Calzoleria Garotta, Lodi, primi anni '20.
Fonte: Nene Garotta
Mio nonno con il grembiule di grisaglia e due ragazzetti, uno di sette-otto anni, magro magro coi calzoni al ginocchio tenuti su dalle bretelle. l'altro di cinque o sei, più nascosto (la Vanna, sua figlia, gli somiglia). Il nonno e i ragazzetti sono sull'uscio della bottega con l'insegna di latta dipinta: CALZOLERIA GAROTTA scritto in ovale, e al centro GIOVANNI. Calzoleria G. Garotta si ripete anche sulla tenda per il sole, caso mai uno non vedesse quella. Scarpe, una tradizione di famiglia. La bottega era a Lodi in via Garibaldi, quasi all'angolo con via Marsala che porta alla piazza. Il negozio di scarpe c'è ancora, sul corso Roma. E'stato di mio padre e ora di mio fratello minore.

Mio nonno Giovanni doveva essere una persona mite, chi comandava era mia nonna Giovanna che quando ci teneva con sé perché i miei genitori facevano un viaggio, diceva sempre: "Me fan mourì cunsunta". Ma se faceva la polenta fritta la serviva "nei piatti di Pavia, che quando si è mangiato, si buttano via".
Quando la nonna Giovanna andava ai fanghi ad Abano, mio padre faceva lo spoglio, pura violazione della credenza, consisteva nello spalancare ante, sportelli, cassetti scegliendo - a suo giudizio - le cose da eliminare, i cosiddetti catanai, distribuendoli in parti uguali a noi bambini.
Il quarantotto, invece, era una parola nostra: un girotondo di grandi proporzioni da concedersi assai raramente. Un gioco pericoloso e proibito, non competitivo. Consisteva nel correre in tondo tra il tinello, la cucina, la ringhiera e l'ingresso. E una volta successe l'irreparabile. Urtammo il buffet dalle gambe esili e sgangherate pieno di piatti, bicchieri, zuppiere, tazze. Crollò miseramente al suolo. Non ricordo il castigo, ma fu una delle volte che mio padre ci diede la multa (che sottraeva dalla mancia settimanale).
el me scusa: una performance demenziale di Enrico, nostro amico. Solitamente avveniva in terrazza. Enrico, al centro, iniziava a muoversi in modo sconnesso, andando a urtare la cassa delle rose, una foglia, una piuma o il pilastro del parapetto. E ogni volta faceva un saltino indietro di stupore e, dando del lei, diceva: "el me scusa!".
Dalla terrazza si vedevano le finestre delle signorine Prina, modiste, amiche della nonna. Giselda, bocca rossa vermiglia, abiti sgargianti, sempre allegra e Zilde, grigia di capelli, di faccia e nel vestire, che diceva sempre alla sorella: saurida.
Venisse qui Gesù Cristo in persona e il resto. Era la frase preferita di mio padre per affermare ordini e concetti.