L'arte e le bambine: una storia
da ricostruire, o forse da inventare?
di Nadia Magnabosco
"...infanzia. Là
sono le radici"
Marina Cvetaeva
n.m.
Nella prosa mi chiudono
come quando, bambina,
mi chiudevano dentro lo stanzino,
perché volevano stessi "tranquilla".
Tranquilla! Avessero potuto sbirciare,
vedere la mia mente che frullava,
tanto sarebbe valso rinchiudere un uccello
per tradimento, dietro uno steccato
.....
Emily Dickinson
Vedo qualcosa di nuovo intorno a me: il mondo si
è riempito di bambine. Bambine che irrompono e si impongono,
bambine bizzarre, irriverenti, libere, bambine mostruose, dai
corpi sofferti, allungati, ristretti, deformati, bambine streghette,
aggressive, rabbiose. Bambine comunque protagoniste: nei libri,
nei fumetti, nei video e anche nei quadri e nelle sculture. Un
mondo di bambine di carta e forse anche un mondo di bambine
dipinte? Ma da quando esistono le bambine nell'arte? Da tempo
mi trovo a riflettere con sempre maggiore intensità sul
significato dell'immagine della bambina che ricorre assiduamente
nelle mie opere ma anche e soprattutto nei lavori di tante artiste
del novecento che ho molto amato come:
Leonor Fini
(1908-1996),
Dorothea Tanning
(1910), 
Paula
Rego (1935),
e di altre artiste contemporanee che in qualche
modo si pongono in questo sentiero di ricerca come:
Marlene Dumas
Kim Dingle
Karen Kilimnik
Lena Cronquist
Raphael Judith
Inez
Van Lamsweerde
Margherita Manzelli
Rose Mary Trockel

e tante altre ancora, più o meno conosciute.
Davvero tante se si considera che il tema è assolutamente
inesistente come fenomeno a sè, in quanto solitamente ricondotto
all'interno del percorso artistico della singola artista e così
analizzato e valutato. Ritengo invece che occorra fare uno sforzo
per riconoscerlo, ricomporlo ed esplorarlo come un fenomeno con
suoi specifici significati e limiti, cercando di tessere una traccia
che permetta una sia pur grossolana ricognizione del fenomeno.
Perchè non si tratta soltanto di un fenomeno di carattere
quantitativo in quanto pone interrogativi inquietanti e inesplorati.
L'immagine di bambine che emerge dai lavori di queste artiste
è infatti ben lontana dall'idea di innocenza e purezza
e, perchè no, di leziosità a cui ci avevano abituato
nel diciannovesimo secolo i ritratti di Renoir (1841-1919)
o Degas (1834-1917)
o quelli di Marie Breslau (1856-1927)
e di
Berthe Morisot (1841-1895)
e Mary Cassat (1844-1926)
.
Ossia un'iconografia infantile in linea con le tradizioni
del tempo, basata essenzialmente su un prototipo di giovani sane,
curate e protette dalla famiglia.
Anche se Mary Cassatt in "Bambina in una
poltrona blu", 1878, 
tenta un diverso sguardo di approccio al ritratto di bambina rendendolo
molto più libero e vagamente inquietante per i tempi, sarà
soltanto Suzanne Valadon (1865-1938),
qualche anno più tardi, a spezzare, con i suoi ritratti,
le convenzioni della rappresentazione infantile . Nessuna delle
sue bambine "sembra appartenere al mondo delle ragazzine
tranquille, piene di salute e con le fossette di Mary Cassatt
o delle piccole aristocratiche come la Morisot." (1)
Sono invece bambine dallo sguardo sofferente, rassegnate alla
loro solitudine, impegnate in gesti quotidiani che esprimono tuttavia
un profondo senso di alienazione.


Anche se nude - fatto assolutamente inusuale per
l'epoca - le sue immagini di bambine non contengono elementi di
ambiguità nè suscitano suggestioni di perversione
sessuale come le successive ammiccanti ragazzine di Tamara
de Lempicka (1898-1980)
,
o le languide e affascinanti lolite di Balthus
(1908-2001)
.
Le "nuove" bambine delle artiste contemporanee non incoraggiano
invece quasi mai sguardi voyeuristici ma pongono interrogativi
sull'essere bambina e sull'identità femminile, attraverso
una manipolazione del corpo che diventa spesso disturbante, quasi
volessero vendicarsi di tanti anni di silenzio.
Lisa
Yuskavage
Kiki Lamers
Diane
Arbus
Perchè il silenzio, delle immagini oltre
che delle parole, è l'elemento storico principale che determina
la difficoltà a tracciare i contorni sfuggenti di questa
nuova ragazzina nello specifico dell'arte. Silenzio che d'altra
parte ha caratterizzato, almeno sino al XVI secolo, la presenza
della bambina nella storia in generale. (2) E' infatti solo all'inizio
del '700 che la bambina assume una qualche rilevanza nel pensiero
pedagogico, quando Rousseau fa nascere la piccola Sophie - modello
di sottomissione - come "complemento" ad Émile.
Anche nella pittura il corpo infantile rappresentato è
generalmente maschile o asessuato e la bambina, quando appare,
è rappresentata come una donna in miniatura o una santa
o come una piccola regina.
Velasquez,
"Las Meninas",
1656
Ma la rappresentazione dell'infanzia in genere è
assente, persino nei libri destinati all'infanzia stessa. Scrive
Emy Beseghi, bravissima docente di letteratura per ragazzi, studiando
l'immagine della bambina che ci propongono i media: "...
la rappresentazione della bambina nell'universo dei media finisce
per costituirsi come un'isola inesplorata all'interno di quel
continente semi-ignoto che è l'infanzia..." (3)
.
Solo dopo il XVIII secolo le immagini di bambine cominciano
ad apparire, grazie ad un nuovo tipo di ragazzina che, a partire
dalla seconda metà dell'ottocento, si fa finalmente strada
in letteratura: una bambina dotata d'autonomia, di complessità
e di spessore psicologico che successivamente influenzerà
il mondo dell'immaginario e quindi, sia pure lentamente, anche
l'arte. Parlo della vivace e anticonformista Sophie
della
contessa di Ségur ("Les Malheurs de Sophie",
1859), dell'errabonda Cosetta
di
Victor Hugo ("Les Miserables", 1862), e infine
dell'irriverente e inafferrabile Alice
di
Lewis Carroll ("Alice nel paese delle meraviglie",
1865) che, creandosi un mondo tutto suo dalle regole invertite,
si sottrae ad un ruolo predeterminato e afferma la sua identità
di bambina "vera" anzichè di fanciulla per bene,
docile e gentile, come richiedeva la società vittoriana.
Successivamente la caparbia indipendenza di Jo
in "Piccole donne" (1868) di Louisa May Alcott,
il coraggio della saggia ma avventurosa Dorothy
de
"Il mago di Oz" (1900) di Frank Lyman Baun e
la capacità di crescere tutta da sola di Mary
ne "Il giardino segreto" (1909) di Frances Hodgson
Burnett, contribuiranno a delineare un nuovo profilo di bambina
che intacca gli stereotipi dominanti e impone la differenza femminile
aprendo la strada ad altri personaggi femminili come Pippi Calzelunghe
(1945)
di Astrid Lindgren e Bibi
di
Karin Michaelis sino alle attualissime bambine capaci di esplorare
i nuovi territori dell'alterità femminile create da Bianca
Pitzorno e altre moderne autrici (4). Questa cultura fiabesca
ha offerto alle bambine un'altra capacità di conoscere
e porsi nel mondo. "Soffocata e tradita nella sua realtà
la bambina andrà cercata ai margini di ogni logica ordinatrice:
nella fantasia, nella fiaba, nel mito dove è possibile,
per lei, simbolizzare un altro desiderio di conoscere il mondo,
di modificarlo, di riviverlo. E contrapporre a un'identità
impedita un'identità possibile." (5) La ricerca
dell'identità di genere, così può essere
forse genericamente riassunto il campo di studio di queste artiste
visive contemporanee che, partendo dall'infanzia, vogliono suggerire
un nuovo sguardo nella rappresentazione del femminile.Uno sguardo
che sa andare oltre lo specchio, in un territorio in cui occorre
perdersi per ritrovarsi.
Chantal Joffe
Shani Rhys-James

Anna
Gaskell
Annette Schroeter
Makiko
Kudo
In questo andare per zone d'ombra per ricostruire
un percorso di formazione dell' identità, nascono figure
che mostrano aspetti grotteschi o mostruosi, comunque sempre inquietanti,
così come - ancora una volta mi piace l'analogia - spesso
appaiono stregonesche o addirittura diaboliche le bambine di
carta nate dalla letteratura per l'infanzia.
Vanessa
Jane Phaff
Aura Rosenberg

Shiori
Matsumoto
Immagini che rievocano alla mente la messa in scena
di un incubo più che di un sogno e turbano categorie percettive
di comodo: ossessività, straniamento, ambiguità,
deformazione, irriverenza, crudeltà, sembrano voler ribaltare
a tutti i costi quella carica di presunta innocenza che ha caratterizzato
le bambine nella nostra cultura visiva, o frantumare le fantasie
voyeuristiche dell'adulto sulle piccole lolite che i media spesso
presentano.
Nicki
Hoberman
Marie
Van Elder
Patti
Heid
Bambine che stanno costruendo la loro immagine con fatica e tormento,
reagendo agli stereotipi dominanti ma anche risentendo delle contraddizioni
di una cultura che celebra valori e codici di comportamento confusi
e spesso opposti. Bambine isolate, che illustrano l'ansia di crescere
oggi in una società in cui la violenza fisica, psicologica
ed economica, con diverse modalità stravolge o annienta
l'essere bambina.
Susan
Hiller
Su-en Wong
Judy Fox
Forse ciò che unifica il lavoro di così tante artiste
è il medesimo sofferto tentativo di esplorare la non facile,
a volte ambigua, transizione fra infanzia, adolescenza e maturità,
un processo di ricostruzione che ciascuna artista riconduce alla
propria esperienza e realtà ma che sempre si scontra con
stereotipi sessuali, culturali e sociali. Bambine sole, non identificate
o identificabili, autoritratti sotto mentite spoglie, alla ricerca
di una bambina "vera", ma quale? Il discorso è
ovviamente appena iniziato e merita di essere discusso, raffinato
e approfondito attraverso il contributo di chi vorrà farlo.
L'arte di tutte le artiste citate, del passato o contemporanee,
va trattata a sè e questo faremo poco alla volta in futuro.
Marcia
Binnendyk
Eija-Liisa Ahtila
Kiki
Smith
Silvia Levenson
"La storia delle mie
verità - ecco l'infanzia.
La storia dei miei errori - ecco l'adolescenza"
Marina Cvetaeva
6 gennaio 2004
(1) Thérese
Diamand Rosinsky, "Suzanne Valadon l'apprendista di Montmartre",
Selene Edizioni, 1998
(2) "Ombre
rosa - Le bambine tra libri, fumetti e altri media", a cura
di Emy Beseghi, Giunti & Lisciani Editori, 1987
(3) "Ombre
rosa", idem
(4) "Nel
giardino di Gaia", a cura di Emy Beseghi, A. Mondadori, 1994).
(5) "Ombre
rosa", idem
Marlene Dumas
Kiki Smith ricordarsi
di loretta lux di Adela Leibowitz di julie farstad