La
mente cosciente
Pagg. 472 Lire 52.000
David
J. Chalmers insegna filosofia presso il Center for Consciousness
Studies, University of Arizona
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Prefazione di Michele Di Francesco
Come avvenga che qualcosa di così notevole
come uno stato di coscienza sia il risultato della stimolazione del
tessuto nervoso è tanto inspiegabile quanto la comparsa del Genio
nella favola, quando Aladino strofina la lampada.
Thomas Huxley,
Lessons in elementary psychology, 1866
Perché esiste la coscienza? E perché è così?
Queste domande, intorno a cui David Chalmers costruisce il suo notevole
edificio teorico, sembrano fin dal principio segnalare la necessità
di una chiarificazione filosofica. La ragione è semplice, e nasce
dal fatto che esse sono contemporaneamente ambigue e paradossali. L’ambiguità
della questione sul perché esiste la coscienza è data
dal doppio significato di "perché" in questo contesto. Possiamo
intendere infatti "perché" nel senso di "a quale scopo" e domandarci
il motivo per cui un organismo biologico come l’uomo (e verosimilmente
altri animali evoluti) ha sviluppato quell’insieme di capacità
cognitive, piuttosto variegato e differenziato in verità, che
raggruppiamo sotto il nome di "coscienza". Questo tipo di domanda appartiene
con tutta evidenza al campo della ricerca scientifica. Essa interessa
tanto il biologo evoluzionista quanto lo scienziato cognitivo, lo studioso
del cervello e forse anche quello delle scienze sociali, ma non contiene
di per sé alcuna intrinseca problematica filosofica. Nel suo
ambito si potrà poi porre la seconda questione ("perché
è così?") e interrogarsi sulla particolare forma che la
"coscienza cognitiva" ha assunto nella nostra specie – a differenza
di quanto avviene, per esempio, nel caso di scimmie, pipistrelli, delfini
o magari computer "pensanti".
La coscienza in questo primo senso è dunque la proprietà
di un agente cognitivo. Ma come mai si prova una particolare esperienza
soggettiva a essere un agente cognitivo dotato di queste e quelle caratteristiche
– che raccogliamo sotto l’etichetta di "coscienza"? Perché la
soggettività vissuta da un agente cognitivo ha (talvolta) le
colorazioni che ha? Perché "fa un certo effetto", si prova qualcosa
(la terminologia è di Thomas Nagel), a essere lui? Qual è
il rapporto che intercorre tra l’essere un agente cognitivo cosciente
ed essere un soggetto di esperienza? Qui il baricentro del nostro discorso,
pur senza aver abbandonato del tutto il terreno in cui la ricerca empirica
fornisce contributi di grande rilievo, si è decisamente spostato
all’interno di un quadro eminentemente filosofico. E qui sono in agguato
i paradossi. Si tratta innanzi tutto di dar conto di quel senso di stupore
che è ben espresso dall’affermazione di Thomas Huxley sopra citata:
come può la poltiglia grigiastra del nostro cervello dar vita
al mondo multicolore dell’esperienza interiore? O meglio ancora, come
può l’esperienza vissuta della coscienza fenomenica trovare uno
spazio, contare qualcosa, essere causa di eventi nell’ambito di un mondo
fisico che la scienza moderna ci ha autorevolmente assicurato essere
del tutto completo e autosufficiente? Fin dai tempi di Cartesio, l’idea
di una mente (per Cartesio sinonimo di coscienza) non riducibile alla
materia ma capace di interagire con essa ha dato vita a gravi difficoltà,
abbondantemente studiate dalla contemporanea letteratura dedicata al
cosiddetto "problema mente-corpo".
Certo, come abbiamo visto, è sempre possibile identificare la
coscienza con qualche processo cerebrale, o con qualche proprietà
funzionale dell’architettura cognitiva dei soggetti, e spiegarne in
questo mondo la realtà e la compatibilità col mondo fisico.
Ma da sempre questa identità è stata contestata, non solo
in termini di intuizioni (come possono essere identiche cose che appaiono
così diverse?), ma anche con solidi argomenti di cui Chalmers
fornisce una felice sintesi ne La mente cosciente – soprattutto nel
Capitolo 3. Eppure, se neghiamo questa identità non siamo condannati
a postulare quello "spettro" nella macchina che il filosofo Gilbert
Ryle (1900-1976) già denunciava in The concept of mind (1949)
e che rappresenta, per così dire, il baratro verso cui piega
il piano inclinato dell’anti-riduzionismo?
Come stupirsi, quindi, del tentativo di eliminare del tutto dal novero
di ciò che esiste quella non-entità così ricca
di paradossi che appare essere la coscienza non appena si cerca di delinearne
i contorni dal punto di vista di una scienza obiettiva e in terza persona?
Un tentativo a cui William James (1842-1910) nel saggio "Esiste la coscienza?"
(1904) dà eloquente espressione:
Credo che la "coscienza", quando sia evaporata fino
a raggiungere questo stadio diafano, stia per sparire completamente.
È il nome di una non-entità e non ha alcun diritto a
un posto tra i principi primi. Coloro che ancora vi si aggrappano,
si attaccano in realtà a una pura eco, al flebile rumore lasciato
nell’aere filosofico dall’"anima" che scompare.
Eppure "il flebile rumore dell’anima che scompare" si è trasformato
negli ultimi anni in un caotico frastuono che riempie la scena del dibattito
contemporaneo sulla mente. Il problema della coscienza è tornato
infatti prepotentemente al centro dell’interesse degli studiosi dopo
un lungo periodo di eclissi, che si è prolungato per buona parte
del Novecento – favorito prima dall’espulsione del linguaggio mentalistico
dalla psicologia, a opera del comportamentismo, e poi dalla particolare
ricostruzione della nozione ordinaria di mente proposta dalla rivoluzione
cognitivista a partire dai tardi anni Sessanta.
L’ideologia comportamentista eliminava del tutto ogni riferimento a
stati interiori – con le parole di J.B. Watson (1878-1958):
La psicologia come la vede il comportamentista, è
un settore della scienza naturale del tutto obiettivo e sperimentale.
Dal punto di vista teorico, il suo obiettivo è la previsione
ed il controllo del comportamento. Per nessuna ragione l’introspezione
fa parte dei metodi da essa impiegati. In nessun modo il valore scientifico
dei dati ottenuti della psicologia dipende dalla possibilità
di venire interpretati in termini di coscienza.
In termini apparentemente opposti, la svolta contrassegnata dalla nascita
della scienza cognitiva ha riportato il discorso mentalistico al centro
della scena; ma ciò è stato fatto attraverso una definizione
di mente molto distante da quella tradizionale – legata alla presenza
di stati di esperienza soggettivi. In questo nuovo contesto "mente"
designa un insieme di attività volte alla gestione e alla utilizzazione
dell’informazione accessibile ai vari organismi, attività descrivibili
di principio in terza persona – attraverso concetti come quelli di regole,
algoritmi, procedure, organizzazione funzionale e così via. Una
volta operata una simile ristrutturazione del concetto di mente, è
immediata la "scoperta" di quanta parte dei nostri processi mentali
siano inconsci, affidati ad agenzie sub-personali delle quali il soggetto
cosciente non ha alcuna nozione e su cui non esercita il minimo controllo.
La coscienza, lungi dall’essere la regina della mente, diviene soltanto
la punta dell’iceberg di una miriade di processi mentali, se non più
fondamentali (ma il sospetto esiste, ed è diffuso) quanto meno
più facilmente e proficuamente indagabili.
Come accennato, tuttavia, a partire dagli anni Ottanta l’interesse per
la punta dell’iceberg mentale è drasticamente aumentato. Le ragioni
sono molteplici. Sul piano della ricerca, nuove e sofisticate tecniche,
come la risonanza magnetica (RM), la tomografia a emissione di positroni
(PET), lo sviluppo di microelettrodi, hanno reso possibile l’esame e
la rappresentazione visiva del cervello in azione (brain imaging), così
come l’individuazione e la misura dell’attività nervosa a livello
dei singoli neuroni; studi neurofarmacologici hanno ampliato di molto
la nostra comprensione del ruolo dei neurotrasmettitori nei meccanismi
cerebrali, mentre ‘mappe’ sempre più aggiornate del funzionamento
cerebrale sono state via via elaborate; il risultato è stato
la proposta una serie di modelli dell’organizzazione funzionale del
cervello che comprendevano per la prima volta qualcosa di simile a vere
e proprie teorie della coscienza empiricamente fondate (o fondabili).
Contemporaneamente, una comunità scientifica sempre più
agguerrita ha cominciato a organizzarsi e confrontarsi alla ricerca
dei migliori modelli della coscienza: nell’aprile del 1994 a Tucson
(Arizona) più di mille partecipanti hanno affollato il primo
grande convegno dedicato alla scienza della coscienza, e nello stesso
anno è stato fondato il Journal of consciousness studies. Né
i filosofi sono stati immuni a questa esplosione di interesse: una serie
di teorie filosofiche sono state avanzate da autori quali Daniel Dennett,
Colin McGinn, John Searle, William Lycan, Ray Jackendoff, e si sono
affiancate ai contributi di neuroscienziati quali Francis Crick, Antonio
Damasio, Gerald Edelman.
In breve tempo l’intero spettro delle posizioni possibili è stato
occupato da qualche teorizzazione – realizzando un continuum che va
dal dualismo sostanzialista di chi come John Eccles postula "psiconi"
in contatto con i neuroni cerebrali a chi come Paul e Patricia Churchland
nega al concetto di coscienza ogni dignità scientifica – senza
dimenticare l’appello di Roger Penrose allo sviluppo di una nuova fisica
quantistica come unica chiave possibile per la soluzione dei misteri
della coscienza.
Lasciando a Chalmers l’arduo compito di delineare "la geografia logica"
di questo eterogeneo campionario di opinioni (Capitolo 4, Paragrafo
5), possiamo qui limitarci a individuare in termini molto vaghi tre
possibili opzioni alternative.
La prima è il riduzionismo, che mira a spiegare l’esperienza
soggettiva nei termini di qualcosa d’altro, tipicamente identificandola
con un certo stato cognitivo o neurobiologico. Per esempio la coscienza
potrebbe essere identificata con certi meccanismi di automonitoraggio
con cui un sistema cognitivo (o un cervello) assume ed elabora informazione
intorno ai propri stati interni. In alternativa, essa può essere
vista come il risultato di certi schemi di attivazione e trasmissione
dell’informazione nervosa il cui scopo è quello di "unificare"
in un unico spazio di lavoro una serie di informazioni elaborate dal
cervello in modo parallelo e distribuito. Molte delle teorie della coscienza
a cui abbiamo fatto riferimento sono tentativi di riduzione e uno degli
scopi principali di Chalmers è mostrare che esse non sono vere
spiegazioni della caratteristica essenziale della coscienza, il suo
dar vita a esperienze fenomeniche.
In questo senso Chalmers aderisce alla seconda delle nostre opzioni
teoriche, l’antiriduzionismo, che nega che spiegazioni di questo tipo
siano vere spiegazioni dell’essenza dei fenomeni coscienti, della loro
valenza soggettiva, della loro natura di esperienze. Con le parole di
un pioniere di questa tesi, Thomas Nagel:
Il fatto che un organismo abbia in qualche modo esperienza conscia
significa, fondamentalmente, che fa un certo effetto essere quell’organismo.
[…] Possiamo chiamare questo il carattere soggettivo dell’esperienza.
Esso non è colto da nessuna delle analisi familiari del mentale
elaborate recentemente, perché sono tutte logicamente compatibili
con la sua assenza. Non è analizzabile nei termini di qualche
sistema esplicativo di stati funzionali, o di stati intenzionali,
perché questi potrebbero essere attribuiti a robot o automi
che si comportano come persone anche se non fanno esperienza di niente.
Il lettore avrà modo di valutare il debito che Chalmers sembra
intrattenere nei confronti di una simile posizione, e insieme il tentativo
di svilupparla in qualcosa di più di una semplice dichiarazione
di ignoranza (il riconoscimento di un incolmabile "gap esplicativo"),
alla ricerca di una teoria ulteriore, un "dualismo naturalista" indubbiamente
originale e capace di suscitare in eguale misura critiche e consensi.
Prima di toccare questo punto, occorre però menzionare la terza
opzione, l’eliminativismo, che concorda con l’antiriduzionismo nel riconoscere
che non è possibile fornire una spiegazione scientifica dei fenomeni
coscienti, ma da ciò non conclude che la visione scientifica
del mondo è incompleta, quanto piuttosto che tali fenomeni sono
illusori. In altri termini l’eliminativista paragona l’idea di una coscienza
soggettiva a quella di "flogisto" o di "spirito vitale", nozioni un
tempo utilizzate per riferirsi a entità che si credevano reali,
ma che sono state riconosciute come erronee e prive di vero significato
dallo sviluppo delle scienze.
Di fatto Chalmers non tenta realmente di confutare l’eliminativismo
(se non criticando molte delle tesi particolari degli aderenti a questa
posizione), quanto piuttosto di accreditate l’intuizione secondo cui
ogni tentativo di negare l’esistenza della coscienza fenomenica è
senza speranza. In questo senso, nel proporre le proprie riflessioni
Chalmers si lascia guidare dall’assunto centrale secondo cui bisogna
prendere sul serio la coscienza. Per Chalmers non si può dubitare
che una teoria della coscienza che non tratti dell’esperienza soggettiva
sarebbe monca; nello stesso tempo egli ritiene che la scorciatoia teorica
che consiste nel fingere di spiegarla parlando in realtà della
sua controparte cognitiva va rifiutata.
Se questa posizione non sfocia in nessuna delle tradizionali forme di
dualismo si deve al fatto che Chalmers vi associa due ulteriori assunzioni:
bisogna prendere sul serio la scienza, e bisogna considerare la coscienza
un fenomeno naturale, regolato da leggi naturali. Da un lato dunque
ogni riflessione filosofica deve cercare di essere quanto meno compatibile
con i risultati della ricerca scientifica e dall’altro dobbiamo rifiutare
ogni soluzione che consideri la coscienza qualcosa di miracoloso, non
soggetto ad alcuna forma di legge di natura. Il "dualismo naturalistico"
dovrà invece ipotizzare che l’esperienza e il suo rapporto con
la materia possono essere soggetti a leggi indagabili scientificamente,
ovvero dovrà tentare di collocare coscienza fenomenica e cognitiva
in una stessa visione integrata del mondo. Aderire a questa visione
(o speranza) non deve però impedirci di riconoscere che non è
possibile spiegare l’emergere dei caratteri qualitativi dell’esperienza
sulla sola base della struttura materiale o dell’organizzazione funzionale
della mente. Occorre dunque ammettere che il materialismo è falso
e optare per una sorta di dualismo di materia ed esperienza.
Questo è dunque il terreno filosofico in cui La mente cosciente
si muove con disinvoltura e grande abilità teorica. Di fatto
si tratta di un testo che ha suscitato un grande dibattito ed è
stato accolto con interesse e rispetto, malgrado difenda una posizione
antiriduzionista e una forma di dualismo che sembrano fatte apposta
per suscitare la diffidenza degli studiosi (forse la maggioranza) orientati
in senso materialistico. Tra i moltissimi recensori di Chalmers troviamo
così alcuni tra i più bei nomi dell’esclusivo "club della
mente" contemporaneo, da John Searle, a Roger Penrose, passando per
Christof Koch, Colin McGinn, Bernard Bass, David Papineau; e se le valutazioni
che esprimono sono spesso divergenti, ognuno di loro, al di là
degli inevitabili dissensi, sembra riconoscere al testo il merito del
coraggio intellettuale e la capacità di suscitare questioni di
grande rilievo teorico.
Per quanto ci riguarda, lasciando al lettore il piacere di addentrarsi
nello specifico delle tesi di Chalmers, sempre argomentate con chiarezza
e lucidità, anche nei momenti di inevitabile tecnicismo, possiamo
limitarci a sottolineare la centralità che nel testo assume la
distinzione essenziale tra i concetti di mente psicologica e mente fenomenica.
La prima è per Chalmers (e in accordo con quanto sopra osservato)
un costrutto teorico della scienza cognitiva, che mira a spiegare il
comportamento in termini di elaborazione dell’informazione; per essa
uno stato mentale è un sistema interno che media tra stimoli
ambientali e risposte comportamentali. Alcuni degli stati mentali così
concepiti hanno la proprietà di essere coscienti: chi li intrattiene
manifesta capacità come quelle di compiere ed esprimere verbalmente
atti di introspezione, di focalizzare l’attenzione, di sviluppare forme
complesse di controllo del comportamento e così via. A questa
coscienza cognitiva si contrappone però quella fenomenica che
tratta dell’esperienza soggettiva e qualitativa del mondo ed è
esattamente quella che crea problemi a ogni tentativo di riduzione.
L’esame degli argomenti antiriduzionisti – dove fanno la loro comparsa
quei particolari agenti che sono gli zombie, creature fisicamente identiche
a noi, ma prive di stati fenomenici – è in effetti uno dei contributi
più interessanti del libro, tanto per la rassegna chiara e ricca
delle varie tesi nella Seconda parte, quanto, e forse soprattutto, per
la perspicace discussione dei prerequisiti metodologici che ogni adeguata
spiegazione della coscienza dovrebbe soddisfare. Non tutte le tesi qui
riprese da Chalmers sono originali, anzi, in gran parte (zombie esclusi)
egli fa riferimento all’opera di molti studiosi a lui affini (dal già
citato Thomas Nagel a Frank Jackson a Saul Kripke)5, ma sistematizzando
e organizzando la materia in modo estremamente efficace.
In ogni caso, ciò che conta è che, una volta isolata la
nozione di coscienza fenomenica e sbarrata la strada a ogni confusione
tra essa e quella cognitiva, siamo ricondotti allo stupore causato dall’apparire
del genio dell’esperienza dalla lampada dell’attività cerebrale.
Con le parole di Chalmers, la coscienza è "sorprendente" e "inaspettata":
se noi stessi non fossimo soggetti di esperienza, nulla nella descrizione
oggettiva del mondo potrebbe farci immaginare che si provi qualcosa
a essere un agente cognitivo di un certo tipo. Essa dunque necessita
di una spiegazione. Tuttavia, non appena avanziamo questa richiesta
di spiegazione, ci rendiamo conto di quanto sia difficile soddisfarla.
In che modo inserire il carattere qualitativo dell’esperienza nell’ambito
della visione del mondo offerta dalle scienze naturali? Avere mostrato
fino a che punto la risposta a questa domanda solleva complicate tematiche
filosofiche è un ulteriore merito del volume.
Altri aspetti del testo appaiono più opinabili, in particolare
ciò vale per la Terza parte – pur interessante nella discussione
del problema che i qualia (gli stati qualitativi) pongono alle attuali
teorie della mente – in cui Chalmers tenta non solo la difesa di una
forma non riduzionista di funzionalismo, ma si avventura in audaci (a
dir poco) ipotesi metafisiche che si spingono ai confini del panpsichismo
(la tesi secondo cui ogni aspetto della realtà è cosciente),
guidato in questo – occorre riconoscerglielo – da un assoluto rigore
intellettuale che lo induce a seguire le proprie conclusioni senza alcun
cedimento al compromesso.
In conclusione, se volessimo sviluppare un paragone sportivo, Chalmers
si muove nel terreno di gioco della filosofia della mente contemporanea
se non come il centravanti capace di segnare il gol definitivo, quanto
meno come un regista, un rifinitore dotato di grande senso della posizione
e capacità di sfruttare al meglio le doti dei propri compagni
di squadra. Il risultato è un volume che offre certamente al
lettore uno dei migliori libri sulla coscienza degli ultimi anni, un
contributo teorico di prim’ordine verso la migliore comprensione di
uno dei grandi misteri della mente.
Michele Di Francesco
Milano, febbraio 1999