Le storie di MUVI
     
 

Non è sicuramente agevole, per chi vive oggi in Lombardia, immaginare come veramente potesse apparire Milano nel periodo che precede la prima guerra mondiale.
La vicenda ha inizio, infatti, sullo sfondo di una città in crescita tumultuosa (supera, al censimento del 1911, i 500.000 abitanti), percorsa da innumerevoli corsi d’acqua, in particolare fra i Navigli ancora scoperti e la cerchia delle mura spagnole, dove non tutti gli spazi delle antiche ortaglie
erano completamente costruiti; scarsa, la notte, l’illuminazione delle strade, più frequenti e densi i nebbioni fumiganti d’inverno penetravano nella città dalle marcite non lontane, carri, carretti e carrozze d’ogni tipo trainati dagli animali, forti e di ogni genere gli odori non sempre gradevoli, mentre la gente appariva quasi in divisa, vestita, cioè in modo riconoscibile a seconda del ceto, o meglio della classe sociale, e della professione.

Lo stesso valeva per le abitazioni e gli altri edifici: gli storici palazzi patrizi delle famiglie di antico lignaggio e quelli "umbertini" dell’edilizia ufficiale e di quella abitata dal ceto medio-alto, le ville (più o meno vaste) unifamiliari con giardino dei borghesi di successo, le piccole e medie fabbriche disseminate nel tessuto urbano e soprattutto nella periferia d’allora, dove ampi spazi erano occupati da recenti, grandi stabilimenti; le famiglie operaie e sottoproletarie vivono invece sparse nella città, anche nel suo stesso centro, ma soprattutto ammassate nelle case "di ringhiera", la cui tipologia perpetua nella città il modello della abitazione bracciantile della cascina.

E anche in queste case si distingue dal resto dell’edificio, nel parlare comune, la "Ca’ dei sciuri" di qualità un poco superiore e talora con qualche pretenziosità, e con il gabinetto nell’appartamento, situata nella parte dell’edificio che affaccia sulla strada. Talora la ringhiera sul cortile interno manca, come negli edifici di via Orti, ma il cesso è pur sempre uno per tante famiglie, tutte stipate in pochi metri quadri (anche una stanza per quattro-cinque persone) fra poveri, rudimentali materassi ripiegati durante il giorno, acquaio, primitivi impianti per la cottura del cibo, povere masserizie. Piuttosto che case sono posti per dormire, adulti e bambini letteralmente ammassati nella più totale promiscuità.
Non è difficile figurarsi, nel cortile, il rumore delle macchine dei laboratori e delle botteghe degli artigiani, la polvere, le grida di chi lavora mescolate a quelle delle decine di bambini di ogni età e delle loro madri, le discussioni e gli alterchi, il discorrere della gente fra i diversi piani.
Nelle strade il traffico sostenuto e rumoroso, i richiami dei venditori e degli artigiani ambulanti, i negozi (pochi, in via Orti) e le osterie (parecchie): nella grande concitazione che caratterizza una città in rapido sviluppo non sfuggiranno le diverse intonazioni dei dialetti parlati dagli immigrati, giunti a Milano non più soltanto dalle campagne vicine, ma ormai anche dalle altre regioni, che lentamente passeranno dalla precarietà iniziale a sistemazioni meglio definite (ma manterranno lungamente il rapporto con la propria terra d’origine, ritrovandosi fra compaesani in osterie o caffè particolari); né si potranno ignorare gli evidenti segni del disagio sociale che accompagna anche questa fase di crescita economica e demografica, rappresentati dai mendicanti, dai crocchi di disoccupati, dalle ambigue figure della (piccola, prevalentemente) malavita endemica anche in questa parte della città non inferiore, quanto a nomea, a quella di porta Ticinese e della Vetra.