte di Mavi Ferrando di una serie di piccole sculture in legno dalla forma ottagonale di cm 61,5x19x1,6 e sulle quali 30 artisti sono stati invitati ad intervenire con un'operazione di interazione e contaminazione linguistica sul tema degli ex voto. Ogni opera diventerà pertanto un lavoro a 'due mani' e a due firme.

artisti: Silvia Abbiezzi, Donatella Bianchi, Adalberto Borioli, LeoNilde Carabba, Giuseppe Denti, Silvia Cibaldi, Giovanni Fabris, Fernanda Fedi, Mario Gatto, Gino Gini, Jane Kennedy, Giorgio Longo, Marilde Magni, Esther Martel, Jutta Mahnke, Sandra Mazzon, Hera Mendikian, Daniela Miotto, Agustin Olavarria Valdivia, Roberto Origgi, Gianni Ottaviani, Giuseppe Prenzato, Antonella Prota Giurleo, Luca Rendina, Raffaele Romano, Elisabetta Sperandio, Armando Tinnirello


inaugurazione: martedì 13 dicembre alle ore 18

orario: da martedì a venerdì dalle ore 17,30 alle 19,30

(m.m)

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dal 28 novembre 2005 al 15 dicembre 2005

Nadia Magnabosco Marilde Magni
Sirene, regine o perfide matrigne…



Circolo Culturale Bertolt Brecht/ Spazio 2
Via Giovanola 21 c - 20142 Milano
MM2 Abbiategrasso


Inaugurazione lunedì 28 novembre 2005 alle ore 18
La mostra sarà aperta lunedì, mercoledì e venerdì dalle 18 alle 20
e sabato 3 dicembre dalle 15 alle 18
Ciclo: 2005…sguardi divergenti - A cura di Lorenzo Argentino

Si conclude con questo nuovo progetto il percorso iniziato da Nadia Magnabosco e da Marilde Magni sulle figure femminili a latere: ieri erano le bambole, simbolo di un'infanzia libera e sapiente, poi è stata la volta delle streghe, affascinanti sacerdotesse dell'anticonformismo; oggi tocca alle sirene e alle regine. Il lavoro di Nadia e Marilde - un'opera comune, giacché comuni sono gli intenti e la poetica e, talvolta, anche le installazioni - affonda le radici nello studio dell'antropologia, della mitologia e della storia, alla ricerca di archetipi femminili alternativi. Su questa base si innestano poi le personali scelte stilistiche: modulata su declinazioni più pittoriche quella di Nadia, centrata sull'assemblaggio di oggetti rinvenuti casualmente quella di Marilde. Nascono così opere che si inseriscono nel solco dell'iconografia del femminile, ponendosi oltre e aldilà della questione dell'arte al femminile. Le regine e le sirene che popoleranno questa mostra non saranno icone o ritratti storici, ma rappresentazioni, al limite del simbolico, della forza e del coraggio della scelta. Il femminino che va così delineandosi è alternativo ai modelli oggi in voga. Combattute tra il miraggio della perfezione estetica (ovvero dell'omologazione estetica), tra vocazioni più o meno sentite al domestico e al casalingo o tra i modelli frettolosi e maschili della donna in carriera, molte potranno riconoscersi in queste regine: signore dei propri cuori e delle proprie menti, indipendenti, volitive e forti, decise ad estendere i confini del proprio regno ad ogni esperienza, ad ogni passo compiuto con le gambe o con la fantasia. Perché in realtà, il vero soggetto di questa mostra è il potere, inteso sia come esercizio della forza, dell'autorità, della legge, sia come capacità e possibilità di fare. A tutte coloro che hanno fatto, cambiato, deciso, inciso, scelto va questo omaggio, scevro d'ogni giudizio morale: alle due artiste poco importa fare la conta e la separazione tra le regine buone e quelle cattive - bontà e cattiveria sono due lati della stessa medaglia; tra quelle con corona e diademi e quelle con gli stracci - un trono di velluto può essere più scomodo di un cartone nell'angolo della stazione, una corte di gatti randagi più fedele dei fruscii delle sete dei palazzi; tra personaggi reali e personaggi inventati - la fantasia sola può salvare il mondo. Alle artiste importa farsi e farci conoscere come regine.


Cinzia Bollino Bossi

(m.m)

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11 x 5 = 55
55 cartoline di 11 artiste


Silvia Cibaldi - Gaia Clerici -
Daniela Dell'Amico - Maria Teresa Fata -
Mavi Ferrando -
Sabrina Ghiri -
Nadia Magnabosco - Marilde Magni -
Maria Mesch -Annalisa Mitrano -
Franca Munafò

La casa Bioecologica
V.le Piemonte, 28
Busto Arsizio

da sabato 26 novembre a sabato 3 dicembre 2005
dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19

(n.m)

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Con questa foto, "Rompere il ghiaccio", l'artista Jutta Mahnke ha vinto il primo premio del concorso "CERCHI CERCA SCATTI. Scatti di donne che vogliono vedere" indetto dalla Cooperativa Sociale Cerchi d'Acqua di Milano che si occupa di violenza contro le donne all'interno della famiglia.



"IL GHIACCIO SI SCIOGLIE NON APPENA TROVI IN TE IL CORAGGIO DI AFFRONTARE LA
PAURA CHE TI BLOCCA. NON ABBATTERTI DI FRONTE A CIO' CHE FORSE TI SEMBRA IRRISOLVIBILE. ESCI DAL CONGELAMENTO CON LA CONSAPEVOLEZZA CHE, ALLA LUNGA, UN PROBLEMA NASCOSTO E' MOLTO PIU' DANNOSO DI UNO MANIFESTO E SCOPRIRAI CHE E' MEGLIO ANDARE  INCONTRO AI CONFLITTI PIUTTOSTO CHE  NEGARLI PERCHE' QUESTI SI POSSONO TRASFORMARE  E  NON ESSERE PIU' IN UN TUNNEL CIECO SENZA VIA  DI USCITA".

(n.m)

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"B come bambine: carine o maligne?"

opere di Nadia Magnabosco

Anteo Spazio Cinema
Via Milazzo, 9 - Milano
dall'1 ottobre al 30 novembre 2005


Dei dipinti di Nadia Magnabosco ci parlano innumerevoli bambine: compiute o stilizzate, sempre disegnate con colori forti e giochi di contrasti. Bambine qualche volte spaventate, più spesso segnate da espressioni diaboliche ricche di una sapienza antica. Si snoda una galleria di ritratti femminili , come il riproporsi di un autoritratto tracciato pescando in immagini raccolte sul fondo dell'inconscio che rimandano alla zona oscura di un'infanzia dimenticata, il doppio non riconciliato di una bambina obbediente, misterioso e forse crudele al di là dell'innocenza. E' come un percorso di apprendimento che si precisa in ogni opera e che aspetta di esaurirsi per poter ripartire verso altre mete, e intanto si prende la libertà di osservare il mondo e capovolgerlo a proprio piacimento, come le donne in questi anni hanno imparato a fare. Con la sua pittura Nadia ritorna a parlarci della figura femminile attenta a una voce interna che affiora senza quasi si sappia come prende forma, attraverso immagini che emergono dal vuoto e dal niente e si attestano inquietanti talvolta anche per la mano che le ha dipinte.

Gabriella Lazzerini

(n.m)

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Dal 7 al 18 novembre

FIGURE IN TEMPI VARIABILI

personale di Elisabetta Baudino
a cura di Lorenzo Argentino

Inaugurazione: lunedì 7 novembre 2005 alle ore 18,30
La mostra rimarrà aperta fino al 18 novembre 2005, nei giorni di martedì, giovedì e sabato- ore 17/19 e su appuntamento nello Spazio1 del Circolo Bertot Brecht, Piazza San Giuseppe, 10 - Milano
dal 28 novembre fino a Natale le opere rimarranno esposte nello studio di via Manzoni, 53, Opera (Mi) lunedì, martedì, mercoledì ore 17/19 e su appuntamento
www.elibaudino.net

Finestra, strada che porta lo sguardo alla luna, intuire la profondità in un paesaggio o nel movimento di una conversazione, lì, sullo sfondo.Lo spazio che si percorre e i mondi dischiusi sono interiori. Colore ed emozione incontrano forme che delimitano e pensieri che conferiscono spessore.
Non è solo la profondità del concetto e dell'interpretazione - solido orizzonte delle figure di questa artista -, ma uno spessore di ricordi e di attese, un tempo sedimentato nell'interiorità e disteso oltre lo sguardo bambino del desiderio.Dalla loro dimensione ancestrale e senza tempo, figure archetipe di donna-albero sembrano indicare, con la forza del paradosso, il fluire incessante della vita e il radicamento come condizione ineludibile, convergenza di limite e ricchezza. Ricorrono altri miti: la partita a scacchi come metafora dell'esistenza e il ballo mascherato come teatrino della catena dei giorni. Un presentimento di morte si lascia cogliere nella frenesia della spesa e nello stallo di Faust, mentre un altro tempo si stacca dalla perplessità e continua a scorrere. Elisabetta Baudino propone uno slittamento di piani, dove l'interiorità che comprende l'istante, pur privilegiata nel conferimento di senso, non è in fase rispetto ad un tempo sempre un po' più in là.
Che cos'è dunque il kairòs? Redenzione o ricerca? Dannazione e gabbia? È l'incontro che ci apre la nostra piccola verità. È trovare un'altalena su cui oziare in un gioco di equilibri e abbandoni. Oppure trovare un pezzo di legno, una roccia e un profilo che si tengono nella distanza dei loro mondi e restituiscono, con stupore, un breve tratto di quella strada che porta alla luna.

presentazione critica di Vera Maria Carminati

(n.m)

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Kiki Smith - on and about sculpture and drawing


Il 28 ottobre si è aperta presso la Galleria Lorcan O'Neill di Roma la personale di Kiki Smith. L'artista americana arriva a Roma con alcune sculture di varie dimensioni e materiali: bronzo, ferro e porcellana. L'oggetto principale della sua indagine artistica è sempre la figura femminile, sia che si tratti di piccole statuette, sia di lavori di solenni dimensioni come la "Guardia", una scultura di bronzo dalla forte ascendenza materna che domina lo spazio della galleria. Alle pareti, due soggetti per due serie di disegni: in una grandi immagini di donne mentre nell'altra fiori a matita di bellezza fragile e caduca.
Galleria Lorcan O'Neill - Via d' Orti d'Alibert, 1/e - Roma
sino al 28/11/2005

(n.m)

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Rachel Whiteread: le sculture della memoria

Serpentine Gallery, Kensington Gardens, Londra W2.

11 October 2005 – 2 April 2006


"The latest in the celebrated Unilever Series of commissions for the Turbine Hall has been undertaken by Rachel Whiteread.As one of Britain's leading contemporary sculptors, Whiteread has undertaken several public commissions. She was awarded the Turner Prize in 1993 for House and, more recently, has completed the Holocaust memorial in Vienna and Monument which was displayed on Trafalgar Square’s empty plinth.
For the Turbine Hall, she has created a gigantic labyrinth-like structure, entitled EMBANKMENT, made from 14,000 casts of the inside of different boxes, stacked to occupy this monumental space. The form of a cardboard box has been chosen because of its associations with the storage of intimate personal items and to invoke the sense of mystery surrounding ideas of what a sealed box might contain. "

"Per la Turbine Hall della galleria londinese, la scultrice Rachel Whiteread che lavora ossessivamente da anni intorno ai temi domestici, rifacendo arredi e stanze con materiali deperibili, ha pensato di disorientare lo spettatore con un gigantesco labirinto intitolato Embankment. Whiteread che nel 1993 vinse il Turner Prize con la sua House, una ricostruzione in calco di una casa popolare londinese, ha riempito lo spazio della Tate Modern con stampi di scatole esatoline accatastate in modo da creare un percorso misterioso attraverso argini e confini di un "continente acquatico" che non esiste. la mappatura del luogo d'arte è sconvolta mentre l'artista, al posto dei suoi soliti "vuoti", letti, tavoli, sedie (in gesso, cera, silicone) prive di un'umanità che le abita, sceglie di affastellare oggetti, impedendo qualsiasi movimento libero e lanciando l'allarme per una passeggiata fra container, relitti risputati dall'oceano. Si cammina dunque, a proprio rischio e pericolo."
                                                            Arianna Di Genova su Alias del 14/ 01 / 2006

(m.m.)

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Adolescenti bestiali e cybercorpi in mostra di Arianna Di Genova

Altre Lilith. Le Vestali dell'Arte - Terzo Millennio
Trentasei grandi artiste internazionali espongon
o
alle Scuderie Aldobrandini del Comune di Frascati
P.za Marconi, 6 - Frascati (RM); Tel: 06 9417195 - 06 9417196

Dal 16 ottobre al 27 novembre 2005.

Carolina Raquel Antich, Vanessa Beecroft, Daniela Buoncristiani, Jessica Rosalind Carroll, Donatella Di Cicco, Bruna Esposito, Janieta Eyre, Stefania Fabrizi, Vibeke Fuglsang-Damgaard, Armida Gandini, Mariela Gemisheva, Susy Gómez, Nicky Hoberman, Chantal Joffe, Yumi Karasumaru, Marya Kazoun, Coralla Maiuri, Heidi McFall, Margherita Manzelli, Eva Marisaldi, Ada Mascolo, Tracey Moffatt, Sükran Moral, Mariko Mori, Nzingah Muhammad, Sabah Naim, Orlan, Lucy Orta, Margot Quan Knight, Luisa Raffaelli, Floria Sigismondi, Pia Stadtbäumer, MariaLuisa Tadei, Olga Tobreluts, Ester Viapiano, Giovanna Zinghi.

Alle soglie del terzo millennio la questione dell'identità femminile e della sua definizione è una ferita ancora aperta e sanguinante sul corpo complesso e dolorante delle società ipermoderne dell'Occidente e di quelle del Sud del mondo in via di sviluppo. Nel pieno della terza rivoluzione industriale, lasciata alle spalle l'epoca delle grandi rivendicazioni femminili in ambito politico, economico e sessuale, l'era della globalizzazione e dell'informazione impone ancora una riflessione sulla figura della donna e sul ruolo che le compete nel presente. L'apertura delle frontiere europee con il conseguente accorpamento di nuove aree geografiche del continente, il sorgere di competitivi imperi economici come la Cina, la circolazione ubiqua di merci e informazioni, i progressi compiuti in termini di spostamento grazie all'introduzione e all'utilizzo di migliori tecnologie hanno rapidamente modificato la concezione di spazio, tempo, storia e identità umana. Ripensare l'identità femminile oggi, a partire dai più recenti cambiamenti che l'hanno vista partecipe in prima linea sul fronte della politica, dell'economia, della cultura, della famiglia e delle relazioni con la parte maschile dell'universo, significa ripensare la società stessa a partire dalle sue radici antropologiche. Lungi dal presentarsi al mondo nella veste obsoleta d'angelo del focolare, la donna ha messo in luce negli ultimi vent'anni un nuovo aspetto grintoso e combattivo, provocatorio ed energico, protettivo e disperato culminato nella creazione di differenti modelli di femminilità. Accanto alla donna androgina proposta all'inizio degli anni '90 si è affiancata una nuova tragica figura, quella della kamikaze, in grado di sfidare i suoi limiti per occupare un territorio maledetto che fino a ieri era stato appannaggio maschile. Non vogliamo dire che ciò sia un bene; vogliamo semplicemente riaffermare la necessità di riflettere ancora su questa figura del femminile. Una mostra d'arte è pertanto un'ottima cartina tornasole, uno specchio inesorabile di verità, un prisma ottico che rifrange meravigliosamente tutte le complessità e le sfaccettature di un universo in continuo e rapido mutamento. La questione femminile è d'altra parte venuta a complicarsi ulteriormente in seguito alle articolazioni di una società dove le categorie di Locale e Globale si fronteggiano quotidianamente insieme a quelle di pubblico e privato. Il passaggio dal corpo sociale al corpo femminile come territorio ultimo di scambio di tutte le funzioni sociali ed economiche è nuovamente al centro di feroci dibattiti intellettuali. La politica, l'economia, la moda, la sociologia, la filosofia e adesso anche il marketing non cessano di interessarsi a lei. Nella mostra Altre Lilith: Le Vestali dell'Arte - Terzo Millennio, vengono evidenziati attraverso i processi creativi e le opere realizzate, i nodi concettuali e poetici del "fare arte" oggi e i molteplici snodi sociologici in cui la donna contemporanea vive e lavora tra mille difficoltà. A fronte del suo essere nel mondo come e più di prima, il femminile continua a riservare sorprese, a liberare energie positive e a esplodere di creatività a tutte le latitudini del mondo. Le artiste riunite in questa esposizione si confrontano con i differenti orizzonti tematici dell'appartenenza e delle origini territoriali, della funzione e del suo ruolo sociale, della modificazione del corpo come sindrome di adattamento o resistenza al reale, con il corpo come ultima merce di scambio economico, con i concetti di etnia, etc. Tutto ciò non è un vezzo di pensiero bensì un'urgenza prioritaria per affondare dentro il presente della nostra quotidianità e per interpretare un futuro che è già qui.

mostra curata da Rosetta Gozzini e Gabriella Serusi

(n.m)

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Quintocortile
viale Col di Lana 8 - 20136 Milano

11 - 20 ottobre 2005

AUTUNNESCHE + POETINCONTRO 1

Con questa mostra, che è la terza di un ciclo che esplora suggestioni e sentimenti suscitati dai diversi periodi dell’anno, si sperimenta un modello di manifestazione che contempla all’interno dell’esposizione una serie di appuntamenti fissi di poesia, di breve durata, alle ore diciotto di tutti i giorni di apertura della mostra.L’ultimo giorno della mostra, 20 ottobre, finissage con gli interventi dei poeti invitati.
"Autunnesche" sono storie di foglie che cadono e delle prime nebbie, di funghi e di colori bruni. Ma sono anche la ripresa della vita dopo la sospensione estiva, i programmi, i progetti. E poi sono le finestre chiuse per i primi freschi e le giornate che continuano a raccorciarsi giorno dopo giorno. E poi ….

artisti: Adalberto Borioli, LeoNilde Carabba, Mavi Ferrando, Giorgio Longo, Daniela Miotto, Raffaele Romano, Luca Rendina, Nada Pivetta, Armando Tinnirello


inaugurazione: martedì 11 ottobre alle ore 18,30
finissage: giovedì 20 ottobre alle ore 18 con le letture dei poeti

poeti: Amedeo Anelli, Luigi Cannillo, Gabriella Galzio, Guido Oldani, Alberto Mari, Maria Pia Quintavalla

flautista: Adalberto Borioli
orario: da martedì a venerdì dalle 17,30 alle 19,30

(n.m)

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personale di Antonella Prota Giurleo

Librertà / Librertad

Istituto Italiano di Cultura.
Avenida Arequipa 1075
Lima. Perù.

da: Lunedì 24 ottobre 2005 alle ore 19 sino a Martedì 8 novembre 2005

L'agire di Antonella Prota Giurleo parte dal suo essere donna e dal senso che per lei hanno le relazioni con le altre persone e con il mondo. Per la mostra di Lima, che costituisce momento di inaugurazione della settimana della cultura italiana, l'artista ha lavorato sul tema della predilezione femminile per la lettura, realizzando due installazioni, una performance e una rappresentazione fotografica.
Le installazioni hanno origine dalle risposte di più di cento donne alla domanda: Se il piacere di leggere fosse un colore, quale sarebbe?
In Il colore della lettura i colori indicati trovano forma in 108 collages (cm 20 x 30); in Leggere, passione femminile i colori sono dipinti su teli stesi come fossero un bucato.
Il desiderio di visualizzare luoghi e posizioni della lettura viene indagato in Dove leggono le donne, convocazione di Arte postale alla quale hanno aderito 108 partecipanti da diversi paesi del mondo.Il titolo della mostra è una parola inventata, Librertà, che esplicita il nesso tra libertà e libri, tra libertà e cultura.
Nadir Morosi, direttore dell'Istituto italiano di Cultura di Lima, così scrive nel testo di presentazione: " La mostra di Antonella Prota Giurleo, ha la caratteristica di offrire al fruitore un repertorio di oggetti che si riferiscono alla memoria, vale a dire a quelle cose della vita comune di ogni giorno che costituiscono una serie di ricordi, di riflessioni, di tracce di un passato che risulta essere quanto mai vivo e presente. "
Donatella Airoldi, nell'analisi critica dell'opera dell'artista, scrive : "Antonella Prota Giurleo ci porta a comprendere come degli strappi legati alla carta o al tessuto possano trovare equilibrio e gioia di vivere: mappe colorate, fili, stoffe parlano di sottili vissuti. Il bucato un lavoro che vive di aria e di luce riesce a farci vedere donne antiche mentre chiacchieravano nello stendere i loro teli al sole. E' come se la compresenza dei sentimenti opposti fosse qui esplicitamente rappresentata: gioia e dolore, espansione e ripiegamento, pianto e riso. E gli oggetti, nel loro significato simbolico, diventano parola e racconti, quasi inesauribili nei loro rimandi associativi"

(n.m)

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26 - 30 SETTEMBRE 2005

SVESTITI


In concomitanza con la settimana di MilanoModa 11 artiste contemporanee presentano altrettante opere ‘a tema’ dal parodiante titolo ‘Svestiti’.
Una ironica e ambigua pausa di riflessione dall’abbuffata di vestiti, modelle e party.


a cura di Donatella Airoldi
presentazione di Roberto Borghi

opere di:
Bruna Aprea, Silvia Abbiezzi, Hera Mendikian, Jane Kennedy,
Nadia Magnabosco, Sonia Avellino, Elisabetta Pagani, Marilisa Pizzorno, Mavi Ferrando, Anna Santinello, Silvia Cibaldi

inaugurazione: lunedì 26 settembre alle ore 18,30
orario: tutti i giorni dalle 17,30 alle 19,30

da (Delt@ Anno III, n. 188 del 28 settembre 2005):

A Milano “Svestiti”: ironica “controrisposta” alla settimana della moda
di Eleonora Cirant

“Svestiti” è il titolo provocatorio della mostra inaugurata lunedì 26 settembre nello spazio Quintocortile, una “ironica e ambigua pausa di riflessione dall’abbuffata di vestiti, modelle e party” che si svolge in occasione della settimana della moda. Il Comune di Milano ha invitato le gallerie d’arte cittadine di aderire all’iniziativa promuovendo eventi culturali e Donatella Airoldi, curatrice della mostra, insieme a Mavi Ferrando hanno colto l’occasione per proporre, attraverso l’arte, un messaggio “differente”.
Scrive Donatella nell’invito che con la mostra ‘Svestiti’ si è cercato di trasmettere il senso di una magica povertà, “non una carrellata di lussi e di fasti, ma la nudità dei corpi o delle vesti nel suo senso più articolato e profondo, vera protagonista di incondizionata ricchezza, ben al di là degli stereotipi commercial-estetizzanti. Le undici artiste presenti formano e sformano il nudo cercando corpi assenti o prosperosi, vestiti frantumati o gocciolanti di metallo prezioso, svestiti dal loro abituale sguardo addomesticato, maliziose seduzioni per essere un’attrazione a volte di crudeltà sopraffina. Originalità del nudo, o del corpo che non c’è, placata nel tempo, che accede a via furtive per essere accattivante”.
Sono donne le artiste, femminile il corpo attraversato dal segno artistico e restituito allo sguardo nella sua complessa stratificazione di significati. Come descrivere le opere d’arte se non attraverso le emozioni che suscitano?
Nel quadro di Bruna Aprea non sono le natiche nude delle due donne a turbarmi, ma il loro sguardo a me mentre guardo, esse stesse guardate da due maiali. Nell’atto di guardare mi accorgo: non sono i maiali, ma io stessa a scrutare le forme di quei nudi femminili. I loro occhi mi osservano da sotto i capelli, puntando nel fondo di un voierismo che permea la società e il nostro stesso sguardo, immergendoci in una sorta di continuum pornografico.
I seni del quadro di Silvia Abbiezzi, modellati e dipinti con una tecnica mista (colore e imbottitura) sono tanto belli da sembrare veri, viene voglia di toccarli. Vediamo solo il tronco di un corpo che immaginiamo stupendo, ma è un corpo cucito – ago, filo, ganci - come un modello di perfetta sartoria. Immersa nella visione del quadro, affiorano alla mente due immagini: la chirurgia estetica e i corpi sfigurati dalle guerre, sbranati dalle mine, ricuciti per pietà.
L’opera di Hera Mendikian affonda nello stomaco come uno di quegli incubi da cui ti svegli sudata e raccapricciata. A descriverla fisicamente, è fatta di bambole e stoffe. Ma nell’impatto con l’immaginazione, le creature avviluppate in bozzoli neri sono bimbi, oppure feti, oppure siamo noi stesse, sepolte sotto le macerie di antichi traumi?
Passiamo dal nero di Mendikian al bianco dell’istallazione di Nadia Magnabosco e il fremito non si stempera ma rimane sospeso all’imbocco della pancia, tra il sogno e la realtà. L’abito candido e fiorito di una bambina è chiuso dentro una gabbietta a forma di casa. E’ l’infanzia tradita dalla violenza degli adulti che hanno chiuso in gabbia la propria. Solo aprendo quella porta chiusa possiamo liberare la voce della bambina che ancora vive dentro di noi. Infatti la porticina della casa è aperta e qualcuno ha potuto mettere una scala e un’altra ancora e un’altra ancora.
Altre infanzie baluginano come ombre nella parte inferiore del trittico di Elisabetta Pagani. Al centro, una donna provocante, nuda su velluto rosso, ha il volto coperto da una veletta nera. Mentre espone il proprio corpo come oggetto di consumo e al tempo stesso di adorazione, maschera la parte vera di se stessa: lo sguardo. Gli occhi che ci guardano dalla parte superiore del quadro sono quello sguardo negato, che qui risplende con una luminosità tale da rimanere impressa come un ricordo tattile: il calore del sole sulla pelle.
Nell’istallazione di Anna Santiniello vedo un corpo femminile ridotto al suo involucro, o un involucro che da forma ad un corpo femminile, o anche un vuoto modellato a forma di donna da una fitta griglia di metallo nero. E’ senza bordi questo busto di trama nera che evapora nell’aria appena sotto i fianchi. Mentre lo guardo, ho il sospetto di vedere in uno specchio di materia quella mia parte dove l’orlo dell’anima è sfilacciato.
Ironica l’istallazione di Silvia Cibaldi, che ha preso un busto per la cura della scoliosi e lo ha reso oggetto d’arte. Ma, del resto, la moda impone schemi rigidi a chi ne fa non gioco, ma veicolo di identità. Il busto ha la pesantezza del piombo e sulle due protuberanze che – in origine – servivano a tenere dritte le spalle, Silvia ha dipinto due occhi. Dentro il busto, immagini di donne tratte da celebri dipinti ci ricordano che, nei secoli, busti fisici e culturali sono intervenuti a modellare la debordante soggettività femminile.
Nel collage di Jane Kennedy si affollano brani, strappi, tronchi e parti. Corpi e soggetti spezzettati, frammentari, inconsulti, amalgamati da una monocromia in scala di grigio. E’ un po’ come prendere il metrò in una giornata media di un inverno medio in una città media e accorgersi, all’improvviso, che siamo tutti mediamente, eccezionalmente differenti. O come quando ti ascolti dentro in cerca del “chi sono? Qual è il senso del mio stare al mondo?” e, in risposta, senti solo fragore, fruscii, frasi sconnesse; ma sai che il senso è nella domanda, non nella risposta.
E’ gioioso il gioco di neri e bianchi del quadro verticale di Sonia Avellino, che lì per lì ti accoglie come un gioco di forme morbide, gratificando lo sguardo. Osservando meglio, sullo sfondo della texture si stacca il profilo di un corpo femminile. Come in quel gioco in cui puoi vedere un vaso o due profili a seconda di come atteggi lo sguardo interiore, qui accade che se ti concentri sulla texture, non riesci più a vedere il corpo. E’ impossibile guardare contemporaneamente i due aspetti, il testo e il contesto, ma ciascuno è necessario a fare esistere l’altro.
Nel quadro di Marilisa Pizzorno l’abito è vuoto, ma pare si muova più del corpo nudo che gli cammina accanto, separato da una sventagliata di stoffa frivola. Lo sguardo passa con una certa inquietudine dalla materia morbida di una tuta blu che pare frusciare al vento – ma senza piedi, senza mani, senza testa – ad un corpo femminile che ha la fissità di una statua – ma senza occhi perchè tagliati fuori dal quadro. Possiamo forse immaginarli, ma non vederli.
Sono gioiose e liberate come fiamme bianche le forme dei “mostri” danzanti di Mavi Ferrando. Mi sento di stemperare nella miscela di spazio e luce che le figure, ritagliate nel legno e appese al soffitto proprio in mezzo alla stanza, amalgamano grazie al tratto fluido di una linea completa. In punta di piedi, leggere, danzano roteando su se stesse nell’equilibrio di un asse, trait d’union fra terra e cielo. Fossimo anche noi così delicatamente in equilibrio con noi stesse…

Eleonora Cirant

(n.m)

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succede tutto a Venezia: Bice Lazzari, Peggy Guggenheim, Kiki Smith, Karen Kilimnik (vedi sotto) e
tutto sulla Biennale di Venezia 2005: informazioni utili, impressioni, articoli

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Nuovi ingressi nell'Archivio di Oltreluna

Liliane Lijn
light and memory

con contributi di A. Vestrelli, E. Mascelloni, H. Spurling, L-V Masini, G. Brett

Rocca di Ubertide Centro per l'Arte contemporanea
associata a
Thames & Hudson
2002

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Vanni Scheiwiller

REGINA

con il manifesto tecnico dell'aeroplastica futurista

All'insegna del Pesce d'Oro
Milano- 1971

(m.m.)

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Fino al 18 settembre 2005
Bice Lazzari: l'emozione astratta

Museo D'Arte Moderna di Ca' Pesaro
Santa Croce 2076Fondamenta Cà Pesaro cap 30135 - Venezia


Linee Actv: n. 1 fermata/stop S.Stae

info: Web: www.museiciviciveneziani.it
tel. Ca' Pesaro tel. (39) 0415240695

Orario:10.00-18.00 (chiusura biglietteria ore 17.00); chiuso il lunedì
Resterà aperta, nelle sale espositive al piano terreno con il biglietto del museo.


"Di Bice Lazzari (Venezia 1900 – Roma 1981), grande protagonista dell’astrattismo italiano, la mostra propone- a venticinque anni dalla morte- 40 dipinti, dagli anni ’50 ai ’70, capaci di documentarne l’inconfondibile fisionomia nel vasto e articolato panorama della scena artistica italiana.
La mostra , dovuto omaggio della città natale a 25 anni dalla morte, consente di ripercorrere, attraverso 40 dipinti tra i più importanti provenienti dall’Archivio dell’artista, l’itinerario di Bice Lazzari lungo trent’anni di lavoro assiduo, spesso solitario e comunque costellato da autorevoli apprezzamenti da parte dei più importanti critici d’arte dell’epoca. Il percorso espositivo si apre con alcune tra le più caratteristiche opere degli anni Cinquanta, quando la sua pittura si dimostra più vicina alle poetiche dell’informale, in particolare nel noto ciclo delle Situazioni. Un secondo gruppo di opere risalenti agli anni Sessanta documenta il passaggio a una poetica della misura e dell’equilibrio, con presenze cromatiche più controllate e pensate; la mostra si conclude quindi con un gruppo assai significativo della estrema maturità dell’artista, pervenuta ad un rarefatto lirismo intonato all’esprit de geometrie.

BICE LAZZARI nasce il 15 novembre 1900 a Venezia e studia al Conservatorio e all'Accademia di Belle Arti, dove segue il corso di decorazione più “appropriato” per una ragazza (non vi sono le lezioni di nudo). Dal 1925 al 1932 partecipa alle mostre della Fondazione Bevilacqua La Masa con dipinti di carattere figurativo - paesaggi e ritratti - in seguito ripudiati. Contemporaneamente svolge una ricerca assai personale nell'ambito della decorazione su tessuti che la porta a sperimentare un precoce linguaggio astratto documentato dalla partecipazione del 1931 alla Bevilacqua La Masa e del 1934 alla sezione arti decorative della Biennale. Frequenta il vivace ambiente veneziano di quegli anni: nel suo studio di fondamenta Rezzonico passano intellettuali come Carlo Izzo e Aldo Camerino, fotografi come Ferruccio Leiss, mentre ferve il dibattito con protagonisti come Mario De Luigi e Carlo Scarpa (quest'ultimo sposa nel 1935 Nini Lazzari, sorella di Bice). Nel 1935 si trasferisce a Roma dove rimarrà fino alla morte e dove, fino alla fine degli anni '40, realizza opere decorative, anche di grandi dimensioni: pannelli per le Triennali, per la Mostra dell'educazione Nazionale e per committenti privati. Nel 1942 sposa l'architetto veneziano Diego Rosa. Nel 1949 esegue il pavimento a mosaico al Cinema Fiammetta e l'anno dopo ottiene il premio alla Biennale di Venezia con un mosaico - La vanità - eseguito da Gino Novello e confluito nella collezione del Museo di Ca' Pesaro.
Dopo una prima personale a Roma presso la Galleria La Cassapanca, il lavoro per le arti applicate è affiancato da periodiche verifiche pubbliche dell'attività pittorica, in personali (alla Galleria Schneider nel 1954) e in grandi mostre: la Quadriennale di Roma, le mostre dell'Art Club, il Premio Michetti. Negli anni '50 matura la prima personale interpretazione dell'informale, con gli esiti liricamente sofferti delle "Situazioni" e dei "Racconti". Due dipinti di questa fase- Situazione del 1957 e Racconto n. 5 bis del 1959 sono conservati al Museo di Ca' Pesaro. In seguito, la trama geometrica cede il passo alle esigenze espressive della materia e del colorecome documentano le personali di Messina, di Bologna e di Venezia nei primi anni sessanta. Dal 1964 al 1978 (quando dovrà rallentare l'attività per una malattia agli occhi) l'artista lavora a un nuovo ciclo di opere ispirate a un ‘ritorno all'ordine’: prevalgono linee, intrecci e sequenze in analogia con situazioni di tipo musicale. La qualità e la coerenza del suo lavoro sono riconosciute in numerose antologiche di prestigio, tra cui si segnalano quella di Bassano del Grappa a cura di Bruno Passamani e a Venezia a cura di Giuseppe Mazzariol nel 1970. Nel 1979 subisce due interventi agli occhi ma continua l'attività espositiva, ormai relativa alla storicizzazione della sua esperienza. Muore a Roma il 13 novembre 1981.Opere di Bice Lazzari sono presenti nei principali musei italiani e nelle collezioni private più prestigiose. "

(m.m.)

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giovedì 25 agosto 2005, ore 18
si inaugura la mostra

"PEGGY GUGGENHEIM, un mito dell'arte del XX secolo"
Cassa di Risparmio di Venezia -
Campo San Luca
Venezia (VE)
INFO Tel 041/5292231

La mostra resterà aperta dal 25 agosto al 23 settembre 2005 nei giorni dal lunedì al venerdì in orario di sportello (8,30-13,30/14,45-15,45).


"La Collezione Peggy Guggenheim si arricchisce di un archivio di immagini fotografiche che ritraggono la collezionista americana in vari momenti della sua vita veneziana.
L’iniziativa rientra in un più ampio rapporto di collaborazione avviato dalla Collezione Peggy Guggenheim con la Cassa di Risparmio di Venezia il cui Consiglio di amministrazione, presieduto da Giovanni Sammartini, ha deliberato l’acquisizione dell’archivio CameraphotoEpoche di Bianconero composto da oltre 300 negativi. L’accordo, sancito tra il Direttore generale della banca, Massimo Mazzega, e il Direttore del museo, Philip Rylands, permette di mantenere a Venezia una importante testimonianza di vita culturale e artistica della città: le fotografie saranno infatti donate al museo.
La Cassa di Risparmio di Venezia, da parte sua, avrà l’onore di ospitare temporaneamente le fotografie più ricercate e importanti dell’archivio presentandole al pubblico in occasione della mostra in programma dal 26 agosto al 23 settembre nella sede di campo San Luca.
Queste immagini costituiscono una documentazione unica di Palazzo Venier dei Leoni e della lunga presenza della collezionista americana negli ambienti artistici veneziani. Alcune fotografie hanno un valore speciale: fra esse vi sono le uniche fotografie esistenti che ritraggono Peggy Guggenheim con i rinomati orecchini di Alexander Calder e Yves Tanguy, indossati all’inaugurazione della sua galleria newyorchese “Art of This Century” progettata dall’architetto Frederick Kiesler ed inaugurata nell’ottobre 1942. Altre fotografie documentano il conferimento nel 1962 della cittadinanza onoraria di Venezia alla collezionista, ritratta in compagnia di personalità veneziane come il sindaco Favaretto Fisca, Giuseppe Marchiori, Pietro Zampetti, Emilio Vedova, Giovanni Comisso e Giuseppe Santomaso.
Una delle missioni della Collezione Peggy Guggenheim è quella di celebrare la memoria della sua fondatrice la cui fama si lega naturalmente a quella di Venezia: ogni giorno la sua casa e il suo museo veneziani sono meta di turisti da tutto il mondo.
Il museo in passato ha acquistato o ricevuto in donazione importanti fotografie di Peggy Guggenheim firmate da prestigiosi fotografi, tra cui Berenice Abbot, André Kertesz, Gisèle Freund e Gianni Berengo Gardin, per citarne alcuni. La Cassa di Risparmio di Venezia, rispondendo a una precisa sollecitazione del museo veneziano, ha scongiurato una perdita per il patrimonio culturale e artistico della città lagunare riconfermando, in quanto banca leader della provincia con 150 sportelli, la sua attenzione per la valorizzazione del territorio anche attraverso il sostegno a iniziative di carattere socio-culturale.


La Cassa di Risparmio di Venezia rende omaggio a Peggy Guggenheim con una mostra fotografica che verrà inaugurata giovedì 25 agosto alle ore 18 presso la sede della banca in campo S. Luca.

“Peggy Guggenheim, un mito dell’arte del XX secolo”, questo il titolo della rassegna, presenta oltre cinquanta fotografie, in parte inedite, provenienti dal prezioso archivio CameraphotoEpoche di Bianconero composto da oltre 300 negativi che Carive ha recentemente acquisito per farne dono alla Collezione Peggy Guggenheim.

Nella sede di Venezia verranno esposte le immagini più esclusive e significative dell’archivio che costituisce una documentazione unica di Palazzo Venier dei Leoni e della lunga presenza della collezionista americana negli ambienti artistici veneziani.

In particolare, nella sede Carive di campo S. Luca si potranno ammirare le uniche fotografie esistenti che ritraggono Peggy Guggenheim con i rinomati orecchini di Alexander Calder e Yves Tanguy, indossati all’inaugurazione della sua galleria newyorchese “Art of This Century” progettata dall’architetto Frederick Kiesler ed inaugurata nell’ottobre 1942. Altre fotografie spaziano dalla prima esposizione della collezione Guggenheim alla Biennale di Venezia del 1948 (foto allegata) al conferimento nel 1962 della cittadinanza onoraria di Venezia alla collezionista, ritratta in compagnia di personalità veneziane come il sindaco Favaretto Fisca, Giuseppe Marchiori, Pietro Zampetti, Emilio Vedova, Giovanni Comisso e Giuseppe Santomaso.

La mostra resterà aperta fino al 23 settembre nei giorni dal lunedì al venerdì in orario di sportello (8,30-13,30, 14,45-15,45).

Come da tradizione, il compleanno di Peggy Guggenheim, il 26 agosto, viene celebrato con un concerto di musica classica moderna nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni. Il concerto è su invito e per ulteriori informazioni chiamare il numero 041 2405 403/412. "

(m.m.)

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Kiki Smith
Homespun Tales
Fondazione Querini Stampalia- Venezia
12 giu 2005 > 11 set 2005


Scheda tecnica della mostra:
Al terzo piano della Fondazione Querini Stampalia Kiki Smith propone una personale riflessione sulla casa veneziana. Traendo ispirazione dalla ricca collezione di ritratti diPietro Longhi, Antonio Canova, Giovanni Bellini e altri artisti collocata al piano sottostante, nelle stanze in cui duecento anni fa viveva il Conte Giovanni Querini, Kiki Smith cuce insieme frammenti di una struggente storia domestica. Riprendendo elementi caratteristici della dimora nobiliare veneziana – dipinti, mobili, specchi – e spirandosi alle tradizioni estetiche americane, a partiredall’epoca coloniale, attraverso gli anni Venti e gli anni Trenta fino al presente, l’artista crea una nuova narrazione capace di mettere in luce l’intraprendenza di un bricolage casalingo.
In un gioco di continui richiami, mimando e imitando diversi elementi presenti nella collezione, Kiki Smith dipana la sua personale e apparentemente disordinata storia di nostalgia di una vita domestica, un habitat tessuto a mano in cui è possibile udire l’eco di tempi e luoghi del passato, in cui si può rintracciare il fascino dell’insonnia, disordine e decorativo squallore, storie di vita precaria e di occupanti abusivi, di donne pensionanti e senza fissa dimora.Il progetto, a cura di Chiara Bertola, si avvale della sponsorizzazione di Montblanc ed è stato realizzato con il supporto della galleria Pace Wildenstein di New York.

La Fondazione, centenaria e prestigiosa istituzione veneziana, famosa per la sua storica Biblioteca e per la Casa-Museo della famiglia Querini Stampalia, ha sviluppato negli ultimi anni una forte e costante sensibilità verso l’arte contemporanea, nella convinzione che lo sguardo degli artisti più interessanti e più sensibili possa aiutare a capire non soltanto il tempo in cui viviamo, ma anche a vedere in modo diverso il nostro stesso passato. Agli artisti viene chiesto di lavorare a partire da un luogo segnato dal tempo, un luogo che è immenso serbatoio di memoria, su spazi architettonici in cui convivono, stratificati con l’edificio del Cinquecento, gli interventi di Carlo Scarpa e di Mario Botta. Un luogo al cui interno – come in un gioco di scatole cinesi – si aprono spazi sempre diversi e insospettabili oltre e dentro quello storicamente dato.

Kiki Smith nasce a Norimberga in Germania nel 1954. Figlia dell’artista americano Tony Smith e della cantante Jane Lawrence, Kiki Smith cresce nel New Jersey. Il suo linguaggio, fortemente evocativo e capace di esprimere la vita contemporanea, affonda le radici nelle rappresentazioni anatomiche del corpo umano così come nei racconti mitologici, nei bestiari e nelle cosmologie, in atmosfere medievali e fiabesche, in oggetti di culto appartenenti alle più diverse culture, nella storia e nel femminismo. Innovativa e indipendente, nei suoi lavori Kiki Smith utilizza i più diversi supporti e materiali: dal vetro al gesso, dalla porcellana alla ceramica, dal bronzo alla carta e attraverso questa attività occupa ormai da tempo un posto di rilevo nel panorama dell’arte contemporanea. Una sua grande mostra retrospettiva dal titolo Kiki Smith: Prints, Books and Things si è tenuta tra il 2003 e il 2004 al Museum of Modern Art - Queens di New York. Nel 2000 Kiki Smith riceve la Skowhegan Medal per la scultura e nello stesso anno viene introdotta all’America Academy of Art and Letters. I suoi lavori sono presenti nelle collezioni di molti musei, tra cui il Museum of Modern Art e il Metropolitan Museum of Art di New York, il Musée National d’Art Moderne Centre Georges Pompidou di Parigi e il Museo di Arti Applicate di Vienna. Kiki Smith vive e lavora a New York.

(n.m)

vedi recensione sulla mostra di Nadia magnabosco

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Dall'otto giugno al 3 ottobre 2005
Karen Kilimnik


FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA - PALAZZETTO TITO
Venezia

Dorsoduro 2826 (30123)
+39 0415207797 (info), +39 0415208955 (fax

TESTO ANGELA VETTESE:
A casa

C’è la storia e ci sono le storie. Queste ultime si servono della prima come materia grezza da usare per un bricolage personale, quello che tesse la trama del nostro io. La casa è il posto giusto per farlo. A casa troviamo lo specchio magico dove si incontrano i fatti e i sogni, per formare la nostra famiglia interna di pensiero. Come sostiene Collier Schorr, “come un’istituzione, una casa nel lavoro di Kiliminik è un’istituzione, è qualcosa da cui scappare o in cui irrompere” (in Parkett 52, 1998).
Quando si gioca a “facciamo che io ero” si pesca un ruolo tra i tanti che ci hanno affascinato e lo si manipola. Sarebbe arduo, per un osservatore, capire cosa venga proiettato di sé in quel certo personaggio fittizio e quanto invece quel personaggio stia diventando fondante per la costruzione della nostra persona. Non solo i divi trovati nei rotocalchi, i personaggi dei romanzi, principi e ballerine, ma anche i luoghi e i fatti storici collettivi possono diventare la fonte di una ricostruzione interiore , di una autoterapia contro l’ansia.
Questa premessa pare doverosa di fronte alle opere di Karen Kilimnik , che traspone il mondo fisico e tangibile della vita in un universo più dolce o forse ancora più minaccioso, composto di sogni a occhi aperti e fissazioni della memoria. Come indicazione di metodo, occorre ricordare che ogni sua opera ne rievoca un’altra del passato, oppure prende le mosse da una fotografia divulgativa, o riproduce in maniera bidimensionale o tridimensionale un momento che ha una radice precisa: nel catalogo della mostra Post Human (1992) compare un omaggio incrociato a un brano del Dottor Zivago (The Sleight Ride, 1992) e alla pantera rosa che accompagna nei film Peter Sellers (Switzerland, the Pink Panther & Peter Sellers & Boris & Natasha in Siberia); in quella mostra campeggiavano i disegni dedicati alle modelle e alle attrici come Goldie Hawn in un sorriso imperfetto, imperterrito e accattivante. Per quella occasione l’artista, ancora nella fase in cui prediligeva l’installazione ambientale e il disegno, era stata affiancata ad artisti che investigavano il problema dell’identità, da Matthew Barney a Sylivie Fleury, da Mike Kelley a Janine Antoni. Malgrado i cambiamenti anche radicali intervenuti da allora nel suo modo di fare arte, riflettere su queste vicinanze ci aiuta a sbarazzare il campo da alcuni fraintendimenti: Karen Kilimnik è stata e rimane tuttora un’artista che lavora sullo spazio e non si confina alla pittura. Ora mostra una dedizione crescente all’olio su tela, ma le tematiche che tocca non si risolvono in un gratuito pittoresco. Anzi scavano sia in una ricerca personale sia in una citazione consapevole della cultura artistica di secoli lontani. I temi elaborati non convergono verso un grazioso gratuito, ma parlano dell’arte come un momento di riparazione rispetto alla brutalità di qualsiasi esistenza umana. Da questo punto di vista, diventa più chiaro il modo in cui Kilimnik “usa” i visi della gente famosa. La loro fama non protegge. Le celebrità sono persone come qualsiasi altra, con le loro tragedie e amori e pene. L’artista riproduce le loro fotografie nei suoi disegni o nei suoi dipinti come se fossero fonti, caratteri di base da cui prendere spunto nel pensare cosa implichi essere una persona.
Qui a Venezia, a Palazzetto Tito, ha scelto immediatamente di associare i suoi quadri a una vasta serie di aspetti installativi tesi a trasfigurare l’ambiente: una tappezzeria in una stanza – e possiamo vedere la stessa carta da parati blu, stile vecchia Inghilterra, per esempio in Prince Desirée … (1998) dietro al volto di Leonardo di Caprio; nidi sparsi come rappresentazione di cuori; nidi più grandi pieni di oggetti preziosi rubati che chiedono protezione; mobili e tende che tendono a sottolineare il carattere di dimora sontuosa. Un sovrapporsi barocco di segni che vengono dal presente e dal grande passato di Venezia. Allo spirito di questo luogo, che potrebbe agevolmente ospitare un fantasma, Kilimnik sta aggiungendo una colonna sonora di uccellini, alcuni uccelli veri, delle conchiglie intere e rotte, uno specchio con una cornice di conchiglie, delle tende, delle uova di plastica colorate, anelli, spille e collane di falsi diamanti, orecchini, perle finte, il suono registrato delle campane, velluto nero, nastri, una bottiglia di shampooo, roselline e altri fiori.
La lontana collettiva Post Human ci spiega anche, inserendo l’artista in quel contesto, che Karen Kilimnik proviene dal mondo vero della sua generazione, quello in si cui poteva incontrare Feliz Gonzales Torres prima che l’AIDS lo mangiasse, quello in cui esistevano i club più libertini della storia e un modo non ancora colpevolizzato di interpretare l’assunzione di droga o la sessualità omosessuale. Quando Karen divenne una giovane donna, attraversando quel guado così profondamente desiderato e faticoso per qualsiasi bambina, il mondo in cui si è venuta a trovare non è stata una sala di esercitazioni per ballerine classiche. Fare l’artista nei primi anni ottanta, tra l’altro, significava gettarsi in un’arena pericolosa da molti punti di vista.
Il suo lavoro successivo sembra essere stato connotato dalla paura di crescere, dalla paura di New York, dalla paura di un buio esistenziale e d’altro canto dal coraggio, che l’ha resa capace di affrontare anche gli ostacoli più difficili con incertezza solamente apparente. Dalle sue opere sembra emergere una strategia di difesa che è composta dal rifugiarsi nell’incanto, nell’identificarsi con il mito più o meno contemporaneo, dall’evitare il pericolo ma anche dal giocare con esso, come nella famosa partita di scacchi messa in scena da Ingmar Bergman ne L’Ultimo Sigillo.
Una prova di questo atteggiamento può essere vista nella letteratura dalla quale l’artista ammette di essere influenzata: Edgar Aallan Poe, Mary Shelley (a cui l’artista ha dedicato un ritratto nel 2001, Mary Shelley writing Frankenstein), Ernst Theodor William Hoffmann, Oscar Wilde, Agata Christie. Tutti condividono il combinarsi di un senso sottile per il grottesco e per l’assurdo nella società borghese con un lato intuitivo che prevede la parte inconscia della natura umana.
Anche le labbra succulente che trattengono una fragola nella bocca della bionda di turno sono, seguendo il titolo dell’opera (The black Plaghe, 1995) e gli occhi cerchiati di malattia della ragazza, un riferimento a un evento storico: la peste che ha ispirato il Decamerone di Boccaccio alla metà del XIV secolo. La fragola può essere letta come un richiamo sessuale, alla stregua del canto degli uccelli e dei loro colori, ma potrebbe anche essere interpretata come una trappola, come sangue e come segno di una morte incombente. Non c’è bisogno di dire che Dracula è per l’artista un ulteriore importante riferimento. Il titolo dei quadri emerge, dunque, come qualcosa che non ci dovremmo perdere, come un ipertesto che conferisce senso al testo dipinto. Una casa bianca di campagna con finestre scure diventa The Devil House (1998) e il ritratto di una giovane donna nobile diventa Circe at the Volcano (2002).
La qualità della pittura si azzarda a chiaroscuro incipriati, a toni pallidi che appaiono efebici. Possiamo percepire – come se fossimo rabdomanti in cerca di suggestioni – segni dei tempi e fantasmi dal passato. L’importanza dei riferimenti ai fatti storici realmente accaduti trova però una sua prova in installazioni come l’indimenticabile Battels of the Art oft War (1991) , dove fumo reale invadeva fisicamente la galleria, con un vero cannone che sembrava avere appena sparato, con i muri che apparivano scioccati dalla paura, con segni pittorici, bandiere, uccelli che cadevano, frammenti di stoffa e memorie di un arredamento da discoteca.
Dopo il trauma che ha attraversato New York ben prima delle due torri, Kilimnik è scappata lontano e si rifugia in un mondo di fantasia. Per questo, in questa mostra, arredi e tappezzeria possono essere inglesi benché l’ambiente sia chiaramente veneziano. Quando si immagina o si pensa, tutto si ibrida in associazioni indebite ma forse proprio per questo interessanti. La fantasia è un ventre fertile e mai pedante. Ruba dovunque, come attestano i gioielli luccicanti che si accatastano nei nidi, quasi reperti di una gazza ladra e quasi che, appunto, la gazza ladra sia metafora dell’artista.
Il fantastico è quel senso di libertà nel raccontare che giustifica il particolare amore di Kilimnik per le parti vecchie di New York, per gli anni sessanta del Novecento, i novanta dell’Ottocento, gli ottanta del settecento, per il seicento. L’artista ne fa uso a piene mani e combina coroncine di fiori con ritratti di voga settecentesca, scene di caccia e modelle da swingign London.
Quello che non dovremmo dimenticare, e che in effetti ci aiuta a leggere questa mostra così come l’intero procedere dell’artista, è che la finta bambina ha assorbito con maturità penetrante i temi duri del suo essere americana, da un lato, attaccata dai miti di celluloide e dalle nuove patologie sociali. Dall’altro lato, il suo apparente passatismo tecnico non potrebbe essere nato senza i muri luccicanti di carta argento della Factory di Andy Warhol, senza la sua scioltezza nel rubare immagini al mondo vero per setacciarle e riproporle. Non potremmo capire Karen Kilimnik senza guardare la televisione e le bambole come Twiggy e i vecchi film di cappa e spada e di storie sentimentali; tuttavia, non coglieremmo nulla di ciò che ci sta dicendo se non riallacciassimo il suo lavoro - anche e soprattutto - al lessico e ai temi artistici più estremi degli ultimi quarant’anni. Questo mondo di favola non ha ironia e non ostenta ideologia. Ma racconta magistralmente che siamo dilaniati dai nostri stessi modelli, dai nostri miti e da ciò che consideriamo la nostra casa mentale.

Angela Vettese

(n.m)

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Alice nel Castello delle Meraviglie.
Il mondo fuori forma e fuori tempo nell'arte italiana del Novecento
Fino al 18 settembre
Castello Sforzesco, Sale Viscontee. Milano.
Aperto tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle 9 alle 17.30
Ingresso 3 euro (Museo del Castello inclusi)
I bambini e ragazzi fino a 18 anni hanno diritto all'ingresso gratuito
Catalogo Silvana Editoriale

vedi recensione di Nadia Magnabosco

(n.m)

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JESSICA STOCKHOLDER

DAL 18-05-2005 AL 03-07-2005

GAM - Via Magenta, 31 Piano terra
Orario: tutti i giorni 9-19, giovedì 9-23 lunedì chiuso


La GAM di Torino, proseguendo ciclo di mostre riservate agli artisti di nuova generazione, dedica una personale a Jessica Stockholder, tra le figure più interessanti nel panorama dell’arte contemporanea americana. La mostra offre al pubblico una serie di opere scelte, mai esposte in Italia.

Jessica Stockholder, con i suoi celebri “accumuli,” creati dall’assemblaggio di oggetti di uso domestico: mobili, sedie, tappeti, - ma anche attrezzi da cucina come colapasta e contenitori di plastica - rivolge un impietoso sguardo sull’effimero che circonda la vita quotidiana.
Dal momento in cui ciò che è familiare viene trasformato in inservibile catasta di materia, trasposto in puro oggetto da contemplare, immobile, mummificato, che non appartiene più a nessun mondo, diviene palese la precarietà e instabilità delle cose, e quindi dell’uomo.
Inoltre, di fronte allo stravolgimento, dovuto ai colori acidi e intensi, spalmati senza apparente logica sugli “objets trouvés”, la percezione del visitatore è spiazzata dalla dicotomia evidente tra una prima visione “pittorica” (da uno sguardo lontano le opere appaiono come macchie di colore) e la plasticità tridimensionale che si evidenzia dopo un’analisi ravvicinata dei lavori.
Ma l’artista non intende limitare allo sguardo, alla sola percezione visiva, l’approccio alle opere.
Come afferma Giorgio Verzotti nel testo in catalogo: Lo spettatore di Stockolder non dovrà, evidentemente, basarsi solo sul senso della vista per orientarsi (letteralmente) nell’opera: i termini più spesso usati dall’artista afferiscono agli atti di muovere il corpo: “entering the gallery”, “walking through” e così via.
Ruolo importante è inoltre svolto dalla memoria: Un altro suo termine chiave è “memory”: esercitare la memoria di ciò che si è appena visto nel momento in cui, muovendosi, si passa a guardare altro, così da connettere insieme, mentalmente, tutti gli stimoli che l’installazione induce.

Jessica Stockholder è nata a Seattle nel 1959, vive e lavora a New Haven, CT.
Dal 1982 ad oggi hanno ospitato sue mostre personali i più prestigiosi spazi museali: nel 1992 la Kunstalle di Zurigo; nel 1995 la Sala Montcada de la Fundaciòn “La Caixa”, di Barcellona; nel 1995 il Dia Center for the Arts, di New York; nel 2001 il Kunstverein, San Gallo.
Jessica Stockholder ha inoltre partecipato alle collettive: nel 1989 “Making a Clean Edge”, P.S. 1 Museum, New York, nel 1991 alla Whitney Biennal, New York, nel 1993 “As Long as it Lasts” al Witte de With, Rotterdam; nel 1994 “Unbound: Possibilities in Painting, Hayward Gallery, Londra. Dopo una lunga attività accademica, attualmente insegna presso la Yale University, New Haven, CT.

La mostra è accompagnata da un catalogo delle edizioni Hopefulmonster italiano/inglese, con testi critici di Michel Gauthier e Giorgio Verzotti

Ingresso: € 7.50 intero; € 4.00 ridotto
Informazioni: 011 4429518

(n.m)

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FRANCA GHITTI
sculture e installazioni


29 aprile - 26 giugno 2005
Museo Diocesiano
Corso di Porta Ticinese, 95 - Milano

"Intendo la scultura come un alfabeto, "una grande mappa", che tenta di ricucire una comunicazione dispersa con gesti di raccolta e ricomposizione di pezzi sparsi come se fossero parole frantumate da riaggregare in un unico discorso. Cerco di trasformare uno spazio geometrico in uno spazio storico reinventando il "luogo" della scultura come deposito e archivio di un territorio.
Utilizzo vari scarti della lavorazione delle segherie, delle fucine, dei cantieri, ma non intendo raccogliere solo i segni, ma anche i gesti in piena consapevolezza antropologica, impronte, gestualità che diventano organizzazione e modulo.
Anche le mappe tracciate con la geometria della corda che segnano i recinti, i confini rientrano in quelli che chiamo Altri alfabeti, alfabeti non verbali, che sono gesti, segni tramandati per secoli attraverso l'intelligenza della mano fino a determinare vere e proprie strutture di società e lavoro. La mia scultura rappresenta e interpreta il territorio, per esempio le mie Mappe sono solo uno scartafasso dove segnalo la vicenda di un paesaggio e di una presenza: quella umana. La mia ricerca individua un legame tra habitat e scultura. Vede il farsi della storia dell'uomo intrecciata con l'essenza della scultura. Il Bosco, Le Meridiane e già prima Le Vicinie o Le Rogazioni sono come una narrazione che si realizza per aggregazioni e rinventa i luoghi mentali di un territorio. La mia scultura si muove tra la ricerca e la memoria dei materiali e la loro intrinseca natura progettuale."

Franca Ghitti

(n.m)

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"Phora, Ann Hamilton"

Parigi,Maison Rouge
fino al 22 maggio 2005

(www.lamaisonrouge.org)

vedi Ann Hamilton di Anna Detheridge

(n.m)

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Bice Lazzari - Antologica 1925-1980
sino al 31 maggio 2005

STUDIO LATTUADA - ARTE CENTRO
Milano. Via Dell'Annunciata 31 (20121)

Figura isolata e solitaria, Bice Lazzari, che nasce a Venezia nel 1900, inizia dallo studio del segno per approdare, negli anni del secondo dopoguerra, alla pittura informale e materica. Le sue opere danno vita ad un astrattismo venato di poesia, ma mai lontano dal proprio interrogarsi strutturale; Bice Lazzari crea un modo di utilizzare le materie del tutto personale, perennemente in bilico tra il lirismo del segno e le istanze più concrete della materia. E’ una delle figure più anomale della sua generazione; il suo linguaggio passa lentamente da una costruzione razionale ad una decostruzione determinata dello spazio del dipinto, fino a una dissoluzione delle forme e ad un uso delle materie, come sabbie, gessi e colle.
“(…) Nei quadri amo la luce, lo spazio, il rigore, la struttura, la sintesi…e un po’ di poesia. Non mi appartiene il neofigurativo, sempre secondario, aneddotico”, così scriveva Bice Lazzari della sua opera.
Sviluppò ricerche artistiche in grado di conciliare un gran numero di tematiche in parte antitetiche tra loro: ordine-disordine, forma-informe, organico-inorganico, disegno-materia, comico-tragico, elaborando una variegata cromìa che si distende in superficie, e al tempo stesso accenna a diversi livelli di profondità. La sua posizione nel quadro dell’arte contemporanea si mostrò unica, sia per la levatura poetica e stilistica dei suoi lavori, sia per la sua indipendenza dalle condizioni di gusto che regolavano le correnti artistiche del suo tempo.

Durante il tempo dell’esposizione verrà proiettato un filmato, a Lei dedicato, “L’Altra metà dell’avanguardia” e avremo in distribuzione la nuova edizione aggiornata del Catalogo “L’Altra metà dell’Avanguardia” edita da “Il Saggiatore”.

(n.m)

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Anna Epis

Cosedicasa
dal 24/4/05 al 15/5/05

Cosedicasa è una finestra sul mondo. Ma ha più di una particolarità: in primo luogo, come accade ogni volta che si circoscrive uno spazio, ogni volta che si mette un cancello, ogni volta che si guarda attraverso una finestra (o, come in questo caso, attraverso un oblò), non si riesce mai a capire se si sta guardando da "dentro" verso "fuori" o viceversa. Un po' come accadeva ai cancelli dei manicomi, dove sia quelli che stavano da un lato, sia quelli che stavano dall'altro erano convinti di essere "normali", che i pazzi fossero quelli dall'altro lato.

Inoltre guardando dagli oblò la realtà, quello che c'è oltre, si vede in maniera strana, distorta, differente, non si riesce a distinguere chiaramente e le distanze diventano incomprensibili. In più questi oblò non sono semplici oblò, ma delle vere e proprie zone liminali, perché contengono quelle armi "bianche", che in realtà sono oggetti di utilizzo comune, domestico, delle vere e proprie "cose di casa", tali però da consentirci di oltrepassare la sottile linea di confine tra normalità e follia, e trasformarsi ad esempio, da utensile da cucina (il cavatappi, la forbice), o da strumento di cura (la siringa, le pillole) ad armi micidiali, capaci di uccidere un uomo.

Anna Epis ci ha abituato all'indagine sulla città e sulle sue nevrosi e schizofrenie, spesso ponendo in rapporto (solitamente complesso, contraddittorio e di sottile negazione) l'artificialità dello spazio urbano con la natura, che si deve adattare ai ritmi e ai materiali cittadini per sopravvivere, almeno nella forma (pensiamo all'erba di plastica, o ai fiori finti "conservati" nel cellophane). Con cosedicasa, sposta la propria analisi sull'uomo, sulla condizione di continua precarietà dell'uomo urbano, sul difficile confine, costantemente oltrepassabile (e nella società contemporanea costantemente oltrepassato) tra la normalità e la lucida follia, sulla costante presenza, o meglio sulla costante possibilità-di-presenza della violenza nel nostro vivere quotidiano.

La situazione di confine che viene proposta, è ulteriormente accentuata dai contrasti che pervadono l'opera: basti pensare alla contrapposizione tra le forme curve degli oblò e il rigore delle strutture metalliche che li contengono, oppure alla violenza sopita nelle ''cose di casa'', quasi negata dal colore bianco, che richiama l'annullamento, o ancora alla lucentezza dei bordi di alluminio degli oblò che contrasta con il ferro che li richiude.

Con cosedicasa Anna Epis sembra volerci segnalare la costante presenza della violenza nel mondo e nelle città contemporanee e la contemporanea negazione della stessa, ma non vuole offrire alcuna soluzione, e neppure alcun giudizio morale: si colloca quasi ''al di là del bene e del male'', per mostrarci una delle tante contraddizioni del nostro vivere quotidiano.
Aldo Torrebruno

Inaugurazione: domenica 24 aprile h 11.00

Spazio Arte
Via Longobardica - Fara Gera d'Adda (BG)
Orari: sabato h 15.30-18-30 >>domenica e festivi h 10.00-12.00 e 15.30-18.30.

(n.m)

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E' entrato nell'archivio di Oltreluna

Yoko Ono
Grapefruit
Istruzioni per l'arte e per la vita

Piccola biblioteca oscar Mondadori

"Quarant'anni dopo la prima pubblicazione, avvenuta in Giappone nel 1964, viene presentato al pubblico un originale " manuale di istruzioni per l'arte e per la vita" composto da Yoko Ono a partire dagli anni Cinquanta. Quando in un Giappone devastato dalla guerra, aveva imparato a usare la forza del pensiero e dell'immaginazione per dare vita ad un mondo migliore. Versi assurdi, divertenti, ma anche incredibilmente profondi, capaci di mescolare la millenaria tradizione degli haiku con la potenza dirompente delle avanguardie degli anni Sessanta".

(m.m.)

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Circolo della Rosa
Via Pietro Calvi n.29
Tel.0270006265
www.libreriadelledonne.it

Mercoledì 13 aprile - ore 18,00

Nell'ambito della mostra Per-turbamenti inaugurata a San Donato Milanese
presso la Galleria d'Arte Contemporanea sabato 5 marzo, si propone una
serata di riflessione sul tema "Donne e arte dagli anni Settanta a oggi" con
la presenza di artiste che sono state protagoniste in quel periodo di grandi
cambiamenti e critiche d'arte che, oggi, analizzano e storicizzano il lavoro
delle donne nell'arte.

Saranno presenti oltre alla curatrice della mostra Angela Madesani, Martina
Corgnati storica e critica d'arte, Valentina Berardinone, Paola Mattioli,
Fausta Squatriti e Anna Valeria Borsari, presenti in mostra con le loro
opere.

(n.m)

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dal 05/03/2005 al 02/05/2005

Per-Turbamenti
Artiste in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta

maria lai


La mostra propone le opere di ventitre artiste italiane che, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, hanno dato un contributo importante per comprendere un periodo della storia sociale italiana caratterizzato da grandi mutamenti nel mondo del lavoro, nella famiglia, nella moda, nel costume e nel sesso. Una riflessione attenta della storia individuale e sociale italiana, dove il lavoro artistico delle donne diventa chiave di lettura, poco conosciuta ma straordinariamente efficace, delle stesse trasformazioni politico-sociali. In mostra i lavori di G. Benedini, M. Bentivoglio, V. Berardinone, I. Blank, A. Bonelli, A. M. Borsari, K. La Rocca, C. Rama, B. Danon, G. Niccolai, B. Lazzari, Dadamaino, L. Mazzoleni, L. Pescador, E. Scherffig, B. Skuber, F. Squatriti, L. Sterlocchi, P. Mattioli, C. Accardi, M. Lai, G. Fioroni, C. Morales.


GALLERIA D'ARTE CONTEMPORANEA CASCINA ROMA
Comunicato stampa San Donato Milanese
Titolo della mostra
PER-TURBAMENTI
Artiste in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta
Gabriella Benedini - Mirella Bentivoglio - Valentina Berardinone - Irma Blank Alessandra Bonelli - Anna Valeria Borsari - Ketty La Rocca - Carol Rama - Betty Danon - Giulia Niccolai - Bice Lazzari - Dadamaino - Libera Mazzoleni - Lucia Pescador Elisabeth Scherffig - Berty Skuber - Fausta Squatriti - Lucia Sterlocchi - Paola MattioliCarla Accardi - Maria Lai - Giosetta Fioroni - Carmengloria Morales
Artisti
Curatrice Inaugurazione Apertura al pubblico Sede
Catalogo
Angela Madesani
5 marzo 18.30
5 marzo - 2 maggio 2005
Galleria d'Arte Contemporanea "Cascina Roma" - San Donato Milanese, p.zza delle Arti Nicolodi Editore
Il programma espositivo della Galleria d'Arte Contemporanea Cascina Roma di San Donato Milanese prosegue nella primavera 2005 con una collettiva di ampio respiro dal titolo PER-TURBAMENTI. Artiste in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta.
La mostra, curata da Angela Madesani, propone le opere di ventitre artiste italiane che, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, hanno dato un contributo importante per comprendere un periodo della storia sociale italiana caratterizzato da grandi mutamenti nel mondo del lavoro, nella famiglia, nella moda, nel costume e nel sesso.
Una riflessione attenta della storia individuale e sociale italiana, dove il lavoro artistico delle donne diventa chiave di lettura, poco conosciuta ma straordinariamente efficace, delle stesse trasformazioni politico-sociali.
Per- Turbamenti si snoda attraverso un percorso che vede accostati lavori realizzati con diverse tecniche, dalla pittura alla scultura, dal video alla fotografia, e ha come riferimento obbligato l'esposizione "L'altra metà dell'Avanguardia", curata da Lea Vergine nel 1980, importante punto di svolta nello studio del lavoro artistico delle donne, fino a quel momento relegato ai margini, sia da un punto di vista critico, sia espositivo.
"La mostra - spiega la curatrice Angela Madesani - tiene conto di differenti approcci e offre la possibilità di leggere lo sforzo creativo delle artiste che hanno interpretato con il loro lavoro i cambiamenti sociali del periodo in esame. Opere preziose, dal linguaggio incisivo che ben ricostruiscono il clima degli anni Sessanta-Settanta,. attraversati dal forte
desiderio di affermazione delle donne". .
In questa ricognizione storica punti di riferimento imprescindibili sono da ravvisare nei lavori di Carol Rama, cui la Biennale di Venezia ha conferito nel 2003 il Leone d'Oro alla carriera, e che negli anni Settanta realizza gli straordinari collage con gli occhi di vetro, di cui due sono presenti in mostra; di Carla Accardi, protagonista dell'arte italiana del secondo Novecento, che negli stessi anni sperimentava materiale industriali come vernici fluorescenti e plastiche trasparenti; di Dadamaino (1935-2003) che proprio negli anni settanta conosce il momento più significativo della sua ricerca, con lavori che risentono di una forte tensione etica ("L'inconscio razionale" 1975-76; "L'Alfabeto della mente" 1979"); di Bice Lazzari (1900-1981), artista veneziana, è stata senza alcun dubbio una delle protagoniste più intense e liriche della stagione dell'astrattismo italiano; di Giosetta Fioroni (1932) che sin dagli anni Sessanta elabora dei racconti per immagini in cui rilegge fiabe, e simboli; di Ketty La Rocca (1938-1976), artista concettuale e performer, la cui ricerca è strettamente collegata alla dimensione letteraria. Tra le sue opere più famose "You you" del 1972. Dal 1973 inizia la serie dei "Polittici", di cui uno è presente nella rassegna, in cui una minuta calligrafia va a sostituirsi ai contorni delle immagini fotografiche.
Parte integrante del progetto, accanto alle opere delle artiste, sono l'esposizione di alcuni documenti dell'epoca e le fotografie di uno dei più grandi foto reporter italiani, Uliano Lucas; le sue immagini raccontano, con grande forza espressiva, la storia d'Italia facendosi testimone del lavoro femminile: nella molteplicità delle mansioni e nella varietà geografica dei luoghi ripresi, e della vita e dei cambiamenti del nostro paese: dalle lotte operaie a quelle studentesche.
La mostra, pensata appositamente per gli spazi dello storico edificio di San Donato, vuole offrire uno sguardo approfondito, con l'opportuna distanza storico-temporale, delle poetiche e delle opere che hanno segnato uno dei momenti più significativi e ancora poco studiati della storia dell'arte italiana.
Durante la mostra la Galleria d'Arte Contemporanea di San Donato Milanese ospiterà anche una serie di eventi legati al tema del femminile nell'arte, nella poesia e nella politica.
Sede: Galleria d'Arte Contemporanea Cascina Roma - San Donato Milanese, p.zza delle Arti - tel. 02 55603159
cultura@comune.sandonatomilanese.mi.it
lun. - sab: 9/12.30; 14.30/19 dom. 10/12.30; 14.30/19
libero
De Angelis Relazioni Stampa Via Ollearo 5 Milano tel 02 324377 fax 02 39200578 info@deangelispress.it

 

(n.m)

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Dal 16 febbraio al 16 maggio 2005

Gina Pane.
Terre-artiste-ciel
Centre Pompidou , Parigi

"Ho elaborato un linguaggio che mi ha dato la possibilità di pensare l'arte in modo nuovo", scrive l'artista francese di origine italiana, scomparsa nel 1990, esponente di primo piano della Body art, in una lettera a una sconosciuta.Una retrospettiva ripercorre le tappe salienti di Gina Pane, a partire dalle sue prime sculture e installazioni del 1965.

"The Centre Pompidou, Musée national d’art moderne, is pleased to present a group of works by artist Gina Pane coming from the museum’s own collection and special loans. This exhibition, which will take place from 16 February to 16 May 2005, includes installations, sculptures, drawings, videos, photographs and objects related to the artist’s actions. It thus offers an opportunity to approach the work of a key figure of body art in France through the wide range of her expressions, from the minimal structures and actions in natural settings of the 1960s to the “Partitions” of the 1980s.

“I worked on a language which gave me possibilities of thinking about art in a new way. That of the body, my radical gesture: the body became the material and the subject of discourse (meaning – mind and matter).”
gina pane, Lettre à un(e) inconnu(e), Paris: Ecole nationale supérieure des beaux-arts, Ecrits d’artistes series, 2003, p. 68.

Born in Biarritz, Gina Pane grew up in Italy but returned to France in 1961 to study at the Beaux-Arts in Paris and subsequently participated in the Atelier d’Art Sacré which was founded by painter Maurice Denis. By 1965, she was making sculptures and installations drawing the visitor into a carefully conceived encounter with the body, which was to be the centre of her preoccupations from then on. In 1968, she isolated herself in the countryside in order to create site-specific works using nature “as a poetic force, a locus of memory and energies” (Anne Tronche, gina pane, actions, Paris: éd. Fall, 1997, p. 33).
Gina Pane developed her first actions at the beginning of the 1970s, first in the studio and then in public. The main representative of body art in France, she wilfully set herself apart from the notions of “happening” and “performance” so as to avoid any theatrical connotation. She planned her “actions” with extremely detailed storyboards, as attested by “photographic reports”. Revealing the language of the body in biological, psychological, aesthetic and social terms, she made it the very medium of her work. The superficial wounds she inflicted on herself with a razor blade expressed the body’s fragility, and the blood, the vital energy it contains. “I inflict wounds on myself but never mutilations. . . . The wound? To identify, inscribe and pinpoint a certain uneasiness: it’s central” (Gina Pane, Les Revues parlées, Paris, Centre Pompidou, 29 May 1996).
During the 1980s, Gina Pane created works between installation and sculpture, called “Partitions”, where the body was evoked through the materials and the arrangement of heterogeneous elements. The question of the sacred – which underlies her entire body of work – was to be forcefully inscribed in her last investigations, which were inspired by the martyr saints. Gina Pane died in Paris in 1990 following a long illness.
Paralleling her artistic career, Gina Pane taught at the Beaux-Arts in Mans from 1975 to 1990. In 1978 she initiated and led a performance workshop at the Centre Pompidou."

vedi Gina Pane di Lea Vergine

(m.m.)

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Dal 21 gennaio 2005, ore 18,30

Jenny Saville

MACRO - Roma, Via Reggio Emilia 54
orario: da martedì a domenica 9–19. Festività 9-14. Lunedì chiuso
biglietti: € 1. Gratuito fino ai 18 anni e oltre i 65

catalogo: Electa

curatori: Danilo Eccher


"E’ la prima mostra che un Museo italiano dedica all’artista 34enne inglese. Giovane promessa della Young British School, erede della figurazione del secondo Novecento, vicino alle esperienze di Lucien Freud e Francis Bacon, Saville conquista da subito il consenso del pubblico e della critica, raggiungendo quotazioni vertiginose alle ultime aste, con una poetica concentrata su tematiche tipicamente femminili, che l’artista approfondisce anche attraverso la lettura di testi legati al movimento femminista.

Le Sale Panorama del MACRO ospitano una selezione di circa venti lavori che sottolineano la sua indagine sul corpo umano e le varie manipolazioni che questo può subire, per esempio attraverso la chirurgia plastica. Per la mostra, curata da Danilo Eccher, Jenny Saville ha realizzato in esclusiva dieci disegni e sei nuovi dipinti a olio che rappresentano carcasse di animali, volti e corpi di donne che si sono sottoposte o dovranno sottoporsi a chirurgia estetica.

Nata a Cambridge nel 1970, si diploma nel 1992 presso la Glasgow School of Art. Vive e lavora tra Londra e Palermo.
La sua prima mostra fu interamente comprata dalla Galleria Saatchi di Londra ed ottenne un successo strepitoso.
Ottiene diversi premi internazionali e partecipa a diverse collettive e personali, tra cui ricordiamo British Institute Prize for Painting alla Royal Academy, Londra 1991, “Sensation: Young British Artists from the Saatchi Collection”, Londra 1997; “Territories” presso la Gagosian Gallery, New York 1999; “The Nude in Contemporary Art”, presso The Aldridge Museum of Art, Connecticut, 1999; “Ant Noises 2” Saatchi Gallery, Londra 2000, “Disparities and Deformations. Our Grotesque” presso la Quinta Biennale Internazionale di SantaFè, New Mexico, 2004."

La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue italiano-inglese edito da Electa, che contiene, una ricca selezione di immagini delle opere dell’artista.

(m.m.)

vedi "Saville, il corpo sotto una lente di ingrandimento" di Arianna Di Genova