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CRONACHE 2007
artiste nel mondo
(segnalazioni artistiche di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

e-mail: oltreluna@tiscali.it

 
 

 

sino al 23 aprile 2007

Silvia Cibaldi

sette pelli ho cambiato

Terzo Millennio

Via S.Andrea 12 - 20121 Milano
dalle 10 alle 20, orario continuato

In occasione del Salone del Mobile, Silvia Cibaldi, grande madre storica dell'arte, presenta pelli, abiti e dimore in cui ha pazientemente incastonato respiri, sospiri e pezzi di vita, creando un appassionato intreccio poetico di parole, materiali e oggetti scartati che recuperano corpo e comunicano emozioni a chi li guarda.

n.m.

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dal 15 al 20 aprile 2007


m.m.

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27 aprile 2007


ore 18
Antigone: il tragico al femminile
a cura di Vera Maria Carminati

m.m.

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3 maggio - 20 maggio 2007

S.O.S - Salire O Scendere

Gheroartè - Via Gramsci 4 - Stazione FS - Corsico (Mi)

Inaugurazione: Giovedì 3 maggio 2007 ore 18.30
Orari: da martedì a domenica, dalle 16 alle 20; lunedì chiuso


Artiste invitate: Rosa Maria Arau e Marina Biscola Baldis - Marisa Cortese - anna Rosa Faina gavazzi - Mavi Ferrando - Humus - Nadia Magnabosco - Marilde Magni - Monica Mazzoleni - Nada Pivetta - Antonella Prota Giurleo - Evelina Schatz -

Presentazione: Anna Aurenghi
Progetto: Anna Aurenghi e Gretel Fehr
Testo critico: Donatella Airoldi
Curatrice: Gretel Fehr
Collaborazione: Galleria Quintocortile - Milano
                           Associazione di Donne Galassia
Patrocini: Provincia di Milano, Città di Corsico
Grafica inviti: Marco Fantasia
Informazioni: Gheroartè 02 45 10 31 13 - 3494759779 - 3334333040
                       Sito internet : www.gheroarte.com
                       E mail: gheroarte@gheroarte.com
                       E mail: gretelfehr@libero.it

La vita, in fondo, è una lunga strada ferrata, due rotaie che corrono all'infinito, parallele. I vagoni sono il nostro limite di tempo. Gli scompartimenti le fasi della nostra vita. Qui c'è un vagone: ci sono 11 scompartimenti. Per ognuno un'artista con la sua installazione e un'opera nello spazio espositivo ( ex deposito merci della stazione). Materiali semplici ma complessi nella rielaborazione del riciclo. Riflessioni di pace e propositi di guerra alla crudeltà. Memorie di giocosa malinconia.
Facile salire. Bello scendere con qualcosa in più negli occhi e nell'anima.

Anna Aurenghi

 

I piaceri della vita si dimenticano nei vagoni pieni di gente, a volte si fanno viaggi
dissestati e si perde il respiro solo sperando in guanciali traslucidi dipinti alla chetichella. A volte ci sono treni che non partono neppure spingendoli forte e i viaggiatori spazientiti rincarano la dose di anfetamine furiose di bucato.
Alla stazione di Corsico c'è una carrozza parcheggiata su un binario laterale, lasciata come le vecchie cose abbandonate al sole e alla fitta pioggia. Da lì inizia un viaggio che condurrà, i passeggeri viandanti, in luoghi inusitati attraverso 11 installazioni realizzate da altrettante artiste nei suoi undici scompartimenti.
All'arte piace convivere con le situazioni più estreme e corrispondere sottili illusioni nell'immediato frastuono di binari fermi senza scambi parziali. E allora il vincolo di uno spazio definito quale è lo scompartimento di un treno diventa la stazione di partenza, undici stazioni per arrivare...dove?


Donatella Airoldi

PRESENTAZIONE MOSTRA SOS Salire O Scendere

Vi proponiamo un viaggio speciale.
L'appuntamento è a Corsico in questa stazioncina fs ex deposito merci della ferrovia. Siamo a due passi da Porta Genova, ma sembra di entrare in una dimensione antica, dove i ricordi si mescolano a idee di un futuro auspicabile. Il luogo si chiama Gheroartè. La mostra SOS Salire O Scendere.
Gretel Fehr,la curatrice, è il deus ex machina o, se volete, la capotreno che rende possibile il nostro viaggio.
Nell'erba, ci aspetta un vagone ferroviario; all'interno di esso, undici scompartimenti accolgono ognuno un'artista con la sua installazione. Si tratta sempre di materiali semplici, nel dovuto equilibrio con la natura, ma anche complessi nella rielaborazione del riciclo. Il filo conduttore che tutto accomuna e motivo del viaggio sta nella frase: SOS, Salire O Scendere.
L'acronimo SOS richiama alla memoria l'estrema richiesta di aiuto: accorrere a grida di aiuto, compreso quello della natura, è sempre stata la specialità delle donne, per altro, molto spesso ricambiate con l'indifferenza, o peggio, la violenza. Intanto, tutti continuiamo a percorrere questa lunga strada ferrata che è la vita, scandita da vagoni e scompartimenti che ne sono le fasi. Salire O Scendere dipende dal destino, ma anche da noi.
Sul nostro vagone, le undici artiste vi invitano a entrare per un poco nella loro personale esperienza.
Ali ricamate aiutano il viaggio di Rosa Maria Arau e Marina Biscola Baldis. Marisa Cortese "dimentica" piccoli oggetti pieni di musica e poesia, sparsi qua e là nello scompartimento. SOStare è l'invito che Anna Rosa Faina Gavazzi ci rivolge, affinché guardiamo l'immagine viaggiante che ci propone. Le 4 figure in legno di Mavi Ferrando salgono e scendono nella loro continua immobilità. Gli artisti di HUMUS ci fanno trovare un insolito e rigenerante "Scompartimento vegetale". Nadia Magnabosco accompagna le sue bambine di carta in viaggio nell'eterno enigma della crescita. Nello scompartimento di Marilde Magni, strani oggetti personali testimoniano il passaggio della viaggiatrice. "Che ti è successo in treno?": Monica Mazzoleni ci chiede di annotare un pensiero sui piccoli fogli di carta appuntati ovunque nel suo scompartimento. Nada Pivetta racconta di sé e del suo lavoro con le sue piccole sculture. Nulla meglio della cenere rende l'idea della fine e dell'inizio delle persone e della natura, dice Antonella Prota Giurleo che la utilizza per i suoi emozionanti lavori. Evelina Shatz, dalla Russia, evoca qui "I treni della mia vita" e ci coinvolge nella sua appassionata visione.
Vi aspettiamo dunque: non mancate! Facile salire. Bello scendere con qualcosa di più negli occhi e nell'anima.

Anna Aurenghi

La fisica ci aiuta a capire i movimenti dei corpi gassosi, sali scendi, riscaldamento e vaporizzazione della materia.
Vapore: sostanza aeriforme che si sviluppa da un liquido per evaporazione o ebollizione e, se da un solido, per sublimazione.
Sublimare, ancor prima dell'inflazionato significato psicoanalitico, vuol dire innalzare o elevare qualcuno o qualcosa a grandi onori. Gli antichi Sumeri avevano un capo amministrativo, il Sanga, e un gran sacerdote, l'En che secondo la tradizione poteva essere un uomo o una donna. I sacerdoti, ricordiamo la sacerdotessa dell'Ekishnugal di Nanna a Ur, offrivano oggetti di pregio al tempio, dedicandoli a una divinità, ovvero elevavano suppliche affinché gli Dèi concedessero benessere, fertilità e prosperità.
Ora, cosa è possibile elevare nella contemporaneità e praticità di una carrozza, non appartenuta al Re Sole, non con i cavalli bianchi, non con i fregi d'oro a maniglia, non a Parigi, non a Fontainbleau, ma ubicata nel cortile di una stazione ferroviaria nella città di Corsico?
Questo luogo contemporaneo, post-industriale, con un ferrovia reale che le scorre vicino e che bacia quotidianamente migliaia di clienti che vi trovano forsennatamente posto, questo luogo isolato, solitario, post-lavorativo, quasi in pensionamento forzoso con il sapore del vecchio tabacco delle sigarette con il pacchetto verde, le nazionali un po' stropicciate, rimaste forzosamente nella tasca dei pantaloni, questo luogo stranamente acido poetico che ha la nostalgia di quei corpi che sempre l'hanno vissuto, schiacciato, aspirato, chiuso con quelle piccole porte scorrevoli che non cedono a sorrisi inutili, cosa concede?
O meglio cosa lascia elevare in 11 scompartimenti chiusi con bagno comune annesso?
Ogni artista o gruppo di artiste porta l'opera in una corsia preferenziale a circuito chiuso. Salgono e creano il loro grande-piccolo luogo lasciando le loro irreplicabili impronte digitali.
Quale sublimazione potrà accadere con questa varietà di elementi e composizioni alchemiche? Partire per viaggi interiori ai bordi di liquefatte strade di cemento armato, sentirsi intrappolati da fessure longitudinali che non hanno appartenenza ma sensibilità visiva in incanti disperati di luoghi anchilosati rinchiusi nelle finestre di scompartimenti sottovuoto.
La carrozza tollera che il rito sia fatto da una persona alla volta, talora si potrà accedere allo scompartimento, talora ne sarà proibito l'accesso, ogni opera potrà essere vista o percepita passandovi accanto come in una processione che avanza lentamente, sostando incontrastati davanti a ciascuna stazione profana.
Maria Rosa Arau e Marina Biscolo Baldis, volare è sempre stato un desiderio condiviso, spiccare il volo per raggiungere l'alto cielo, scoprire che ognuno ha ali nascoste e scapole alate che attendono di essere finalmente utili, a volte vengono lasciate sui sedili in attesa di uso; Marisa Cortese, pezzetti di saggezza intrecciate a cartoline di parole, ci si può soffermare e introiettare corpuscoli di senso appesi al finestrino; Marilde Magni, serie di oggetti ritrovati o dimenticati, ombrelli per la pioggia, orologi, con una percezione inversamente proporzionale, specchi abbandonati nei guanciali; Nadia Magnabosco, le bambine buone sono composte, non urlano né dicono parolacce, raccolgono fiori e distribuiscono petali di desideri; Monica Mazzoleni, nei luoghi si depositano i nostri bagagli emozionali, raccattiamo sensazioni e le appendiamo con spilli appuntiti; anna Rosa Faina gavazzi, è un treno in corsa, due donne con coda e maglione a righe si trattengono a capo chino sul piccolo piano accanto al finestrino. Condizione delle donne lavoratrici senza sosta? Mavi Ferrando, piccole statue classiche lignee, con corpi abbondantemente piacenti, e capelli chiari al vento, potrebbero essere vissute nel VI millennio a. c. in Anatolia o nel Caucaso, con spruzzata di contemporaneità per le scale mobili di coiniana appartenenza; Nada Pivetta, sculture di terracotta policroma, titani silenti nascosti negli incavi della terra; Antonella Prota Giurleo, piccole travi scortate da tele piegate, il tutto imbevuto di grigio. Gradini appesi a fili invisibili. La cenere è vissuta come materia di partenza e arrivo; Evelina Schatz, dipinge con carta ricaricata e scritta l'intero scompartimento con racconti treniferi al sapore freddo di una Russia ghiacciata, vodka liquida e passione proibita al fulvo fulcro femminile; UMUS, collettivo che crea un piccolo appezzamento di terra vergine concimata e profumata in grado di creare un piccolo vagone alberato: si inizia con la semina dell'erba. A ogni visitatore saranno regalate semenze biodigeribili da coltivare nel vaso colorato posto sul proprio davanzale.
Corsico o Carsico, Del Carso. Rilievi Calcarei solcati da fenditure tali da permettere un rapido assorbimento delle acque e uno sviluppo della loro circolazione sotterranea.
Aghata Christie avrebbe scovato gli elementi per farne un grande giallo.
E scendere?
I piaceri della vita si dimenticano nei vagoni pieni di gente, a volte si fanno viaggi dissestati e si riprende il respiro solo sperando in guanciali traslucidi dipinti alla chetichella. A volte ci sono treni che non partono neppure spingendoli forte e i viaggiatori spazientiti rincarano la dose di anfetamine fresche di bucato, riprendono il dolore lacerato e si rinchiudono nei vagoni capestro.
E' inebriante scendere in binari senza sosta, cambiare il ritmo del respiro nell'attesa di una ritmata sinteticità dei tessuti, sprecare soldi di bassa lega nei campi di gioco assetati, rinchiudere sensazioni a fior di pelle in contenitori ermetici senza possibilità di respiro. O aprire uno sportello come tanti, senza visione angolare, tolto dagli altri limitrofi senza sforzo né tensione, ubicato in fondo alla ghiaia a sinistra, e poi scendere tre alti gradini. Nei viaggi lontani assapori suoni insentiti, lo sguardo si apre alle diversità fragili e non occorre nessuna parvenza di abito falsamente luccicante, deambuli con affaticamenti di voci e le diverse personalità aderiscono ad una sola immagine dissipatamente friabile con sguardi finiti nella limpidezza.
Chi potrebbe saggiare liquidi cristallini che contengono informi modalità di rilevazione, seguire infinite rotaie senza metalli attaccati, strattonare lunghe schede ferrose e rimanere con i brividi incatenati a traversie dai bordi fragili?
Scendi?

Donatella Airoldi

m.m.

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sino al 16 luglio 2007

Wack! : Art and the Feminist Revolution

Los Angeles Museum of Contemporary Art - – 152 Nirth Central Avenue – Los Angeles - Usa

The Museum of Contemporary Art (MOCA) presents the first international survey of a remarkable body of work that emerged from the dynamic relationship between art and feminism in and around the 1970s. WACK! Art and the Feminist Revolution-on view at The Geffen Contemporary at MOCA March 4-July 16, 2007-brings together the work of 119 artists from 21 countries to examine how the feminist movement fundamentally changed the way we see and understand art. More than eight years in the making, WACK! is organized by The Museum of Contemporary Art and curated by Ahmanson Curatorial Fellow Connie Butler-curator at MOCA for 10 years (1996-2006) and current Robert Lehman Foundation Chief Curator of Drawings at The Museum of Modern Art, New York. MOCA Director Jeremy Strick notes that, "MOCA is a most fitting institution to organize this groundbreaking exhibition given its tradition of mounting scholarly, ambitious, and risk-taking thematic surveys." Following its debut at MOCA, the exhibition will tour to the National Museum of Women in the Arts in Washington, D.C. (September 21-December 16, 2007); P.S.1 Contemporary Art Center in Long Island City, New York (Winter 2008); and the Vancouver Art Gallery in British Columbia, Canada (Summer 2008).

In the late 1960s through the '70s-a period marked by the resurgence of feminism-a fundamental shift in women's perceptions of their own social roles began to have an impact on contemporary art practices. As reflected in the exhibition's title, WACK! Art and the Feminist Revolution focuses on the intersection of art and feminism during this era and recaptures the idealism of the feminist movement. "WACK" is not an acronym in itself, but was chosen by curator Connie Butler to recall the acronyms of many activist groups and political communities from this time whose activities focused on women's issues and cultural production.

While the term "feminism" can be broadly defined, scholar and author Peggy Phelan states, "Feminism is the conviction that gender has been, and continues to be, a fundamental category for the organization of culture. Moreover, the pattern of that organization favors men over women." Embracing this definition, WACK! argues that feminism was perhaps the most influential of any postwar art movement-on an international level-in its impact on subsequent generations of artists.

In the past few decades, a canonical list of American artists have become identified with the feminist movement. The exhibition dismantles this canon through the inclusion of women of other geographies, formal approaches, socio-political alliances, and critical and theoretical concerns. The artists in WACK! do not necessarily all identify themselves or their work as feminist. Nonetheless, as artist Susan Hiller has said, "Art practice with no overt political content may, nevertheless, be able to sensitize us politically." The globalized model adopted by WACK! acknowledges the importance of artists working in their own communities and/or connecting with artists elsewhere and recognizes that while individual artists may work in relative isolation, their practice-and worldview-comes together through discourse, affinity, and relationship.

Influential proto-feminist work produced by artists in the years immediately prior to the florescence of the '70s is also featured, including work by important figures who were active through that crucial decade and beyond, but whose contributions in the mid-'60s anticipated new feminist aesthetics that took hold during the '70s. The scope of the exhibition also allows for the inclusion of the early work by such artists as Cindy Sherman and Lorraine O'Grady, representing a division between essentialist work of the '70s-which hypothesized a universal way to portray female experience -and a more theory-driven approach adopted during the '80s-which accounted for concepts like race, class, and sexual orientation.

Rather than following a chronological sequence, WACK!'s thematic organization encourages a dialogue between individual works from a wide range of media-including painting, sculpture, photography, film, video, and performance art. The themes are: Abstraction, Autophotography, Body as Medium, Body Trauma, Collective Impulse, Family Stories, Female Sensibility, Gendered Space, Gender Performance, Goddess, Knowledge as Power, Labor, Making Art History, Pattern and Assemblage, Silence and Noise, Social Sculpture, Speaking in Public, and Taped and Measured.

n.m.

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dal 19 aprile al 3 maggio 2007

PROFONDAMENTE
dedicato a Sigmund Freud- cap. II
Collettiva a cura di Mimma Pasqua
testi di Donatella Airoldi, Mimma Pasqua, Paolo Stramba Badiale

BIBLIOTECA DERGANO BOVISA via Baldinucci, 76 – Milano.
Tram n° 3 fermata Piazzale Bausan. Passante metropolitana Bovisa.

“….; non fece altro che usare la memoria come i vecchi e dire la verità come i bambini.”    W. H. Auden – (1907 – 1973)    da: “Un altro tempo” (1940)

ARTISTI

Lorenzo Alagio, Mavi Ferrando, Piero Ferrini, Anna Finetti, Rebecca Forster, Giglio, Gino Gini, Claudio Grandinetti, Helene Gritsch, Anna Lambardi, Pino Lia, Giorgio Longo Ruggero Maggi, Marco Magrini, Luchino Malarazza, Massimo Maselli, Sandra Mazzon, Daniela Miotto, Diego Minuti, Elisabetta Pagani, Antonella Prota Giurleo, Federico Simonelli, Armando Tinnirello, Stefano Soddu, Roberto Vecchione.

35 artisti esplorano, in occasione del 150esimo anniversario della nascita di Sigmund Freud, quel profondo che l’inventore della psicoanalisi portò alla luce ne L’interpretazione dei sogni, e fece oggetto della terapia analitica.

VERNISSAGE giovedì 19 aprile h. 17,30

Presentazione a cura di Mimma Pasqua e intervista a Eva Hennigs sui suoi ricordi di Freud.

FINISSAGE giovedì 3 maggio h. 17,30

Conferenza del Dottor Paolo Stramba Badiale su Psicoanalisi e arte: Il gioco delle metafore..

Si prevedono visite guidate per scolaresche e per il pubblico.

…. l’opera d’arte rappresenta la tappa di una storia di cui il critico si fa cantore e che si è convenuto chiamare ricerca. La mostra è ispirata a Sigmund Freud, nel 150° anniversario della nascita, con opere che raccontano il mondo sommerso dell’inconscio di cui Freud fu lo scopritore....

Mimma Pasqua

… Freud, pertanto, non si limita a cercare nell’opera d’arte le pulsioni e i ricordi infantili rimossi, ma individua nel necessario adeguamento alla realtà il mezzo in grado di trasformare il sogno in un processo creativo ed artistico…

Paolo Stramba Babiale

…. Nel suo saggio sul Mosè di Michelangelo Freud scriveva: “ …E se avessimo preso sul serio dettagli che non erano nulla per l’artista,…?” Ogni segreto vale la pena di trattenerlo in estremità più lontane, lasciando l’inconsapevole nelle repliche successive…

Donatella Airoldi

m.m.

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Martedì 3 aprile 2007, ore 18

Fili di donne, fili di vita
di Antonella Prota Giurleo

Quintocortile
Viale Col di Lana 8 - 20136 Milano

Presentazione DVD e testi di Donatella Airoldi, critica; Bruna Brembilla, assessora all'ambiente della Provincia di Milano; Luciana Tavernini, scrittrice.

Il video documenta le performances interpretate da diverse donne alla galleria Quintocortile di Milano e allo spazio d'arte Gheroartè di Corsico. E' stato realizzato su invito di zonadearte di Buenos Aires per la partecipazione a Buenos Aires zonadearte en accion 2007, nell'ambito dello scambio culturale Quebec - Buenos Aires che si svolgerà a Buenos Aires tra il 20 e il 25 aprile 2007.
Federica Condè e Clara Oliveti leggono alcune poesie di Gabriella Lazzerini.

m.m.

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fino al 14 giugno 2007

Antonia Pozzi
Nelle immagini l'anima

Fondazione Corrente
Via Carlo Porta 5
Milano

Fotografie 1929-38. A cura di Toni Nicolini e Ludovica Pellegatta

Nel 1929 la giovane poetessa milanese Antonia Pozzi, che negli anni trenta sarà allieva di Antonio Banfi e amica fraterna di Vittorio Sereni, Dino Formaggio e Remo Cantoni, scopre la fotografia. Nei dieci anni successivi, prima del suicidio avvenuto nel 1938, la Pozzi scatterà circa 2800 immagini, un fondo fino a oggi pressoché sconosciuto di cui Ludovica Pellegatta ha curato una prima, magistrale disposizione nel volume Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima. Antologia fotografica, che Ancora pubblica accompagnato da un testo biografico di Onorina Dino. Sono foto che parlano di un duplice percorso: immagini in qualche modo rese analoghe alla parola poetica, e insieme testimonianze di un interesse storico e antropologico verso la Lombardia rurale. Parte delle fotografie riflettono infatti il lavoro di ricerca compiuto da Antonia Pozzi a Pasturo in Valsassina e alla Zelata di Bereguardo sul Ticino per un ultimo progetto letterario, un romanzo storico la cui stesura non venne mai compiuta. Delle circa 70 immagini pubblicate nel volume, Toni Nicolini e l'autrice hanno selezionato una quarantina di scatti che saranno presentati alla Fondazione Corrente in una mostra a corollario della presentazione del volume (via Carlo Porta 5, a partire da mercoledì 28 marzo fino a giovedì 14 giugno). Oltre ai curatori interverranno Graziella Bernabò, autrice di una biografia di Antonia Pozzi, Onorina Dino, Antonello Negri, Fulvio Papi e Gabriele Scaramuzza.

m.m.

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29 marzo - 15 luglio 2005

Antonietta Rahaël

Sculture in villa

Casino dei Principi - Villa Torlonia
Roma

Un’accurata selezione di 30 sculture, 10 dipinti e 20 disegni che rappresentano le fasi più rilevanti nell’arco dell’intera attività, dalla fine degli anni venti all’inizio degli anni settanta, di una delle artiste italiane più importanti del XX secolo.

vedi Antonietta Rahaël: Il mondo di un'artista acceso dal dolore

m.m.

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March 23–July 1, 2007

‘Global Feminisms’


Judy Chicago - The Dinner Party, 1974

Brooklyn Museum - 200 Eastern Parkway - New York

The exhibition, a large-scale international survey of contemporary art, will inaugurate a study center devoted to art created from a feminist perspective.

Signaling an intent to take the study of new, often-critical visual expressions in new directions, the Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art at the Brooklyn Museum, the first facility of its kind in the United States, ventures far beyond American and European borders for the inauguration presentation.

"Global Feminisms" assembles works in a range of media by more than 100 women artists, most of whom are under 40 and two-thirds of whom have never before presented work in New York. Some 50 countries are represented, including a good number that seldom figure in the contemporary art discourse, such as Sierra Leone, Kenya, Russia, Yugoslavia, Costa Rica, Afghanistan, Indonesia and Taiwan.

The joint enterprise of two scholars, Maura Reilly, PhD, curator of the new center, and Linda Nochlin, PhD and Lila Acheson Wallace Professor of Modern Art at the New York University Institute of Fine Arts, the survey coincides with the 30th anniversary of the first major exhibition to explore the role of women in the history of Western art. Organized by Nochlin, with Ann Sutherland Harris, "Women Artists: 1550–1950" was presented at the Brooklyn Museum in 1977.

"In 'Global Feminisms,' we are attempting to construct a definition of 'feminist' art that is as broad and flexible as possible," says Reilly. "Linda and I kept asking what it means to be a feminist in radically different cultural, political and class situations. And we found not one definition, but many; hence, the term 'feminisms.'"

Despite real differences in the life situations and preoccupations of the artists, several threads of thought emerge as themes in "Global Feminisms." One is an interest in "Life Cycles" that transforms conventional conceptions of a woman's life into visual experiences that more closely mirror life as it is lived — and dreamed — today. Among the works featured in this section is a huge photograph by the London-based artist Melanie Manchot, featuring the artist's mother nude from the waist up, and laughing against a background of sky so blue it could grace a Hallmark card.

Reilly and Nochlin also found artists around the world exploring "Identities," be it racial identity, gender identity or concern with the concept of self. In this section, viewers will find a number of artists skewering notions of exoticism with hyperbolic send-ups of, for example, the contented Spanish peasant woman (Pilar Albarracín of Madrid); the butch lesbian in a never-ending ritual of binding (Mary Coble, Washington, D.C.); and the hip Asian chick doing karaoke as performed and documented for video by Taiwanese-born artist Hsia-Fei Chang.

Nowhere can the differences among women be grasped more clearly than in the section focusing on the recurring them of "Politics." Regina José Galindo is seen trailing a bloody footprint with each step as she walks from the Court of Constitutionality to the National Palace in Guatemala City, in memory of murdered Guatemalan women, in her performance videotape, Who Can Erase the Prints?, 2003.

Tania Bruguera, who has lived in Cuba and the United States, asks the viewer to consider the meaning of a Cuban flag woven of hair from countless anonymous Cubans. She entitled the 1995–96 work, "Estadistica (Statistic)."

Another exhibition theme is "Emotions." Japanese artist Ryoko Suzuki contributes a mural-sized installation of three photographs in which her face is bound tightly by pig's intestines — bullied into a kind of mute, anonymous submission. Bulgarian artist Boryana Rossa is among a number of artists represented in this section who wields a wicked humor, appropriating cultural clichés about women's histrionic emotions and blasting away at these assumptions, as in her video Celebrating the Next Twinkling, 1999.

"Global Feminisms" inaugurates The Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art, which was established in 2003 through funding from The Elizabeth A. Sackler Foundation. The center's 8,300-square-foot facility is on the museum's fourth floor.

Along with the opening "Global Feminisms," an icon of contemporary art returns to the public stage in March: Judy Chicago's "The Dinner Party" is to be a permanent centerpiece of the center. Also on view, is "Pharaohs, Queens and Goddesses," an exhibition drawn from the museum's Egyptian collection to illuminate the role of women in Egyptian art and life.

n.m.

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sino al 30 aprile 2007

Angiola Churchill / Lucia Pescador

Camera con Vista


LATTUADA STUDIO - ARTE CENTRO - IL DIAFRAMMA
Via Dell'Annunciata 31 (20121)

La mostra “Camera con Vista”, di Angiola Churchill e Lucia Pescador, intende indagare alcuni aspetti di una linea poetica sotterranea, quella linea che contrappone alla componente “espressiva” una matrice “evocativa”di segno metafisico. Ovvero l’esigenza, comune a queste due artiste, di scegliere l’infinito come dimensione.

L’esposizione si articola in un dialogo tra spazi e oggetti, tra luci ed ombre, tra l’io e il mondo, una visione che si propone di dare visibilità alle emozioni.

Per Angiola Churchill l’opera non è più una composizione di elementi, ma lo spazio entro cui si mette in scena la lotta tra forme e colori nel dominio emozionale, una materializzazione dell’immagine che pone l’accento su una ricerca spaziale orientata verso la tridimensionalità, intesa non più come scultura, ma come integrazione reciproca tra spazio e opera. E’ il disegno la vera lingua di Angiola, un disegno vivo come una performance.

Lucia Pescador realizza una serie di catalogazioni, una catalogazione su carta spesso già utilizzata, pagine di registri, spartiti musicali, frammenti di diari, registri contabili, pagine di libri,…Il suo “Inventario di fine secolo con la mano sinistra”raccoglie varie voci in una sorta di storia del mondo che si realizza attraverso i segni e le immagini di altri sguardi: i bambini, gli stranieri, gli animali.

Entrambe le artiste hanno sempre messo in gioco nel loro lavoro il senso del fare manuale. Piegare, intrecciare, o disegnare, raccogliere, cercare…Entrambe creano delle installazioni in cui raccontano il proprio “stare al mondo” attraverso materiali fragili e desideri e “accumulazioni”. E l’incontro tra le due vive di un gioco di opposti e di equilibri, ordine e disordine, astrazione e rappresentazione, mettendo in evidenza il valore dell’immaginazione che nasce dall’incontro e dalla contrapposizione visiva dei meccanismi di pieno e di vuoto.

Un dialogo quello tra Angiola Churchill e Lucia Pescador che sembra immetterci all’interno di una mappa, con tutti i riferimenti per trovare il tesoro.

n.m.

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sino al 15 luglio 2007

Italian Women Artists from Renaissance to Baroque

National Museum of Women in the Arts
Washington


In celebration of its 20th year, the National Museum of Women in the Arts will host the ground breaking exhibit Italian Women Artists from Renaissance to Baroque. This exhibition brings together paintings, prints, drawings and sculpture by prominent women painters, including Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola, Giovanna Garzoni and Elisabetta Sirani and presents them within a historical context. It will examine the position of women artists as second-class citizens, the economics of art production, and the cultural context both within Italy and beyond the country’s borders. Ultimately, it will address the ways in which these artists overcame "the conditions of their sex," to leave behind a fascinating visual legacy.

 

martedì 20 marzo 2007
ore 15.30
Centro Sociale di via Falcone 5/7a

Fili di donne nell’arte

incontro organizzato nell’ambito del ciclo “Saper fare di donne”
dall’’associazione di donne Galassia

condotto e coordinato da
Antonella Prota Giurleo
che esporrà la realtà delle artiste francesi e le presenze femmminili alla FIAC di _ Parigi nel 2006.

Saranno presenti le artiste italiane Nadia Magnabosco e Marilde Magni che illustreranno il proprio lavoro
Nina Bellomo che suonerà l’arpa.

Durante l’incontro saranno proiettate diverse immagini relative al lavoro artistico femminile.

n.m.

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In concomitanza con la giornata mondiale della poesia una mostra dedicata al poeta Cecco Angiolieri

20 - 30 marzo 2007

Quintocortile
Viale Col di Lana 8 - 20136 Milano


PENNE ALL'ARRABBIATE



a cura di Donatella Airoldi

Questa è la prima mostra di un nuovo ciclo apparentemente fatuo, nella realtà metafora condensata dell’umana vita dal titolo ‘Pranzo completo’.

Tali mostre si chiameranno : ‘Penne all’arrabbiata’, ‘Carne a piacere’, ‘Crudité.

Come è consuetudine nei temi che proponiamo sono presenti, oltre all’evidente vena ironica, diverse possibili e ambigue interpretazioni.

Penne all’arrabbiata sono ovviamente un succulento primo piatto piccante, ma sono anche coloro che scrivono feroci, e sono tutti i segni che ci portano al caos, grovigli e cumuli che seducono, e sono penne di uccelli uccisi, penne acuminate, penne d’oca usate rabbiosamente dai poeti maledetti, penne degli alpini, pennette o pennaccie rosse di peperoncino che se si mangiano danno fuoco alla vita, se si leggono ci fanno allucinare come Ginsberg o non ci fanno sperare più niente come Cecco.

opere di: Paolo Barrile, Alberto Casiraghy, Lorana Castano, Mavi Ferrando, Simonetta Ferrante, Mario Gatto, anna Rosa Faina gavazzi, Ruggero Maggi, Sandra Mazzon, Giorgio Nelva, Evelina Schatz, Armando Tinnirello

inaugurazione: martedì 20 marzo alle ore 18,00
alle ore 19 'Mise en espace' di e con Rita I.Giacchetti su testi di Cecco Angiolieri

orario: da martedì a venerdì dalle ore 17,30 alle 19,30

m.m.

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20 marzo 2007 - 20 maggio 2007

Sabah Naim

Galleria Lia Rumma Napoli,
Via Vannella Gaetani 12
80121 Napoli

Il nuovo progetto dell'artista egiziana Sabah Naim esce dai confini delle pareti e occupa fisicamente lo spazio della galleria. Si tratta di un'installazione composta da leggerissime tele trasparenti sospese al soffitto, sulle quali sono stampate immagini singole a grandezza naturale della popolazione cairota. I teli obbligano l'osservatore a perdersi in un percorso labirintico che intende rievocare l'atmosfera caotica delle vie del Cairo, mentre la fragilità e la trasparenza del tessuto ci rimandano alla delicatezza espressiva e formale dell'arte araba. Le foto, scattate direttamente dall'artista o prelevate da giornali locali e vecchi album di famiglia, ci offrono una visione variegata della popolazione. Militari, anziani, ragazzini, donne sintetizzano la molteplice gamma culturale e sociale dei passanti. Sabah Naim vuole porre l'accento sulle relazioni tra gli individui e sulle difficili possibilità di contatto nella frenesia della vita contemporanea. La trasparenza dei tessuti crea uno stato di ambiguità tra realtà e finzione, obbliga ad un rapporto diretto con i soggetti e spinge a sentirsi parte integrante dell'opera. Il lavoro di Sabah Naim puo' essere considerato una sorta di reportage visivo che muove dalle sue vicende personali e familiari per spostarsi verso le origini culturali della sua terra. Le sue opere nascono da una combinazione tra immagini fotografiche, pittura e collage. Le immagini, quasi sempre in bianco e nero, sono spesso accostate ad elementi decorativi che rievocano nei motivi e nei colori il linearismo aniconico della tradizione artistica araba. In questo modo, al realismo dei personaggi, portatori del loro vissuto individuale, si contrappone l'astrazione del segno. In alcuni lavori questo contrasto tra astrazione e figurazione e' accentuato dalla presenza di giornali o di frammenti cartacei che, arrotolati o ripiegati secondo rigorosi schemi geometrici, sono posti accanto alle foto e conferiscono al supporto una consistenza materica.

Sabah Naim (Il Cairo, 1967) ha esposto nella Galleria Lia Rumma di Milano nel 2004. Ha partecipato a importanti appuntamenti internazionali e preso parte a mostre collettive in prestigiose sedi espositive, dalla sezione Smottamenti della 50ª Biennale di Venezia del 2005, ad Africa Remix - Contemporary Art of a Continent la mostra itinerante al Museum Kunst Palast di Düsseldorf, alla Hayward Gallery di Londra, al Centre Georges Pompidou di Parigi e al Mori Art Museum di Tokio. Tra le ultime mostre segnaliamo Napoli presente. Posizioni e prospettive dell'arte contemporanea presso il Museo PAN di Napoli. Le sue opere sono state acquisite dalle collezioni permanenti del British Art Museum di Londra, del Museum of Modern Egyptian Art e dall'Egyptian Ministry of Culture.

m.m.

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sino al 5 aprile 2007
Oltre la polvere/Beyond the dust

Lida Abdul, Regina Jose' Galindo, Michal Rovner, Zineb Sedira

Zineb Sedira

Lo sguardo di 4 artiste internazionali dalle terre della violenza

Museo Archeologico Nazionale
Piazza Museo Nazionale, 19 - Napoli

 

La mostra "Oltre la polvere/Beyond the dust" a cura di Renata Caragliano e Stella Cervasio, si propone di presentare sguardi e voci di alcune artiste che affondano le loro radici in aree che vivono ed hanno vissuto atti di violenza, guerre, privazioni della libertà ed esilio, nell'impossibile normalità del quotidiano. Il titolo "Oltre la polvere" deriva da una raccolta di poesie della scrittrice Nelly Sachs, Premio Nobel 1966.

Le artiste invitate sono l'afghana Lida Abdul (Leone d'oro come migliore artista straniera alla Biennale 2005), la guatemalteca Regina Jose' Galindo (Leone d'oro come migliore artista straniera under 35 alla Biennale 2005), l'israeliana pluripremiata Michal Rovner e l'algerina Zineb Sedira (Decibel Award, Arts Council, Londra 2004).

Lida Abdul presenta la video-proiezione "White House" (2005) per cui e' stata insignita del premio alla Biennale di Venezia 2005 e inoltre alcune foto tratte dal video What we saw upon awaking (2006); Regina Jose' Galindo presenta un'installazione della sua performance documentata da una video-proiezione su tre schermi "Plomo" (Clases para aprender a manejar armas) (2006) e da tanti dei fogli usati come bersagli nella sua esperienza ad una scuola di tiro e infine alcune foto tratte sempre da "Plomo"; Michal Rovner presenta una video-proiezione su tre schermi "Ash" (2006) e una video-proiezione su pietra "Roma" (2004) dal famoso ciclo "Culture Zone". Una serie di proiezioni su pietre chiuse in vetrine dove e' la storia stessa ad essere esposta o piu' esattamente cosa ci rimane di essa: la sua archeologia.

Zineb Sedira presenta la video-proiezione su due schermi "Saphir" (2006) e alcune foto tratte sempre da "Saphir" (2006). Saphir e' il nome di un albergo di Algeri d'epoca coloniale, costruito negli anni Trenta da architetti francesi, ma e' anche una parola che tradotta dall'arabo vuol dire "l'ambasciatore".

n.m.

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8 marzo 2007


La donna nell'arte

Giovedi' 8 marzo tutte le donne potranno accedere gratuitamente ai luoghi d'arte statali, ove saranno organizzati eventi, mostre, visite guidate, concerti e dibattiti intorno all'eterno femminino, curati ed allestiti dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con gli Istituti aderenti all'iniziativa. Per la prima volta il MiBAC, in occasione dell'Anno Europeo delle pari opportunità per tutti, e all'insegna della non discriminazione e della promozione dell'uguaglianza partecipa giovedi' 8 marzo 2007 alla Festa della donna con la manifestazione nazionale La donna nell'arte.

Tra gli eventi organizzati per questa occasione segnaliamo i molteplici appuntamenti ispirati alle maggiori artiste contemporanee e del passato, come le visite guidate che si terranno presso il Museo di Palazzo Reale di Genova alla scoperta delle protagoniste di tre capolavori della collezione: Caterina Balbi Durazzo, nel ritratto di Antonio Van Dyck, Venere, nella scultura di Filippo Parodi e Sant'Agnese, nella quattrocentesca tavola fiamminga; la mostra che la Biblioteca Universitaria di Bologna dedica ad una sua impiegata di particolare valore con Rita: La -Virginità Trionfante- e la presenza femminile nei fondi della Biblioteca Universitaria di Bologna; l'incontro con l'artista Mirella Bentivoglio che si terrà a Roma presso la Sala della Crociera, unitamente all'esposizione di alcune opere e pubblicazioni della stessa posseduta dalla Biblioteca; o, ancora, le iniziative inserite nel mese di celebrazione della -Festa delle Bambine- che il Museo di Arte Orientale Chiassone di Genova ed il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Pigorini di Roma riservano, rispettivamente, alla conferenza Donne e femminilità nell'Arte giapponese ed alla mostra Hina-Matsuri. La festa delle bambine.

Ulteriori iniziative si propongono la ricostruzione - attraverso opere d'arte, giornali e periodici d'epoca, fonti letterarie ed archeologiche, documenti d'archivio, fotografie e ritratti - dei diversi ruoli e della mutevole condizione femminile nelle varie epoche e nelle diverse regioni: e' il caso della mostra La lunga marcia della cittadinanza femminile allestita presso l'Archivio di Stato di Roma; dell'esposizione che la Biblioteca Nazionale di Bari dedica all'Essere donna in Puglia; delle visite guidate alla scoperta del culto di Cibele in La Magna Mater ad Ostia Antica: storia di una dea presso gli scavi di Ostia Antica (RM) o delle vicende di un'emancipata sacerdotessa del culto imperiale con Donne che danno: il testamento di Cetrania Severina allestita presso il Museo Archeologico di Sarsina (FO); della conferenza Titinia e le altre. Ruoli pubblici e privati della donna nella società lunense che si terrà a Ortonovo Luni - La Spezia Museo Archeologico Nazionale di Luni ed Area Archeologica.

Di particolare interesse, infine, quelle mostre che intendono presentare la figura femminile cosi' come ci e' restituita da documenti pubblici e privati conservati presso Archivi e Biblioteche, e che, attraverso le tematiche affrontate contribuiscono all'innalzamento del livello di conoscenza culturale della condizione della donna nel corso dei secoli portando alla ribalta il tema, attualissimo, delle pari opportunità. Si inseriscono in tale filone le iniziative che si terranno presso l'Archivio di Stato di Pistoia e l'Archivio di Stato di Caserta; la mostra documentaria Dal baule di Giovanna alle pari opportunità, a cura dell'Archivio di Stato di Trieste e quella dedicata a La presenza femminile nelle carte d'Archivio allestita dalla Sezione Archivio di Stato di Castrovillari (CS); il contributo sulla condizione femminile offerto dall'Archivio di Stato di Vibo Valentia con Essere Donna. Ieri e oggi e la particolare rassegna plurisensoriale Un infuso di benessere con due cucchiaini di arte e fiaba in mostra presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona.

n.m.

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8 marzo 2007

Politecnico di Milano - Campus Bovisa
Via Giovanni Durando 10 - Milano

Stanze del Tempo
Le arti le donne

a cura di Maria Cristina Loi

Giovedi' 8 marzo 2007, nello spazio mostre e nell'aula Carlo De Carli della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, via Durando 10, una giornata dedicata al lavoro femminile nelle arti.

Stanze del tempo. Le arti le donne- e' un progetto al cui centro e' posto il punto di vista femminile, nel rapporto fra memoria storica e presente.
L'iniziativa intende proporre un momento di riflessione e di dibattito sui modi in cui da sempre, nelle varie arti, il lavoro creativo delle donne manifesta caratteri propri e spesso sostanzialmente differenti dalla cultura consolidata dominante. Il progetto ha un carattere fortemente interdisciplinare, un omaggio al concetto di "assialità della cultura" caro a Giulio Carlo Argan, oltre che risposta a una sentita necessità : aprire la scuola all'incontro di piu' discipline, per promuovere un dibattito trasversale ricco, stimolante e aperto a molteplici suggestioni.

L'iniziativa si articola in tre momenti distinti :

ore 14:30, aula Carlo De Carli
Convegno
a cura di Maria Cristina Loi

Dopo la presentazione di Adriana Baglioni, Prorettore, Amalia Ercoli Finzi, Presidente Comitato Pari Opportunità del Politecnico di Milano, Antonio Monestiroli, Preside della Facoltà di Architettura Civile, Massimo Fortis, Direttore del Dipartimento di Progettazione dell'Architettura, Alberto Seassaro, Preside della Facoltà del Design, Arturo Dell'Acqua Bellavitis, Direttore del Dipartimento INDACO, interverranno : Cini Boeri, Chiara Baglione, Aurora Scotti, Anna Finocchi, Matilde Baffa Rivolta, Chiara Molina, Michela Alberti Merri, Eleonora Fiorani, Luisa Spinatelli.

Ore 18:00, spazio mostre
Performance
-Il cielo e' della mente-
Partitura per voce e immagini
di e con Paola Maffioletti

danzatrice: Stefania Mariani
attrice-danzatrice: Simona Di Maria
video art: Silvia Giulietti
direzione tecnica: Luca Lanzini
assistente alla regia: Simona Di Maria
(si ringrazia: Accademiadanza diretta da Susanna Beltrami)

ore 19:00, spazio mostre
Inaugurazione della mostra
-Stanze del tempo: la memoria, lo spazio interno, la città, il paesaggio-
a cura di Maria Cristina Loi

Opere di : Cini Boeri, Isabella Cuccato, Luisella Deiana, Franca Ghitti, Silvia Giulietti, Paola Marzoli, Marilisa Pizzorno, Luisa Spinatelli, Armanda Verdirame e delle donne architetto della Facoltà di Architettura Civile e del Dipartimento di Progettazione dell'Architettura

n.m.

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fino al 24 marzo 2007

Bibi: un viaggio nel tempo


Biblioteca Comunale “Carlo Emilio Gadda”
piazza delle Associazioni
20077 MELEGNANO MI

a cura di Angela Huemer, regista tedesca appassionata lettrice di Bibi.

La mostra è dedicata a Karin Michaëlis, la scrittrice danese che tra le due guerre creò il personaggio di Bibi. I sei libri di avventure di Bibi, bambina libera, coraggiosa e indipendente, tennero compagnia a un‘ intera generazione di ragazzine italiane, ma anche di ragazzini, che quella libertà potevano soltanto sognarla.

La mostra darà modo ai visitatori di entrare nel mondo di Karin e Bibi, di vedere come è diventato il mondo che Bibi ha esplorato e di incontrare alcuni dei lettori e lettrici di prima e seconda generazione.

Sono esposte le lettere di alcuni dei più famosi amici della scrittrice, come Albert Einstein e Bertolt Brecht. Karin Michaëlis, attivista per i diritti umani e femminista “sui generis”, si prodigò con generosità straordinaria per aiutare i perseguitati dal nazismo.

La mostra è stata allestita a Colonia, a Salisburgo, alla Casa della letteratura di Copenaghen e nello scorso mese di gennaio a Sesto san Giovanni. Ha il patrocinio del settore cultura della Provincia di Milano e dell’Ambasciata di Danimarca.

L’inaugurazione è alle ore 17 di sabato 3 marzo. Per i bambini ci sarà un anteprima alle 16 con una performance teatrale di Mara Sfondrini. Per partecipare alla rappresentazione è necessaria la prenotazione.

Per le lettrici e i lettori di Bibi è previsto un incontro con Angela Huemer e Marina Morpurgo, giornalista e scrittrice, fissato per lunedì 5 marzo 2007, alle ore 21. L’incontro vuole far conoscere generazioni di lettrici e lettori di Bibi e di Karin Michaëlis.

Inoltre nei sabati 10, 17 e 24 marzo, alle ore 16, in biblioteca ci sarà la merenda letteraria con Bibi, una lettura in tre puntate del primo libro, a cura di Adriana Milani, lettrice ufficiale.

Durante il periodo della mostra sono inoltre previste visite guidate e animazioni teatrali e letterarie per le classi.

m.m.

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dal 28/2/07 al 6/5/07

Lorna Simpson

Twenty-Year Survey of Artist's Work

Whitney Museum - 945 Madison Avenue 75th Street - New York

One of the leading artists of her generation, Lorna Simpson is well known for her photographic and film works, which often examine racial and gender identity. In works such as Call Waiting (1997), she depicts people of color engaging in intimate yet incomplete conversations that elude easy interpretation but seem to plumb the mysteries of identity and desire.

Lorna Simpson, a survey of the past 20 years of the career of the internationally recognized photographic and film/video artist, will be presented by the Whitney Museum of American Art from March 1 to May 6, 2007. Organized by the American Federation of Arts and curated by AFA Adjunct Curator Helaine Posner, the exhibition presents a sweeping view of the multi-faceted work of one of the leading artists working in the United States today. Shamim Momin, associate curator at the Whitney, will oversee the installation for the Museum.

Featuring both black-and-white and color works, Lorna Simpson includes approximately 17 of the artist's acclaimed image-and-text pieces (1985-92) and seven major photographs on felt (1994-2005). Also on view are six film installations dating from 1997 to 2004, including Call Waiting; Easy to Remember; Interior/Exterior; Full/Empty, a seven-part projection and related series of photographs; 31, a video calendar in which the artist closely observes a month in the public and private life of an unknown woman; and Corridor (2003), a work that juxtaposes the domestic meanderings of two women-one set in the 17th-century Coffin House (a noted historic structure in Newbury, Massachusetts), and the other in the 1938 house built by Bauhaus architect/designer Walter Gropius for his family in Lincoln, Massachusetts. As these enigmatic figures attend to their homes and the quotidian activities of their respective times, the viewer is irresistibly led to compare them-an action that is, in fact, central to the viewing of all of Lorna Simpson's work. The exhibition concludes with Simpson's recent photographs (2001-03), which consist of ghostly, silhouetted profiles of black women and men accompanied by the titles of paintings, songs, and films that date from the 1790s to the 1970s.

Lorna Simpson first became well-known in the mid-1980s for her large-scale photograph-and-text works that confront and challenge narrow, conventional views of gender, identity, culture, history, and memory. With the African American woman as a visual point of departure, Simpson uses the figure to examine the ways in which gender and culture shape the interactions, relationships, and experiences of our lives in contemporary multi-racial America. In the mid-1990s, she began creating large multi-panel photographs printed on felt that depict the sites of public-yet unseen-sexual encounters. More recently, she has turned to moving images-in film and video works such as Call Waiting, Simpson presents couples engaged in intimate and enigmatic yet elliptical conversations that elude easy interpretation but seem to address the mysteries of both identity and desire. When Lorna Simpson emerged from the graduate program at the University of California, San Diego, in 1985, she was already considered a pioneer of conceptual photography. Feeling a strong need to reexamine and re-define photographic practice for contemporary relevance, Simpson was producing work that engaged the conceptual vocabulary of the time by creating exquisitely crafted documents that are as clean and spare as the closed, cyclic systems of meaning they produce. Her initial body of work alone helped to incite a significant shift in the view of the photographic art's transience and malleability. In an exhibition catalogue essay, Okwui Enwezor, Dean of Academic Affairs at the San Francisco Art Institute, observes that, -Much of Simpson's work imbricates [creates overlaps of] language, speech, and text. Language is employed like a lever, to pry open the lid of the unconscious. Here text plays a subsidiary role. However, when it approximates speech, it functions like a memory trigger in relation to a visual cue. The text panels also confront the viewer with a fundamental contradiction between the sense of vision and voice as separate forms of knowing: between seeing and speaking. If we are to reconcile this contradiction, then much of Simpson's work is not simply annexed to text/image relationship, it is fundamentally audiovisual.

n.m.

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dal 28/2/07 al 28/3/07

Rosetta Berardi

Maison de l'Unesco - Salle des Actes
125, avenue de Suffren - Parigi

Mercoledi' 28 febbraio 2007 alle ore 18,30, nella sede dell'UNESCO a Parigi, presso la SALLE DES ACTES, si inaugura la personale di Rosetta Berardi nell'ambito della Rassegna INTERNATIONAL WOMEN'S DAY 2007 che celebra l'8 marzo prossimo. L'esposizione dal titolo CHINDIART, presenze d'Oriente, e' composta di 21 tele, che l'artista ha realizzato appositamente per questo evento. Il titolo della mostra CHINDIART e' composto dalle iniziali (in francese e inglese) di Cina e India a significare la straordinaria sintonia grafica dei segni linguistici fondativi di queste due grandi civiltà. Per Rosetta Berardi l'interesse per la scrittura non e' nuovo. Già in passato aveva lavorato sul segno della punteggiatura e sulla parola. Segni grafici come -tracce nella memoria-.
La scrittura come mistero per un alfabeto visivo in cui la componente calligrafica assume una valenza simbolica. L'artista ha voluto dare un valore estetico e contemplativo alla scrittura considerando il segno grafico non come un semplice mezzo di comunicazione ma come fine stesso dell'azione pittorica. Una pittura in cui, appunto, la forma tende a trasformarsi in segno, cioe' in un elemento grafico riconoscibile a prescindere dai contenuti di senso. La -messa in scena- del segno e' un modo per diminuire la distanza fra questi popoli e fra loro e noi. Affascinata sia dai grafemi indiani sia dall'ideogramma cinese per la loro prepotenza figurativa e per la forte astrazione e concettualizzazione dell'immagine, Rosetta Berardi usa la scrittura per raggiungere il calore e il colore dell'India e della Cina. Scrive in catalogo Hans D'Orville, Direttore dell'Ufficio di Pianificazione Strategica dell'Unesco:
-L'UNESCO saluta il lavoro creativo e ispiratore di Rosetta Berardi, che illustra come la calligrafia possa svelare aspetti tangibili della cultura... La Giornata Internazionale della Donna, osservata globalmente l'8 marzo 2007, e' il giorno universale che unisce tutte le donne attorno al mondo e le ispira a realizzare appieno le loro potenzialità...All'UNESCO, noi crediamo che le donne artiste, attraverso le loro espressioni creative, abbiano grande potere al fine di cambiare il modo in cui le donne sono percepite nella società. Permetteteci percio' di guardare con ammirazione questa mostra e viverla come fonte d'ispirazione. I lavori di Rosetta Berardi testimoniano la capacità delle donne artista di contribuire alla piu' ampia agenda della comunità internazionale tramite l'uguaglianza dei generi, tramite il conferimento di potere alle donne di tutte le estrazioni sociali.

n.m.

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sino al 22 aprile 2007

Konstfeminism


Annika Liljedahl

Göteborg Konstmuseum
Göteborg

A little over thirty years ago a group of women artists launched a new trend-setting aesthetic which introduced fresh questions and themes into the world of art. KONSTFEMINISM is an exhibition of feminist strategies and their effects on art as witnessed by the work of some two hundred artists in Sweden from the 1970s to today.

Artists of a feminist inclination call in question accepted value hierarchies and aim to find new emancipating strategies. One method has been to "infiltrate" the established art world by pandering to the demands of the art market while at the same time criticising by their choice of topics the very system within which they operate. These artists have also striven to reach the general public in new ways, including public demonstrations.

KONSTFEMINISM covers a wide span of both materials and techniques and embraces a broad range of subject matter – anything from everyday realism and genitalia to dreams and political visions. The feminist element is not dependent on the sex of the artist or on any stated feminist agenda, even if many of their works treat of the norms and injustices associated with sex and genus.

'art feminism': the collective term for feminist analysis and activism in the field of art as applied by Riksutställningar (the Swedish government organisation responsible for administration of travelling exhibitions), Dunkers Kulturhus, Helsingborg, and the Liljevalchs konsthall, Stockholm. The term refers to the art works themselves, to the artists, the general public, institutions, gallery owners and administrators, researchers, journalists etc.

'feminism': The view according to which women are subordinate to men and that this state of affairs should be righted. A host of varied sub-movements have arisen, resulting in the plural term ‘feminisms’ being frequently used.

The exhibition is a collaboration between Dunkers Kulturhus, Liljevalchs konsthall and Riksutställningar.

vedi     Le cento guerriere del genere di Giannina Mura

m.m.

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sino al 28 febbraio 2007

Maria Micozzi - Don't rape Lilith


Archivio di Stato
Sede Via del Senato, 10, Milano


Lunedì - Giovedì: 10.00 - 18.00 / Venerdì: 10.00 - 15.00 Sabato: 10.00 - 14.00

Maria Micozzi, parte da un’idea forte per tessere la trama della sua esposizione: “Non violentare Lilith!” E’ la ricerca sulle ragioni dell’intolleranza e della violenza che impegna l’artista da anni. La violenza viene qui declinata al femminile e l’idea forte intorno a cui ruota la mostra è lo stupro. Parlare dello stupro è difficile, il linguaggio che normalmente lo esprime nei media, in genere, in qualche modo lo parcellizza, lo relega in ambiti eccezionali, lo allontana. I soggetti vengono stereotipati in una tipica diversità. Ci si difende sempre da ciò che è troppo grande perchè la psiche umana non riesce ad accogliere il troppo grande, ma la difesa posta in atto apre la strada ad un travisamento pericoloso, quello che il fatto venga decontestualizzato, tolto cioè dal contesto che gli dà senso; non dal contesto contingente, che, in un certo senso, è quello più attraversato dalla cronaca, ma piuttosto dai contesti più di fondo come quello storico e quello antropologico. Stuprum in latino sta per colpo e deriva dal verbo stupere , ammutolire, togliere la parole. Spegnere il linguaggio, annichilire il nome con cui ci diciamo e che ci dice. Ecco Lilith, la parlante e quindi la seduttrice la colpevole dei drammi di Adamo che diviene protagonista delle tele della Micozzi e che denuncia lo stupro identificandolo con l’archetipo fisico della violenza contro il “diverso temuto.” Vengono presentate opere sia a parete che istallazioni. I materiali, sono diversi e proprio il loro articolarsi struttura l’impegno creativo e lo spessore della sua poetica. Il tema trattato ha suggerito colori più forti e fondi; la compulsione e il trauma sembrano chiudere le opere in ossessioni monocromatiche. Il lavoro si articola attorno ad una simbologia linguistica di fondo e in quest’ottica tra i lavori costruiti e dipinti compaiono anche insiemi di “parole raccolte, parole fuggite” , come l’artista chiama i versi che entrano nell’allestimento dell’intera mostra.

n.m.

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Fino al 10 marzo
Valentina Berardinone

Galleria Milano. Via Turati 14, Milano

«A flying attitude»: pittura «in volo» nell'installazione composta da canne di bambù e tessuti colorati sospesi e un libro d'artista con disegni, scritture e fotografie che ricostruisce un percorso immaginario.

n.m.

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20 febbraio - 1 marzo 2007

Quintocortile
Viale Col di Lana 8 - 20136 Milano

SCOLLATI



a cura di Donatella Airoldi

In concomitanza con la settimana di Milano Moda proponiamo una mostra dall’insinuante e significativo titolo ‘Scollati’. Dopo le precedenti mostre sul tema della moda che abbiamo realizzato, ‘Unisex’, ‘Svestiti’ e ‘Travestiti’, una quarta pausa di riflessione per sgorgare dal pathos la consueta carrellata cittadina di vestiti, stile e sostanziale ripetizione.

‘Scollati’, ovvero abiti trasgressivi e sensuali magari a luci rosse, oppure insiemi frantumati, pezzi di mondo disunito e privo di collanti, o ancora visioni di esseri senza collo perché nati senza o perché decapitati.

opere e installazioni di: Chiò, Mavi Ferrando, Mario La Fortezza, Giò Lagòstena, Pino Lia, Giorgio Longo, Alberto Mari, Hera Mendikian, Maria Micozzi, Daniela Miotto, Marco Viggi

inaugurazione: martedì 20 febbraio alle ore 18,00
orario: da martedì a venerdì dalle ore 17,30 alle 19,30

m.m.

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dal 17/2/07al 7/4/07

8 donne e un mistero
Collettiva femminile



Galleria Zaion -Salita di Riva 3 (Lanificio Pria) - Biella

Inaugurazione: Sabato 17 febbraio 2007 ore 18
Dal mercoledi' al venerdi' 16.30-19.30

Nel mondo dell'arte contemporanea si e' consumato un efferato delitto: e' stata messa in dubbio la predominanza maschile! Quale reato! Chi sarà il responsabile? Otto artiste:Antonella Bersani, Benedetta Bonichi, Ivana Falconi, Irina Gabiani, Francesca Gagliardi, Sarah Ledda, Benedetta Mori Ubaldini, Chiara Todero, sono sospettate di avere commesso questo delitto. Tutte le otto artiste hanno dell'ottime ragioni sospettate.

Chi avrà compiuto il delitto? Chi sarà veramente responsabile di questo misfatto? Sarà Benedetta Bonichi con le sue immagini -radiografiche- che, pur presentando un immaginario fantastico, derivano da raffinate elaborazioni di topoi dell'arte classica? O sarà Antonella Bersani che, nelle sue opere scultoree e nelle sue installazioni, rielabora, con una evidente cifra ironica, le certezze domestiche e gli antichi rituali del lavoro femminile?

O forse dobbiamo sospettare delle due straniere del gruppo: delle poetiche installazioni della georgiana Irina Gabiani, che indaga sul rapporto tra umano e divino, o delle ironiche e, talvolta, ciniche composizioni scultoree della svizzera Ivana Falconi, che con occhio attento interpreta manie e idiosincrasie della società contemporanea? E che dire delle altre quattro sospettate? La responsabile non sarà forse Francesca Gagliardi, attenta osservatrice dell'universo femminile che, nel suo lavoro, trasfigura, quasi a livello organico, le costanti della vanità muliebre, o forse Benedetta Mori Ubaldini, geniale scultrice che, attraverso le sue opere modellate con la rete da pollaio, ricrea un universo fantastico con accenti da una fiaba gotica?

Forse la nostra attenzione di improvvisati investigatori deve cadere sulla dolce Sarah Ledda, cosi' appassionata di cinema da ispirarsi ai classici di Hollywood per proporre una insolita e nostalgica rilettura del mondo in chiave cinemascope. E chi rimane ancora, ah si'- forse la piu' anticonformista fra le otto artiste, la pecora nera, l'inconsueta writer in gonnella, Chiara Todero, che allontanandosi dai muri delle periferie ci ripropone, con qualche sottintendimento autobiografico, su tela, il suo mondo cosi' vicino alla Kai Kai Kiki, e al tempo stesso, ingannevolmente fanciullesco.

Questo mistero avrà una risposta? Abbiamo rinchiuso le otto artiste e le loro opere in un loft a strapiombo sul torrente Cervo di Biella: la sede della galleria Zaion, Forse, la sera del 17 febbraio 2007, quando le tenebre allungheranno le ombre fino ad inghiottirle, e le acque impetuose del torrente ululeranno sotto le alte finestre della galleria, avremo una risposta. Forse.

n.m.

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fino al 25 febbraio 2007

Australian Colours
Arte Aborigena Contemporanea


Casa del Pane - casello Ovest di Porta Venezia
MILANO

da martedì alla domenica dalle 11.00 alle 19.00

artisti: Ada Bird Petyarre, Gloria Petyarre, Kathleen Petyarre, Evelyn Pultara, Minnie Pwerle, Judy Purvis, Josie Petrick, Nancy Nungurrayi, Ronnie Tjampitjinpa, Ben Pushman, Petrina Neufeld, Troy Bennell, Donny Woolagoodja, Mabel King, Rita Mangalamurra, Eddie Calyon, Elisabeth Gordon, Genevieve James, Minnie Napanagka, Monica Wishput, Richard Tax, Rosie Nanyuma

Da uno scambio culturale con l'Australia nasce questa singolare esposizione, una raccolta di opere di elevato contenuto artistico e di assoluta originalità, che consente un inconsueto e prezioso contatto con il movimento pittorico contemporaneo degli Aborigeni australiani.
La collezione raccoglie la cosiddetta "arte dei deserto", che dall'inizio degli anni settanta ha dato vita ad un percorso che si snoda tra credenze arcaiche e nuove interpretazioni, ed una selezione di "arte urbana" di alcuni giovani artisti.
La mostra, ideata e prodotta da Aborigenacorp Sri e dall'Associazione Culturale ARTmida, è a cura di Armida Allevi, a ingresso libero, e comprende dipinti eseguiti dai più importanti artisti delle comunità Balgo Hills, Nyoongar, Papunya Tula, Utopia e Mowanjum.
L'arte aborigena contemporanea costituisce una fonte ricca d'ispirazione e di conoscenza culturale di valore inestimabile.
E' un'espressione di bellezza. potente e fortemente persuasiva che, dopo anni di sforzi e di lotte per essere ammessa nel gotha dell'arte contemporanea, si è giustamente conquistata una posizione di primo piano a livello internazionale.
Il richiamo che attrae i direttori di musei, i sovrintendenti alle gallerie d'arte ed i collezionisti privati, è la potente e sublime estetica, sostenuta ancora oggi dalle credenze e dai riti cerimoniali della più antica cultura vivente al mondo.
I pittori aborigeni australiani raffigurano in modo davvero unico, attuale ed innovativo credenze antichissime che resistono al passare del tempo.
La mostra, è un percorso affascinante che fa intuire e intravedere piccoli scorci del mondo aborigeno, impregnato di intimismo e sacralità nel rispetto della natura.
Sarà possibile scoprire che i loro "sogni", come questi artisti chiamano i tempi della creazione dei mondo, non sono forse tanto diversi dai nostri e che magari in fondo ad ogni tradizione e civiltà si possono ritrovare elementi comuni.

m.m.

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fino al 1 giugno 2007

Pipilotti Rist
Gravity, Be My Friend

Magasin 3 Stockholm Kunsthall
Stockholm

"Come artista è nostro compito e dovere rendere coscienti i nostri sogni. Il nostro lavoro è quello di esaminare più da vicino i nostri sogni che normalmente sono messi da parte per amor della produttività. Per creare una distanza".As artists it is our task and duty to heed our dreams and the subconscious. It is our job to examine more closely everything that usually gets swept aside for the sake of productivity". Pipilotti Rist, 2006, dal catalogo

Pipilotti Rist è una delle più interessanti artiste contemporanee, molto conosciuta per le sue video installazioni simili a sogni. Esaminando sia la dimensione fisica che psicologica la sua esplorazione del nostro corpo, i nostri sensi, i rituali e i tabù sono divertimenti allo stesso tempo poetici, intimi e giocosi.

La mostra è la prima personale in Scandinavia e sono esposti sia lavori che sono centrali nella produzione di Rist che due nuovi lavori. Pipilotti Rist è nata nel 1962 e vive e lavora a Zurigo. Fin dall'inizio degli anni novanta è inclusa in un gran numero di mostre collettive e espone in personali nelle più prestigiose istituzioni in tutto il mondo.

vedi  Nel sogno di Pepperminta di Cloe Piccoli

m.m.

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dal 3/2/07 al 23/4/07

Marisa Merz / Rachel Whiteread
Doppia personale

MADRE-Museo d'Arte Donna Regina
Via Luigi Settembrini 79 - Napoli
Orario: dal lunedi' al giovedi' e domenica ore 10 - 21 / venerdi' e sabato ore 10 - 24 / chiuso il martedi'

Intimo e visionario, il lavoro di Marisa Merz sin dagli anni sessanta introduce nel linguaggio della scultura contemporanea tecniche tradizionalmente considerate artigianali o appartenenti all’ambito femminile, ad esempio il lavoro a maglia, sovvertendone la destinazione e attribuendo alle procedure e ai materiali di volta in volta adottati piena dignita'. Le sue opere sono scandite dalla presenza di diverse temporalita': quella obbiettiva, legata al flusso degli eventi, e quella del ricordo. La memoria e' volontaria quando include tasselli dell’esistenza privata dell’artista [molto spesso compare nei titoli il nome della figlia] e involontaria quando presenta degli archetipi legati al mondo femminile. Il gesto del tessere e' un atto da sempre associato alla pazienza della donna, chiusa nello spazio privato della sua casa. L’artista sente di dover cambiare questa visione, di operare un’apertura: gli oggetti, le sensazioni, l’atmosfera legata alla familiarita' della sua abitazione possono confluire nell’arte, divenendo patrimonio collettivo. Cogliere questo movimento continuo dalla dimensione personale a quella pubblica secondo un’oscillazione di forme ed opere che trovano di volta in volta una loro specifica e sempre diversa dimensione espositiva costituisce una delle chiavi di lettura principali del lavoro della Merz e risulta fondamentale per comprendere alcune sue scelte, come il rifiuto di realizzare mostre personali che risale all’inizio degli anni ’80. Per molto tempo infatti l’artista ha accettato di partecipare soltanto ad occasioni espositive a dialogo con altri artisti, sempre con grande difficolta’ e costante riluttanza, per non sottoporre il proprio lavoro ad una installazione individuale, che potesse rappresentare con “una definizione e un’affermazione conclusiva". Tuttavia non le sono mancati ampi riconoscimenti e non v’e' dubbio che la sua figura d’artista sia assolutamente acquisita a livello internazionale. Tra le tappe fondamentali del suo percorso la partecipazione a Documenta 9 nel 1992, una importante mostra personale al Centro Pompidou nel 1994 e, invitata alla Biennale di Venezia del 2001, il Premio Speciale dalla Giuria.

La mostra napoletana alla cui installazione partecipera' direttamente l’artista e' stata concepita come una tappa ulteriore di questo processo di infinita definizione di un’opera ormai quarantennale che qui viene ripercorsa e indagata attraverso un corpus di opere particolarmente denso e significativo.

Rachel Whiteread (Londra 1963) e' una delle artiste piu' importanti della sua generazione. Sin dal 1988, dopo essersi laureata alla Slade School of Fine Art, Whiteread ha utilizzato per le sue sculture calchi di oggetti quotidiani: lo spazio sotto le sedie e i letti e all'interno di armadi, vasche da bagno e interni di case viene invertito cosicche' il vuoto diventa solido, il negativo si trasforma in positivo. L'oggetto da cui si e' partiti sembra essere stato assorbito dallo spazio, lasciando le tracce della sua presenza nel calco del vuoto che lo circondava. Attraverso la descrizione dell'assenza, l'artista riesce comunque a far emergere associazioni sensoriali grazie anche all'uso di materiali quali poliuretano, resine, gesso e gomma che acuiscono la percezione di qualcosa che non esiste piu', ma che una volta era indissolubilmente legato alla vita umana. Molti dei lavori di Rachel Whiteread presentano questo aspetto: da un lato sono nostalgici e confortevoli, dall'altro si rivelano sinistri e alieni. Il suo interesse si sposta progressivamente verso l'architettura intesa come spazio della collettivita' e della storia. Nel 1992 realizza la prima serigrafia Mausoleum Under Construction (Mausoleo in costruzione), basata su un'immagine di loculi cimiteriali, la cui struttura a griglia evoca le geometrie minimal.

L'anno successivo realizza per l'associazione londinese Artangel la sua prima commissione pubblica: House (Casa, 1993), monumentale calco di cemento di una casa vittoriana distrutta, realizzato in situ e a sua volta votato alla distruzione, stigmatizzando la speculazione edilizia in atto nel quartiere. Un tema su cui l'artista ritorna anche nel portfolio Demolished (Demoliti, 1996), che documenta tre fasi di "sparizione" di altrettanti condomini popolari. Su invito del Public Art Found, nel 1998 realizza Water Tower (Serbatoio dell'acqua), "doppio" in resina traslucida di un serbatoio, installato sui tetti di New York. Nel 2000 costruisce, dopo cinque anni di controversie, l'Holocaust Memorial (Memoriale all'Olocausto) nella Judenplatz di Vienna, una "biblioteca" inaccessibile costruita con calchi di libri rivolti verso l'interno. Nel 1993 ha ricevuto il prestigioso Turner Prize. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi importanti commissioni , tra cui ricordiamo per lo spazio pubblico, il Plinth nella centralissima Trafalgar Square a Londra nel 2001, e l’Uniliver Project alla Tate Modern sempre a Londra nel 2005. L’opera della Tate Modern e' un lavoro monumentale, dove si evidenzia il suo tentativo di rappresentare ambienti intimi e domestici a una scala inaspettata con migliaia di cubi bianchi accatastati l'uno sopra l'altro, ora ordinatamente ora alla rinfusa, a formare tante candide montagne di altezze diverse in mezzo alle quali lo spettatore si muove liberamente, con l'illusione di essere in un paese fantastico costituito da scatoloni di cartone. Nel 1997 ha inoltre rappresentato la Gran Bretagna alla XLVII Biennale di Venezia. Importanti mostre personali le sono state dedicate dai maggiori musei internazionali tra cui il Reina Sofia di Madrid, i musei d’arte moderna di Sao Paulo e di Rio de Janeiro, il Guggenheim Museum di New York, il Deutsche Guggenheim di Berlino, la Kunsthalle di Basilea. La retrospettiva in programmazione al MADRE di Napoli sara' la prima mostra museale della Whiteread in Italia. Per l’occasione l’artista creera' anche una grande installazione pensata appositamente per gli spazi dell’istituzione partenopea, utilizzando decine di case di bambola di varie epoche fino a formare un villaggio immaginario, reminiscente le ricostruzioni storiche negli allestimenti museali dei siti archeologici, analizzando e decostruendo la nostra percezione critica dei contesti abitativi.

n.m.

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dal 3/2/07 al 6/4/07

Antonietta Raphael

Un lungo viaggio nel '900

Nuvole Galleria
Via Matteo Bonello, 21 - Palermo

L’Associazione Nuvole Incontri d’Arte, dopo dieci anni di attivita', produce una mostra di Antonietta Raphael (Kowno 1895 ca. - Roma 1975), un’artista che ha attraversato epoche e culture diverse, all’origine di una fitta trama di riferimenti indispensabili per leggerne l’opera. La mostra vuole essere anche un modo, nel decennale dell’associazione, di ricordare le radici familiari che ci legano a questa donna straordinaria, alla magica atmosfera della sua casa dove arte e quotidianita' erano una cosa sola.

Ancora bambina, ma gia' abbastanza grande da trattenere con se' memorie e ricordi, Antonietta Raphael fugge a Londra con la madre in seguito ai pogrom che sconvolgono le comunita' ebraiche nella Russia zarista del 1905. Qui vive per quasi vent’anni frequentando la comunita' yiddish dell’Est End, si diploma alla Royal Academy of Music e vive insegnando musica. Ha quasi trenta anni quando lascia Londra nel corso del 1924, per un viaggio solitario, senza una meta precisa: si ferma a Parigi per alcuni mesi e poi giunge a Roma con l’intenzione forse di proseguire verso la Grecia, forse l’Egitto. Ma Roma, con suoi colori mediterranei, e' una rivelazione. E poi qui incontra Mario Mafai e ne diviene, con alterne vicende, la compagna di una vita.

La mostra si articola intorno a due temi centrali:
- La maternita': Genesi n.1, grande scultura in bronzo del 1947, fara' da perno all’esposizione di un nucleo di disegni e piccole sculture che ruotano intorno alla figura femminile e della maternita', intesa come potenza generatrice: corpi di donna (talvolta possenti e spesso mutilati) insieme ai ritratti di famiglia, ci parlano dell’aspetto forte e severo della Raphael ma anche della sua solitudine;

- I viaggi e i sogni: Concerto, tela della fine degli anni ’60, fa da catalizzatore alla presentazione di oli, acquerelli e disegni frutto dei numerosi viaggi compiuti: in Cina, in Spagna, in Sicilia ma soprattutto nella memoria delle proprie origini, nei sogni e nella felicita' di una fantasia trasbordante.

In mostra anche le fotografie di Roberto De Paolis e il video di Giuseppe Zimmardi che ricostruiscono la magica atmosfera della grande antologica della scultura della Raphael nei Sassi di Matera del 2003.

n.m.

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dal 3 febbraio al 1 marzo 2007

TRACCE

Biblioteca Gallaratese - Via Quarenghi 21 - Milano.
Testi: Paolo Daffara, responsabile della biblioteca; Loretta Lo Giudice
Curatrice: Antonella Prota Giurleo.
Inaugurazione: sabato 3 febbraio 2007 ore 17,30
Orari: lunedì - venerdì 9.30 - 21.30, sabato 9.30 - 19.30.


Artiste e artisti: Argentina: Gabriela Alonso, Alfredo West Ocampo Brasile: Marithè Bergamin, Theresina Bof Reis, Mara Caruso Maria Do Carmo Toniolo Kuhm, Miranda Deo, Jeanete Ecker Kohler, Therezina Fogliato Lima, Thereza Jacob, Luiza G.P. Gutierrez, Mesther Mussoi, Joel Silva, Jane Beatriz Sperandio Balconi, Neusa Thomè Cile: Daniela Lewin Finlandia: Paul Tiilila Giappone Junko Ono Yamaguchi e Shizue Morioca Portogallo: Josè Kuski Vieira Spagna: Agustin Calvo, Xacobe Melèndez Fassbender Italia: Elisabetta Baudino, Giannetto Bravi, Francesco Ceriani, Marisa Cortese, Gretel Fehr, Mavi Ferrando, Donatella Franchi, Luigia Introini, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Maria Grazia Musolino, Antonella Prota Giurleo, Michele Protti, Luca Rendina, Stefano Soddu, Antonio Sormani, Attilio Tono e Veronique Pozzi, Claudio Jaccarino

"Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva,uno sfiatare di stantuffo copre l'apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso"
Se una notte d'inverno un viaggiatore, romanzo di Italo Calvino sulla scrittura e sul viaggio, o meglio sulla scrittura come viaggio, si apre così, con uno sbuffo che copre il primo capitolo.
E questa mostra ha in sé la metafora dello sbuffo, le artiste e gli artisti espongono infatti in biblioteca un'opera di venti centimetri per trenta mentre piccoli lavori sono inseriti tra le pagine dei libri.
I piccoli originali costituiscono tracce di un passaggio, come le cartoline (non casualmente, lo stesso formato) che talvolta si incontrano nei libri destinati al prestito o alla consultazione. Tracce o souvenir di viaggio che capitano in mano al futuro lettore. Sbuffi.
L'iniziativa ha il senso di riprendere una casualità d'incontro e vuole affermare il valore del dono.
Nella logica del mercato dell'arte il dono non è previsto; un alto numero di artiste e di artisti, accettando la proposta, dimostra, oltre alla propria generosità, che le regole si possono cambiare.
Ma il dono ha anche un aspetto di intimità, di quasi segretezza tra chi lo porge e chi lo riceve, e ciò fa dire a Loretta Lo Giudice: " C'è una sola cosa che mi dispiace in questa mostra e allo stesso tempo mi suggerisce il senso del gioco: il fatto che le cartoline siano nascoste e invisibili a quanti vedono la collettiva delle opere più grandi.
Una mostra che non si mostra, ma aspetta.
Singolare.
Le opere piccole -le cartoline- ci sono, ma in esposizione sono visibili solo i lavori più grandi, uno per ogni artista partecipante. Le altre 15 "tracce" del proprio sentire il viaggio -il tema - sono qui, tra i libri della biblioteca chissà dove, chissà per quanto tempo. Un gioco? Ben di più: una riflessione, tante possibili interpretazioni, sulla traccia che lascia in noi ogni passaggio o che noi lasciamo di esso."

vedi l'articolo di Marcella Busacca

m.m.

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dal 26/01/2007 - 25/02/2007

Yoko Ono per "Il giorno della Memoria"

Porta di S. Agostino
Bergamo – Città Alta

da martedì a venerdì: 15 – 20
sabato e domenica: 10 - 19 -lunedì chiuso


Il Comune di Bergamo, Assessorato alla Cultura e la GAMeC - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea presentano al pubblico dal 26 gennaio al 25 febbraio 2007 il progetto dell’artista Yoko Ono in occasione del “Giorno della Memoria” presso la Porta di S. Agostino.

Il “Giorno della Memoria”, che ricorre il 27 gennaio, è l’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz avvenuta nel 1945, ed è stato istituito in ricordo del genocidio e della persecuzione del popolo ebraico e dei deportati italiani nei campi nazisti.

L’Assessorato alla Cultura e la GAMeC ricordano questa importante ricorrenza attraverso una mostra di Yoko Ono, dopo le esperienze con Fabio Mauri (2005) e William Kentridge (2006). La personale si compone di tre installazioni We’re All Water, la rinnovata versione di Pieces of Sky e il lavoro inedito Mother Earth. L’opera We’re All Water, realizzata nel 2006, consiste in una serie di bottiglie in vetro trasparente riempite d’acqua ed etichettate con nomi di persona.
Pieces of Sky, come il titolo suggerisce, sono pezzi di un puzzle che rappresenta il cielo e che ciascun visitatore può prendere; l’opera viene di volta in volta contestualizzata collocando i “pezzi di cielo” in diversi contenitori come elmetti della Seconda Guerra Mondiale o, come in questo caso, in un’urna funeraria. Il terzo lavoro Mother Earth, che completa il progetto, è composto da tre manciate di terra provenienti da differenti aree cimiteriali: una cristiana, una musulmana e una ebrea e completato con testi dell’artista. Da sempre Yoko Ono esplora gli aspetti legati alle dinamiche della partecipazione e della comunicazione sostenendo che finché esiste dolore nel mondo non è possibile la felicità personale perché l’esperienza del singolo si lega con quella universale, cosicché i processi di trasformazione individuale si identificano con quelli di trasformazione politica. Temi centrali dei lavori di Ono sono i concetti di amore e pace, considerati dall’artista l’unica via verso il futuro dell’umanità.

Yoko Ono nasce a Tokio nel 1933 e alla fine della Seconda Guerra Mondiale si trasferisce con la famiglia a New York.
Nota al pubblico come compagna di John Lennon e per gli happening pacifisti organizzati, Yoko Ono è un’importante artista concettuale sin dall’inizio degli anni ’60, quando fonda, insieme ad un gruppo di giovani ispirati alla cultura non-occidentale, l’associazione libera di artisti d’avanguardia denominata Fluxus, dedita alla sperimentazione musicale, poetica e artistica. Qui Ono trova spazio per esplorare, prima tra tanti altri artisti (tra cui Ken Friedman, Ben Patterson, Giuseppe Chiari e Gianni Emilio Simonetti) l’arte concettuale e le performance artistiche. Un esempio delle sue performance è Cut Piece: l’artista, seduta su un palco, invitava il pubblico a tagliare con delle forbici i vestiti che indossava fino a restare nuda.
Il suo lavoro abbraccia un ampio campo di media: musica, film, scrittura, performance, pittura, installazione e scultura. I temi ricorrenti della sua opera sono l’amore e la pace, affiancati da riflessioni su partecipazione, comunicazione, filosofia e politica sessuale. Con le sue opere si occupa sia della vita interiore che di quella sociale, unendo esperienze di trasformazione personale con la possibilità di trasformazione politica attraverso l’azione. Famoso in questo senso è il manifesto “War is Over-if you want it”, realizzato nel 1969, insieme al compagno John Lennon, per protestare contro la tragedia umana della guerra in Vietnam. Della sua ispirazione artistica lei stessa ha dichiarato: “sono sempre dentro me stessa e in ascolto di quello che succede nella mia testa. Sono come un condotto per quei messaggi che arrivano attraverso me. Sono incuriosita da tutto, nello stesso modo, ogni giorno. Sono innamorata della vita, del mondo, ogni momento”.
Yoko Ono ha preso parte a Documenta a Kassel (1972) e alle Biennali di Vienna (2002), di Venezia (2003), di Liverpool, di Shanghai (2004) e, nel 2005, a quelle di Lione, di Taipei e di New York. Personali le sono state dedicate in numerose istituzioni museali e gallerie internazionali tra cui il Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi, l’ICA di Londra, il Museum of Contemporary Art di Tokyo e il Museum Moderner Kunst Stiftung Wörlen di Passau. Inoltre, ha partecipato a diverse mostre collettive, tra cui quelle presso la Kunsthaus di Zurigo (2002), il Centre Pompidou di Parigi (2005), il KW di Berlino (2005), la Kunsthalle di Düsseldorf (2005) e la Kunsthaus di Graz (2005).
Tra i riconoscimenti ottenuti si ricordano la Skowhegan Medal nel 2002 e il Lifetime Achievement Award conferitole dalla Società giapponese di New York nel 2005 mentre la retrospettiva a lei dedicata YES Yoko Ono ottiene il primo premio come miglior mostra attribuito dalla International Association of Art Critics di New York nel 2001.

n.m.

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THE SHENKER INSTITUTE OF ENGLISH in collaborazione con AIDOS,
Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, presenta a Milano la mostra fotografica

INVISIBLE WOMEN
di Sheila McKinnon

Via Nirone 2, Milano

La mostra rimarrà aperta fino al 24 Marzo 2007,
dal lunedì al venerdì ore 10.00 -19.30
sabato ore 10.00 -12.30.

Per non dimenticare le donne invisibili nel cuore di tenebra del mondo.


Il nome di mia madre è affanno.

D'estate mia madre si affanna per l'acqua, d'inverno mia madre si affanna a cercare legna, tutto l'anno si affanna per il riso.
Il nome di mia madre è affanno.

Ragazza dodicenne di Seul

Sheila McKinnon ha colto attimi di quotidianità femminile in India, Etiopia, Yemen, Turchia, Mali, Kenya, Vietnam, Eritrea, Sierra Leone, Senegal e altri paesi. Un bagaglio di volti e storie che la fotografa ha raccolto negli anni fino alle recenti esperienze del Novembre 2006 in Congo e Nepal. Mani che lavorano senza posa, schiene piegate per trasportare legna e acqua, braccia che sorreggono i bambini. Una quotidianità faticosa e palese, ma al contempo così discreta da risultare invisibile. Una galleria di immagini emozionante, rese ancora più impattanti dalla stampa sui grandi pannelli. Scatti dai colori saturi, vividi e bellissimi - contrasti assoluti e potenti che riassumono la bellezza e il dolore. Le donne di Sheila McKinnon colpiscono per la dignità e, nonostante tutto, per la carica vitale che comunicano.

"Donne invisibili, le più povere tra i poveri. Eppure sono loro che reggono il sud del mondo. Sono loro che nelle zone rurali producono, conservano, preparano il cibo. In città svolgono le mansioni che nessun uomo vorrebbe fare. Sono loro che curano i bambini e gli anziani: la salute e l'educazione delle generazioni future è nelle loro mani. Nei momenti di guerra sono loro ad occuparsi dell'economia di sussistenza. Nei paesi del sud del mondo i bisogni primari giornalieri dipendono dal lavoro delle donne ma a loro è preclusa l'istruzione, non hanno alcun potere, nemmeno sul loro corpo."Daniela Colombo, Presidente AIDOS

"Le donne svolgono i due terzi del lavoro mondiale, guadagnano però solo il 5% delle entrate e la globalizzazione dell'economia è ovunque la causa dell'aumento della femminilizzazione della povertà. Ed è la povertà che aumenta le diseguaglianze e l'esclusione sociale delle donne, favorita non soltanto dalla mancanza di reddito, ma anche dall'analfabetismo. Alla soglia del 60esimo anno dalla conferenza delle Nazioni Unite e a 10 dalla Conferenza delle Donne a Pechino, a dispetto dei numerosi impegni presi dagli stati nazionali, in molte parti del mondo non soltanto le donne sono invisibili, in alcune aree del pianeta stanno anche lentamente scomparendo. Amartya Sen - premio Nobel per l'economia nel 1998 - ha recentemente dimostrato che tra Cina e India mancherebbero alla conta demografica circa 80 milioni di donne: non solo quale risultato del sottosviluppo, della fame, delle malattie." Francesca Zajczyk, Professore ordinario presso la facoltà di Sociologia dell'Università degli Studi Milano - Bicocca.

"Le donne invisibili poste al centro della creazione artistica di Sheila McKinnon s'illuminano d'intensa bellezza, attraversata dalla concreta speranza di trasformazione delle loro condizioni sociali. L'auspicio è che le donne invisibili diventino non solo artisticamente visibili, ma emblemi di una realtà sociale sottratta alla emarginazione o allo sfruttamento, creature concretamente liberate dalle necessità della vita materiale e immateriale, indispensabili alla realizzazione di uno sviluppo che coincida con un reale progresso umano.
Il fatto che siano rappresentate in modo artisticamente sublime è già un fatto rilevante, è un grande merito dell'arte, ma è altrettanto evidente che la politica debba dare un contributo decisivo, inseguire il sogno, coltivare il progetto di un'utopia concreta: quella di vedere unite le mani di quelle donne. Se mettessero insieme i loro occhi, le loro parole e i loro straordinari talenti rifarebbero il mondo. Se mettessero insieme tutto questo regalerebbero un cuore nuovo al mondo" Luca Nitiffi, Presidente Commissione Speciale Roma Capitale.

Sheila McKinnon è nata in Canada e vive da molti anni in Italia. Ha lavorato come fotografa e giornalista per varie testate Europee e Nord Americane: The New York Times, Newsweek, The International Herald Tribune, Die Welt, Beaux Arts Magazine ed altre. In Italia ha collaborato con La Repubblica, Il Messaggero, Corriere della Sera, L'Espresso, Panorama, Gente, Weekend Viaggi e tanti altri periodici. Ha viaggiato per il mondo con varie organizzazioni umanitarie, lavorando per UNICEF, FAO, Sant'Egidio, Africare ed altre.
Ha pubblicato diversi libri fotografici: The Sacred Fire, sui matrimoni in India, On Their Side - Dalla Parte dei Bambini, per UNICEF, sulla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e The Islands of Italy, sulla Sardegna, le isole Eolie e la Sicilia, pubblicato da Houghton Mifflin, USA. Mostre personali: "Eyes" al Centro Culturale Canadese a Roma, mostra itinerante "On Their Side - Dalla Parte dei Bambini" per UNICEF Italia in tutte le principale città d'Italia.

La mostra di 28 gigantografie è corredata da un catalogo di 48 pagine che riproduce tutte le foto, con testi di Mariapia Garavaglia, Luca Nitiffi, Daniela Colombo, Francesca Zajczyk, e Barbara Santoro. Sono incluse poesie e frasi di donne, raccolte nei vari i paesi in via di sviluppo. Il volume è pubblicato da Shenker Publishing.

Le foto della mostra sono reperibili sul sito http://www.sheilamckinnon.com

n.m.

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15 - 28 gennaio 2007

" Il peso dell'Arte "

Mondadori Multicenter
Milano via Marghera 28 MM1 De Angeli - tel. 02.480471
orari: Lu 13-24 / ma-do 10-24

mostra collettiva a cura di Gianni Ottaviani

Lucia Abbasciano - Roberta Barbieri - Donatella Bianchi - Mario Borgese - Salvatore Carbone
Anna Catacchio - Doretta Cecchi - Chio'- Alfredo Cifani - Elena Ciuti - Giovanna Deffenu - Fausta Dossi Mavi Ferrando - Davide Ferro - Anna Filippi - Veronica Gallinger - Antonio Gandolfo - Grazia Lavia
Nadia Magnabosco - Massimo Maselli - Enrica Meli - Alvaro Occhipinti - Giannantonio Ossani
Gianni Ottaviani - Lorenzo Pietrogrande - Antonella Prota Giurleo - Karl Heinz Reister - Gabriella Ruggeri Jeannette Rutsche -Oreste Sabatin - Francesca Sacconi - Licinio Sacconi - Sergio Sansevrino
Stefano Soddu - Elisabetta Sperandio - Pippo Spinoccia - Dino Turturici - Silvia Venuti - Cristina Ventura - Franco Vertovez

inaugurazione lunedì 15 gennaio ore 18,30

n.m.

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Fino all'11 febbraio 2007

Kiki Smith
A gathering. 1980-2005"

Whitney Museum
New York


"Sin da quando emerse nei primi anni '80, Kiki Smith si è rivelata una delle artiste più affascinanti e originali del nostro tempo ed è una delle maggiori figure del mondo dell'arte contemporanea. Le sue riflessioni sulla condizione umana, il corpo, il regno del mito, la spiritualità e la narartiva sono diventati lavori di straordinario potere e bellezza non comune. In questa mostra Kiki Smith presenta un insieme delle varie tecniche che ha esplorato nella sua carriera incluse le sculture in plastica, bronzo, carta, vetro, porcellana e altri materiali, installazioni, stampe, disegni, fotografie, multipli, gioielli, libri d'artista, film e video. E' organizzata dal Walker Art Center di Minneapolis in collaborazione con l'artista".

vedi   Nudi di donne che provocano

m.m

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sino al 28-01-2007

SABRINA MEZZAQUI
C'è un tempo

GAM - sala mostre piano terra
Orario: tutti i giorni 10-19, giovedì 10-23, chiuso lunedì


La GAM di Torino dedica una mostra personale a Sabrina Mezzaqui, una tra le figure più interessanti del panorama artistico italiano contemporaneo, e presenta nello spazio della sala mostre al piano terra, dedicato all’arte di oggi e alla fotografia, una serie di lavori inediti realizzati dall’artista appositamente per il Museo, insieme a due opere giunte in prestito da collezioni internazionali mai prima esposte in Italia nella loro versione completa: Le mille e una notte del 2004, e Odissea del 2003

Il titolo della mostra C’è un tempo è tratto da un passo del Quoelet, libro sapienziale del Vecchio Testamento, noto anche come libro dell’Ecclesiaste: C’è un tempo per nascere e un tempo per morire / un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante / Un tempo per uccidere e un tempo per guarire / un tempo per demolire e un tempo per costruire…l’intero passo è stato riletto e ricostruito dall’artista attraverso le parole trovate nei libri fondamentali di tutte le religioni, dai Veda ai Bhagavad Gita, fino al Corano. Dal ripensamento dei diversi tempi che scandiscono l’arco di un’esistenza e della storia dell’umanità prende le mosse una mostra che nelle stesse parole dell’artista, quando si iniziò a lavoraci ormai tre anni fa, vuole essere immagine del tempo che l’ha generata: “Vorrei che tutto questo tempo che ci separa dall’inaugurazione diventasse la materia prima delle mie opere che quest’attesa si sostanziasse in immagini e fosse, tutta intera, leggibile per chi verrà, vorrei che la mostra fosse fatta in fondo di null’altro che di tempo di lettura”.

La lettura non è soltanto una modalità imprescindibile del lavoro di Mezzaqui, ma anche un omaggio alla città di Torino, città di libri e di case editrici. Da questo sentimento di riconoscenza che l’artista ha per la tradizionale cultura di Torino nascono opere come Collana e come Coperte di Copertine. Entrambe partono da alcuni libri che fanno parte della storia intellettuale ed emotiva dell’artista. La prima è un nucleo di 33 libri, numero quanto mai simbolico nei grani delle collane di preghiera, dei quali è stata rielaborata la copertina presentati, in mostra, come una collana-scultura di volumi e, in catalogo, come miscellanea di citazioni. La seconda è un’opera installativa, composta di tre coperte appese nello spazio, stampate con motivi di copertine di libri prese da edizioni legate alla memoria personale dell’artista.

Un’opera fondamenteale in mostra è il video 2004-2006 composto con singole fotografie scattate ogni mese per l’arco di 3 anni, dal gennaio 2004 al dicembre 2006, ad un medesimo paesaggio con al centro una torre campanaria, rispettando ad ogni foto sempre la stessa distanza, angolatura ed altezza. Il video verrà compiuto durante l’aperuta della mostra con i due frame mancanti che saranno scattati e aggiunti in montaggio a novembre e dicembre 2006.

Si presenterà poi una grande installazione di due mandala, due lavori in carta a forma di rombo, alti 4 metri, posti uno di fronte all’altro, realizzati con fogli a quadretti ritagliati. Uno è il negativo-positivo dell’altro a creare tra i due uno spazio di energia e di meditazione. Così come rispondono alla matrice concettuale dei mandala orientali, intesi come disegni dell’impermanenza, anche i due video gemelli: Senza titolo, 2006, che riprendono gocce di pioggia che si espandono in cerchi sulla superficie dell’acqua e gocce di pioggia che vengono riassorbite in cerchi che si restringono sulla superficie porosa di sassi di fiume.

La mostra è per sua natura in stretto dialogo col catalogo edito da Hopefulmonster, non solo come si è già accennato per l’opera Collana, ma anche per un’altra opera, in carta, che partirà dal motivo in copertina: un volo d’uccelli, intitolato Segni, che dalle pagine si liberarà nello spazio della mostra. Il testo critico in catalogo è di Elena Volpato che ha inteso ripensare i nuovi e i vecchi lavori di Mezzaqui attraverso il continuo riemergere di una costante: “una forma unica sottesa alla sua ricerca: la linea della lettura, orizzonte primo della nostra attenzione, dove lettera segue a lettera, intervallando spazi, accorpando segni, sotto lo sguardo che riconosce e attende.” Il catalogo è impreziosito da un testo letterario dedicato al lavoro di Sabrina Mezzaqui, di Mariangela Gualtieri, scrittrice e poetessa.

Sabrina Mezzaqui è nata a Bologna nel 1964, vive e lavora a Marzabotto. Ha partecipato a numerose mostre collettive, tra le ultime (In) visibile (In) corporeo, presso il MAN di Nuoro nel 2005 e, nello stesso anno a “Ti voglio bene: from Italy with love”, Raid Projects a Los Angeles. Le sue ultime personali sono state “Sottolineature” presso la Galleria Continua di San Gimigniano e “Sabrina Mezzaqui” presso One Severn Street di Birmingham

n.m.

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dal 13/12/2006 all'11/02/2007

Grazia Toderi

Personale


PAC Padiglione d’Arte Contemporanea,
Via Palestro 14
orario: 9.30/19, giovedì fino alle 21, chiuso lunedì (Natale e 1° gennaio)
inaugurazione: mercoledì 13 dicembre 2006, ore 18.30


Il PAC prosegue la programmazione 2006 con la mostra di Grazia Toderi che presenta nuove opere create per l’occasione e un’ampia raccolta dei suoi video. Nella ricerca di Grazia Toderi (Padova, 1963), una delle più interessanti personalità emerse nella generazione artistica italiana dell’ultimo decennio, il teatro lirico italiano è un elemento fondamentale, presente al PAC con l’ultimo lavoro, inedito, realizzato con la collaborazione del Teatro alla Scala di Milano la scorsa estate. Grazia Toderi ha dedicato video di grande bellezza al Teatro La Fenice di Venezia, al Teatro Rossini di Pesaro, al Teatro Massimo di Palermo, al Teatro Comunale di Ferrara e a quello di Modena e ad altri più periferici, piccolissimi e preziosi. Attraverso la rilettura di questi luoghi decisivi nella cultura musicale, artistica e architettonica italiana Grazia Toderi propone un’interazione tra il patrimonio storico e il linguaggio contemporaneo dell’arte visiva. Ha inoltre, spesso, preso a tema le architetture a pianta centrale, arene e stadi italiani, europei e americani. Le sue immagini di queste architetture, rielaborate e arricchite da luci e movimenti, si trasfigurano in corpi siderali che si fanno tramite e luogo di sintesi tra lo spazio cosmico e quello umano. Al PAC un flusso continuo coinvolge tutto lo spazio ed evoca appunto il rapporto tra terra e cielo.
Nelle due proiezioni del nuovo video Scala nera, 2006, l’immagine del Teatro alla Scala è virata in una tonalità che allude al buio nel momento in cui sta per iniziare lo spettacolo. In una proiezione l’immagine è frontale; nell’altra il teatro, raddoppiato in modo da costituire una ellissi circondata dai palchi, ruota attorno al proprio asse. L’ovale nero, nucleo germinale e segreto, crea un’attrazione ipnotica. Da un lato la sua forma ellittica ci riporta al lavoro sugli stadi; dall’altro evoca una grande bocca che ricorda i ritratti dei personaggi delle commedie di Plauto, o del Giardino di Bomarzo. Questa ellissi nera diventa simbolo di una sedimentazione così profonda da diventare imperscrutabile.
L’altro nuovo lavoro si intitola Rosso Babele, 2006, due proiezioni video. Attraverso la sovrapposizione di riprese di città appare una materia rossastra, brulicante di luci, dalla quale si innalza, si sgretola, sprofonda una torre, formata dalla stratificazione di centinaia di livelli di trasparenza. Una moderna Torre di Babele che si intreccia alla moltitudine di città indistinte dove, sempre più spesso, il significato profondo del linguaggio fluttua tra crescita, moltiplicazione e distruzione, tra eccesso di informazione e impoverimento del messaggio. Il titolo si collega a quella tonalità notturna delle lampade ai vapori di sodio dell’illuminazione stradale. Un colore rossastro che non esiste nella tavolozza e che Toderi chiama “Rosso Babele”, proprio per la sua mobilità e indefinitezza per lo sguardo, ma anche per l’ossessivo sovrapporsi di livelli che attornia la Babele che stiamo attraversando.
La mostra si articola in un’ampia sequenza di proiezioni tra le quali troviamo: Zuppa dell’eternità e luce improvvisa, 1994, dove l’artista tenta di camminare e aprire un ombrello completamente immersa in una piscina, sperimentando l’assenza di gravità, tema che ritroveremo poi nel video dedicato alle riprese televisive dello sbarco sulla Luna, Nata nel ’63, 1996, in Ragazzi caduti dal cielo, 1998, e ne Il fiore delle 1001 notte, 1998, che collegano lo spazio dell’immaginazione filmica a quello cosmico. Il legame con la televisione e i media riappare nei video dedicati alle riprese televisive degli stadi, Il decollo, 1998, San Siro, 2000, Diamante, 2001, e in Q, 2003, ispirato invece al famoso quiz televisivo italiano “Rischiatutto”. Il rapporto reale e simbolico con lo spazio siderale trova un’ulteriore lettura nelle immagini prese dall’alto di Mirabilia Urbis, 2001, e di Milano, 2003, dove le luci intermittenti che brillano tra il tessuto urbano creano un collegamento con le costellazioni, e in Empire, 2002, dove nell’immagine satellitare notturna degli Usa, anch’essa brulicante di luci, sembra quasi che quei punti luminosi provengano dalla terra stessa e si immergano nel firmamento. L’attenzione ai monumenti architettonici storici ritorna in Rendez-vous, 2005, che riprende, in una doppia proiezione, la cupola della chiesa - progettata da Juvarra - di Sant’Uberto nella Reggia della Venaria Reale, vicino a Torino.

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dal 10 Dicembre al 28 Gennaio 2007

TINA MODOTTI
Gli anni 1923-1929
Vintage prints


La Galleria Carla Sozzani presenta diciotto fotografie vintage di Tina Modotti, una delle personalità più avvincenti dell'intera storia della fotografia.
La vita di Tina Modotti, bellissima e travolgente, è un romanzo di appassionante trama che, esplorata da decine di biografie, rimane ancora oscura in alcuni anfratti. Arte, sesso, trasgressione, politica… un labirinto che spesso ha compromesso, con ambiguità, l'obiettiva valutazione di un'artista.
Le sobrie fotografie a carattere politico, assai note, sono parte ormai dell'immaginario collettivo quali simboli dell'eterna lotta per la giustizia e la libertà. Ma la sua produzione è stata molto ricca e soltanto di recente recuperata dall'oblio.
Sia pure nel breve periodo di sette anni - dal 1923 al 1930 - realizzò un patrimonio di immagini fino a oggi ignorate: ritratti, scene di vita quotidiana e piccoli eventi, architettura e paesaggi, sempre risolte con la maestria di un equilibrio compositivo molto originale e con la grazia disciplinata di chi usa lo strumento fotografico per raccontare davvero le minime storie dell'umanità.
Soltanto pochi anni di fotografia, eppure con la sua visione fresca e libera incide una delle più belle pagine della storia. Il suo atteggiamento nei confronti della realtà è flessibile, coglie armonie segrete con valenza simbolica e, nel contempo, le sue notazioni lievi sono pervase dall'attenzione intima ai dettagli, ritenuti insignificanti, dell'esistenza.
Tina Modotti, italiana sì, ma formatasi culturalmente nel vivido ambiente dei pittori muralisti Diego Rivera, Clemente Orozco e David Alfaro Siquieros, segna lo stile e l'attitudine al vedere così caratteristici e distintivi della fotografia messicana e, per prima, concilia la tradizione documentaria con la creatività espressiva.
Le fotografie in mostra sono esemplari per comprendere, infine, l'essenza del complesso lavoro di Tina Modotti. Un contributo culturale e storico determinante che dischiude insospettate prospettive di analisi su una grandissima artista della fotografia moderna.

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Germaine Richier


Germaine Richier e' la prima mostra antologica che l’Italia dedica alla grande scultrice francese, considerata uno dei piu' importanti protagonisti dell’avanguardia artistica del dopoguerra.

Germaine Richier attraversa la prima meta' del ‘900 scrutando le rotte di anni convulsi che finiscono con il divenire silenziose ispirazioni al suo percorso di ricerca. Nata nel 1902 a Grans (Bouches-du-Rhone, Francia) si trasferisce a Parigi nel 1926 dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Montpellier, dove lavora nell’atelier di Louis Guigues, uno degli assistenti di Auguste Rodin. Nella capitale francese inizia a frequentare lo studio di Emile-Antoine Bourdelle, apprendendo la difficile tecnica della scultura dei busti, da cui la mostra alla Collezione Peggy Guggenheim prende avvio. Infatti si potranno ammirare, tra gli altri, il Busto di Cristo (1931), il Busto n. 12 (1933-34) e La re'godias (1938), plastici e ancora carichi di realismo. Nel 1934, la Galleria di Max Kaganovitch le dedica la prima personale e due anni dopo riceve il prestigioso Premio Blumenthal per la scultura. Nel 1937 e' invitata all’Esposizione Universale di Parigi, nel 1939 alcune sue opere sono presentate all’Esposizione Universale di New York. Pur non abbracciando alcun movimento artistico o politico, Germaine Richier partecipa al fermento culturale di quegli anni frequentando a Montparnasse Henri Favier, Celebonovic Marko, Massimo Campigli, Alberto Giacometti, Raymond-Jacques Sabouraud e il suo fraterno amico Marino Marini. La guerra la porta a Zurigo dove prende con se' degli allievi e ricreando l’atmosfera del suo atelier, ritrova le conversazioni con gli amici che avevano lasciato la capitale, come Jean Arp, Le Courbusier e Fritz Wotruba. Nel 1945 Richier torna a Parigi: il secondo conflitto mondiale le ha consegnato una sperimentazione di forme e ambienti che non tarderanno a fare emergere la potenza espressiva delle sue sculture bloccate nel ricordo di movimenti svaporati ma indelebili.

Dal 1945 al 1959, anno della sua scomparsa, Germaine Richier completa un intenso cammino muovendo da una analisi espressionista delle figure, come ne L’uomo foresta, grande (1945-46), L’ orco (1949), L’uragana (1948-49), che testimoniano di una avvenuta osmosi tra uomo e natura, ad una composizione piu' ascetica ma affascinata dalla rappresentazione della deformita' (Il diavolo, 1950, La coppia, La formica, 1953) metafora dell’impatto brutale tra le creature viventi e l’ambiente che le circonda. Giunge infine a una composizione surrealista che completa l’ibridizzazione di essere umano e animale - La tauromachia e Idra entrambe del 1954 - in cui la metamorfosi e' parte integrante del linguaggio scultoreo. “Il ‘fantastico’ e' semplicemente uno stato dialettico della coscienza che vede nell’ibrido la constatazione della realta' e delle sue contraddizioni" - ebbe a dire Pierre Restany descrivendo queste stesse sculture che, insieme a quelle degli anni quaranta, saranno esposte nella mostra alla Collezione Peggy Guggenheim. La mostra germaine richier si propone di avviare in Italia la riscoperta della scultrice francese che fino ad oggi ha visto le sue rare opere custodite gelosamente nelle piu' importanti collezioni pubbliche, come la Tate Modern, Londra, il Centre Georges-Pompidou, Parigi, il MOMA, New York, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma.

Germaine Richier era solita ripetere “Amo la tensione, il secco, il nervoso". I piccoli bronzi del 1946 Il combattimento e La Lotta, ma anche Il griffu (1952) declinano questa predilezione per “esseri" privati della “carne" metabolizzata dall’ambiente che tutto divora e nei confronti del quale e' necessario disporre di uno schermo, la ragnatela di fili attorno alle sculture, in grado di definire uno spazio intermedio di protezione della figura umana. Le opere di Richier esprimono, oltre la sofferenza delle torture, l’angoscia della deformita', il senso imperativo della posizione nello spazio, il rigore elegante della postura, in altre parole il senso dell’umanita'. “Tutte le mie sculture - ha lasciato scritto l’artista - anche quelle che sembrano essere ispirate dall’immaginazione, si basano su qualcosa di vero, su una verita' organica…l’immaginazione necessita di un punto di partenza". L’essere umano e' il punto di partenza e di arrivo della ricerca di Germaine Richier che ha disegnato i drammi e i sogni della sua epoca combinando, in maniera rivoluzionaria, la violenza del linguaggio espressionista al mistero fantastico delle sculture “surrealiste" degli anni cinquanta. E per arrivare a questo risultato, l’artista usava pochissimi strumenti: “bisogna sentire le proprie mani, le proprie passioni, (…) perche' la scultura e' qualcosa di intimo e privato. E’ qualcosa che vive e che ha le proprie regole".

In occasione della mostra alla Collezione Peggy Guggenheim, vengono esposte per la prima volta, grazie alla generosita' dell’Archivio Francoise Guiter, le opere grafiche della scultrice -incisioni, acqueforti, acquetinte-, che permettono di ricostruire l’appassionante ricerca che l’artista dedica per anni alle tecniche di incisione. L’esposizione sara', inoltre, l’occasione per sperimentare la dimensione “ambientale" delle sculture di Richier attraverso il dialogo tra queste e il giardino di Palazzo Venier dei Leoni. L’Archivio Francoise Guiter ha acconsentito al prestito dell’imponente gruppo scultoreo La grande scacchiera (1959), le cui figure alte oltre due metri, del Re, la Regina, il Cavallo, la Torre e l’Alfiere interpretano una sorta di mandala della contraddittorieta' dell’esistenza umana. germaine richier e' accompagnata da un catalogo edito dalla Collezione Peggy Guggenheim, con saggi del curatore e del critico Giorgio Mastinu. Attenta la ricerca dedicata ai materiali iconografici, tra cui spicca la riproduzione di stampe originali delle foto delle opere che Richier fece realizzare a Brassai.

n.m.

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dal 5 ottobre 2006 al 14 gennaio 2007 sarà a Milano, Palazzo Reale,

Tamara De Lempicka


Giunge a Milano la prima grande retrospettiva italiana su Tamara de Lempicka. A ottant’anni dalla prima mostra personale tenutasi nel capoluogo lombardo, presso la galleria del Conte di Castelbarco, la mostra introduce l’infinito fascino del lavoro e delle idee di Tamara alle nuove generazioni di visitatori.
Pittrice cosmopolita e icona dell’Art Déco parigina, Tamara de Lempicka ha creato immagini che sono diventate il simbolo di un’epoca. Immagini della Parigi anni ‘20 e ‘30 di cui diventa la più brillante interprete.
Il suo talento precoce la rende presto protagonista stravagante della mondanità europea; si afferma nei Salons sin da giovane e dopo i grandi successi, prima a Parigi e poi in Italia, prosegue una folgorante carriera negli Stati Uniti.
La mostra ‘Tamara de Lempicka’ ripercorre la storia di questa affascinante artista, attraverso una meditata scelta di opere.
Il percorso espositivo si articola in cinque sezioni.
La prima sezione comprende i lavori del periodo parigino, ispirati all’Art Nouveau, con opere come Portrait d’un joueur de polo (1922) e Portrait d’une fillette avec son ourson (1922); inoltre, si intende qui ricreare la personale mostra storica di Milano, del 1925, che ha consacrato il lancio e la carriera internazionale di Tamara de Lempicka.
Il legame dell’artista con il nostro paese è per altro ampiamente documentato fin dal 1911, anno in cui, ancora fanciulla, visita i musei di Firenze, Roma, Venezia; nasce da allora la passione per l’arte italiana, in particolare per Raffaello, Bronzino, Pontormo e Guido Reni; seguono altri viaggi di studio e nel 1926 è ospite di Gabriele D’Annunzio al Vittoriale.
La seconda sezione illustra la fase di ricerca e sperimentazione stilistica dell’artista, attraverso dipinti come Le baiser (1922) o Rue dans la nuit (1923), e l’approdo personale al neo-cubismo con Nu assis de profil (1923), La dormeuse (1923).
La terza sezione si focalizza sulle opere di grande impatto, i suoi famosi ritratti del periodo Art Déco: Portrait du Price Eristoff (1925), Portrait du Marquis d’Afflito (1925), Portrait de la Duchesse de La Salle (1925), Portrait de Son Altesse Impériale le Grand Duc Gabriel (1926) La tunique rose (1927), Le rêve (1927), Jeune fille aux gants (1930), Portrait de Pierre de Montaut (1930), Portrait de Marjorie Ferry (1932); ritratti unici nella geniale rappresentazione della società mondana durante i ferventi anni tra le due guerre.
Sono opere degli anni ‘20 e ‘30 che raffigurano tutto ciò che allora era considerato glamour e che rappresentava ‘il nuovo’: la Bugatti, il telefono, la donna che scia, le vedute urbane con grattacieli. Le donne esprimono un glamour gelido e perfetto, sembrano incontaminate dalla realtà: le labbra con rossetto rosso profondo e prezioso, le mani immacolate, le braccia ricoperte da gioielli sfavillanti e gli sguardi sicuri e sfidanti.
Immagini vicine all’artificio e al perfezionismo della fotografia di moda, ma sicuramente tutte strettamente legate alla vita e alla personalità di Tamara de Lempicka.
L’artista sviluppa in queste opere un concetto molto interessante: si allontana dalla costruzione razionalistica del ritratto e introduce quella che definisce ‘visione amorosa’ ovvero una visione deformata dai sentimenti che la pittrice prova per una persona o per un oggetto.
Nei suoi quadri, le figure quasi esplodono e tendono a fuoriuscire dalla tela in cui sono compresse, a pretendere una solidità che si contrappone all’effimero dei sentimenti; come se fossero interamente possedute, de Lempicka cattura le persone in pose in cui interviene l’ordine delle linee geometriche e della misura. D’altra parte l’artista ha dichiarato di aver quasi sempre ritratto gli uomini e le donne che ha amato. Le immagini oscillano così tra raffinata sensualità e gelido classicismo, apportando un nuovo contributo alla storia dell’arte degli anni ‘20 e ‘30. Nessun altro artista ha saputo interpretare i vari aspetti della corrente della Neue Sachlichkeit con la sensualità e l’erotismo delle sue figure. La presenza apparentemente cartellonistica delle persone ritratte, come catturati da un flash, non significa mai uniformità. Il marchese d’Afflito ha una presenza lunare, Arlette Boucard medusiana, mentre il Docteur Boucard, inventore del Lactéol, emana intelligenza positva. Alcuni sembrano sognatori inguaribili come Ira P. , altri invece olimpici nel loro distacco, come la Jeune fille aux gants e La Duchesse de La Salle in tenuta da cavalcata, è evidentemente di umore diabolico. Questa varietà psicologica all’interno di un’apparente monotonia stilistica controdistingue questi ritratti e costituisce un’elemento molto originale.
La quarta sezione comprende i quadri del periodo californiano. Opere dal carattere meditativo che rivelano un approccio iper-realistico nella rappresentazione della realtà: Madone (1937), L’Atelier à la campagne (1941), Le turban orange (1945), Chambre d’hôtel (1951).
Infine, il contributo di Tamara de Lempicka alla pittura moderna viene esposto nel contesto della moda e del design degli anni ‘20 e ‘30. Amante della bellezza, l’artista allestisce il suo studio in un edificio progettato dall’architetto Robert Mallet-Stevens, rappresentante di spicco dell’architettura modernista, e ne affida l’arredamento alla sorella Adrienne Gurwick-Gorska, che sceglie per lei gli oggetti più rappresentativi del gusto dell’epoca.
Nata a Varsavia nel 1898, trascorre la gioventù tra il collegio di Losanna, San Pietroburgo, Montecarlo, frequentando le località di villeggiatura della vecchia aristocrazia europea.
Nel 1916 sposa a San Pietroburgo Tadesusz Lempicki, il più ambito scapolo della città, in una cerimonia ostentamente fastosa (lo strascico della sposa Tamara va dall’altare alla porta della chiesa).
Alla vigilia della rivoluzione bolscevica lascia San Pietroburgo alla volta di Parigi, indiscussa capitale della vita artistica dei decenni fra le due guerre, dove nel 1920 s’inscrive all’Académie de la Grande Chaumière e diventa allieva di due pittori di scuole molto diverse nelle conclusioni figurative: il post-impressionista Maurice Denis e il pittore neo-cubista André Lhote. Presto Lempicka si annoia nel ruolo di allieva, e si presenta come artista indipendente affermando in quegli anni uno stile di perfezione e grandiosità.
Nel 1920 nasce la prima figlia Kizette, e Lempicka si divide tra ruoli di madre, moglie e artista.
Già dal 1922 espone per la prima volta ai Salons parigini, dove le sue presenze si intensificano con grande clamore di anno in anno. Nel 1925 il conte Emanuele di Castelbarco le organizza la prima grande mostra personale di Tamara de Lempicka nella sua galleria Bottega di Poesia al 14 di via Montenapoleone di Milano. L’anno seguente conosce D’Annunzio e trascorre un periodo al Vittoriale per ritrarre il poeta, ma la tormentata vicenda amorosa tra i due comprometterà l’esecuzione del ritratto. Lo stesso anno il Musèe des Beaux-Arts di Nantes sarà la prima collezione pubblica ad acquistare una sua opera (Kizette en rose, 1927).
Nel 1928, durante un viaggio a Montecarlo si separa dal suo primo marito Tadeusz de Lempicki. L’anno seguente esegue un ritratto della danzatrice andalusiana Nana de Herrera, amante del Barone Raoul Kuffner. Da lì a poco Tamara de Lempicka diventerà la baronessa Kuffner.
Nel 1929 parte in seguito alla commissione del ritratto Mrs. Bush per gli Stati Uniti, dove in seguito viene organizzata una sua mostra al Carnegie Institute di Pittsburgh.
Negli anni ‘30 Lempicka abita in un grande appartamento-studio in rue Méchain, disegnato da Robert Mallet-Stevens, e vi riceve aritisti, politici, ambasciatori e artistocratici. Lempicka era diventata la perfetta impersonificazione della ‘donna moderna’, una diva al centro della società e una pittrice i cui ritratti rispecchiavano il mondo di cui si circondava, le tout Paris, che era ai suoi piedi.
Nel 1939 si trasferisce con il secondo marito in California, dove diventa la regina della mondanità hollywoodiana. Le feste diventano il punto focale della vita mondana di Hollywood, cui protagonisti di allora tra cui Charles Boyer, Vicky Baum, Greta Garbo erano di casa nella villa dei Kuffner. Nei decenni seguenti espone a New York, Los Angeles e San Francisco.
Dopo la guerra fa spesso ritorno a Parigi e in Italia. Roma nel 1957 e Parigi nel 1972 le dedicano grandi mostre.
Si spegne a Cuernavaca in Messico nel 1980, dove si era trasferita dopo la morte del marito. Seguendo la sua ultima volontà le sue ceneri vengono sparse sul vulcano Popocatépetl.

testo ripreso dal sito http://www.skira.net

n.m.

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dal 23/11/06 al 27/1/07

Kiki Smith


Galleria Raffaella Cortese
Via A.Stradella, 7 - Milano


Artista da sempre votata alla sperimentazione, Smith si avvicina all’incisione sin dalla prima meta' degli anni ottanta e da questo momento in avanti l’attivita' grafica sara' una pratica costante e significativa del suo lavoro.

La centralita' del corpo umano, in particolare quello femminile, resta un importante oggetto di indagine, sebbene gli interessi di Kiki Smith si aprono, a partire dagli anni novanta, al rapporto tra l’uomo e la natura. Ne sono un esempio “White Mammals" (1998), sette incisioni di mammiferi artici e albini, rappresentati non “in posa" ma fluttuanti su un fondo bianco che esalta il loro essere semplicemente dei corpi; o ancora “Falcon" (2001), in cui la grande abilita' dell’artista emerge nei dettagli del piumaggio.
“Constellations"(1996) testimonia il profondo interesse di Smith per l’astronomia. Nella litografia, la bellezza delle figure e' esaltata dal supporto di carta nepalese, usata spesso nei disegni.
“Banshee Pearls" (1991), litografia su 12 fogli realizzata assemblando dozzine di autoritratti in diverse grandezze, orientamenti ed espressioni, e' il primo di una serie di lavori dedicati all’autoritratto; un soggetto che l’artista indaghera' in modo particolare con questa tecnica.

Nel corso della sua ricerca artistica Kiki Smith ha tratto piu' volte ispirazione dalla letteratura, dal mito e dalla favole, cercando sempre di reinterpretare le storie dei personaggi “presi in prestito", da un punto di vista femminile e personale come nella serie delle Blue Print (1999) in cui confluiscono numerosi rimandi ai Maestri nordici (“Melancholia" in cui cita testualmente il titolo di un‘incisione di Albrecht Durer) e all’arte Vittoriana (“Emily D." che ritrae la poetessa Emily Dickinson).

In seguito l’artista realizza alcune grandi incisioni, acquarellate a mano, ispirata al celebre romanzo di Lewis Carroll “Alice nel paese delle meraviglie". Nascono “Pool of Tears 2 (After Lewis Carroll)" (2001)che interpreta l’episodio in cui Alice si trova immersa nelle sue lacrime in mezzo a grandi animali, e “Come away from her (After Lewis Carroll)" (2003) tratto dalla scena in cui gli uccelli abbandonano la bambina alla sua solitudine. La favola di “Alice nel paese delle meraviglie" e' esplorata anche nella scultura in porcellana bianca, Alice II (Feet Uncrossed), raffigurante un’Alice sognante e vulnerabile.
Nello stesso periodo Kiki Smith esplora anche la favola di “Cappuccetto Rosso", interpretata in termini di dominazione maschile, da cui trae numerose opere ma soprattutto le due grandi litografie, “Companions" e “Born".

Negli ultimi anni, l’artista si dedica a una serie di piccole sculture in porcellana di soggetti femminili: “Woman with Dog" (2003), Tahitian Girls with Feathers (2005), Me in a Corner (2005) e Lo (Seated) (2005)

n.m.

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Unica Zürn
Ouvres

Halle Saint-Pierre
2, Rue Ronsard
75018 Paris


Dal 24/09/2006 al 04/03/2007

Cette exposition rend hommage à Unica Zürn, icône surréaliste au destin tragique, trop souvent demeurée dans l'ombre de son compagnon, Hans Bellmer. La trajectoire artistique d'Unica Zürn lui donne une place exceptionnelle et singulière dans le mouvement surréaliste. Son oeuvre graphique et littéraire, sous la forme d'anagrammes, de dessins automatiques et d'écrits en prose où elle mêle fiction et autobiographie, est marquée par le destin d'une vie en tension entre délire et création.
Unica Zürn offre, comme Artaud, une perspective sur la folie vécue de l'intérieur. L'aveu extatique de l'illumination que lui procure dans ses crises son envol intérieur donne à ses dessins et ses écrits un accent de vérité bouleversant. Cependant, son oeuvre se situe au-delà d'une forme nouvelle de subjectivité et renouvelle, par sa fécondité créatrice et son langage poétique, la magie de l'intelligence du monde.

vedi Unica Zürn di Giannina Mura

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Yayoi Kusama
Metamorfosi
Palazzina dei Giardini, c.so Canalgrande, Modena
15 settembre 2006 – 7 gennaio 2007

Orari: da martedì a venerdì 10,30 -13,00; 15,00 -18,00
sabato, domenica e festivi 10,30 -18,00
chiuso il lunedì
15,16 e 17 settembre, in occasione del festivalfilosofia 2006,
apertura dalle 10,00 alle 23,00
Festività: 1 novembre, 8 dicembre e 6 gennaio, 10,30 –18,00
25, 26 dicembre, 1 gennaio, 15,00 –18,00
Ingresso: libero

Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente. Il fatto è che a Tokyo, negli anni cinquanta, era difficile essere una ragazza con desideri di originalità e indipendenza. Sostenuta da un narcisismo divertito ma devastata da una sensibilità ossessionata, spinta dal desiderio di porsi allo stesso livello dei maschi, aiutata dal suo talento multiforme, Yayoi Kusama se ne andò negli Stati Uniti dove visse tra il 1957 e il 1973.
Inserita nel fermento artistico di New York, non si sottrasse ad happening per la pace in Vietnam e soprattutto per l’autonomia femminile.
Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento. La sua poetica si è comunque incrociata con quella di molti protagonisti del nostro tempo: ricordiamo le collaborazioni col musicista Peter Gabriel, con il fotografo Nobuyoshi Araki, con lo stilista Issey Miyake.
Dopo la vasta notorietà raggiunta grazie a mostre tenute nei maggiori musei del mondo, in Italia l’hanno resa particolarmente nota le sue partecipazioni alla Biennale di Venezia, nel 1966 e nel 1993, quando fu scelta come rappresentante per la propria nazione d’origine: la ragazzina ribelle aveva vinto, anche se forse a prezzo del proprio stesso equilibrio.
Ora la Galleria Civica di Modena la invita a tenere la sua prima mostra personale in un museo italiano: inaugura infatti sabato 16 settembre alle 12 alla Palazzina dei Giardini in c.so Canalgrande a Modena la mostra “Yayoi Kusama”, organizzata e prodotta dalla Galleria Civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, a cura di Angela Vettese in collaborazione con Milovan Farronato.
Come la personale dedicata ad Ugo Rondinone, anche questa mostra rientra nell’ambito del festivalfilosofia, dedicato quest’anno al tema dell’Umanità, in programma a Modena, Carpi e Sassuolo il 15,16 e 17 settembre 2006 (www.festivalfilosofia.it).
I visitatori troveranno alla Palazzina dei Giardini quattro installazioni ambientali, quadri e sculture oggettuali. Progettata dall’artista medesima, la mostra si apre con un ambiente dedicato alla sfera e si prolunga con due ambienti oscurati, nei quali vengono distribuiti punti di colore illuminati: un modo per rendere appariscente quanto possa essere allucinato un semplice locale domestico. E per estensione, quanto estranee ci possano diventare le cose che consideriamo più vicine. In un attimo tutto si fa nemico, indecifrabile, ostile. Lo spettatore camminerà poi in una stanza fatta di forme biomorfe e trasformata in un divertente labirinto, per giungere poi ai quadri in cui l’artista dipinge con maniacalità i suoi cerchietti o riempie scatole, scarpe, contenitori improbabili di piccole forme inquietanti, come microrganismi che ci assediano e come piccole escrescenze che crescono senza controllo.
Ecco allora che emergono i fulcri su cui è disegnata l’esposizione e l’intera produzione dell’artista: l’odio/amore per il controllo, appunto, ma anche il fare manuale e la creatività in generale come antidoto all’ansia.
Yayoi Kusama non dice la sua età. Vive e lavora a Tokyo.
Per biografia, immagini e informazioni dettagliate consultare il suo sito www.yayoi-kusama.jp
Cura: Angela Vettese in collaborazione con Milovan Farronato
Ufficio Stampa Studio Pesci: Bologna, www.studiopesci.it, info@studiopesci.it, Tel. + 39 051 26 92 67
Ufficio Stampa Galleria Civica: Tel. +39 059 2032883 galcivmo@comune.modena.it
Info: Galleria Civica di Modena, c.so Canalgrande 103, 41100 Modena,
tel. +39 059 2032911, 2032940, fax 2032932

Vedi La casa dei sogni ha i mobili a pallini di A.D.Genova

m.m.

Segnalazioni artistiche del 2006
Segnalazioni artistiche del 2005
Segnalazioni sulla Biennale di Venezia 2005
Segnalazioni artistiche del 2004
Segnalazioni artistiche dal settembre al dicembre 2003
Segnalazioni artistiche dal marzo all'agosto 2003