Se cambia il lavoro da fare, cambia anche il Robot

Diamo una misura alle cose, e un modo per farlo è anche "ridimensionare". Etimologicamente ciò significa semplicemente cambiare delle misure, ma sappiamo che la definizione si usa riferendosi a qualcosa che va rivista verso il basso. Darsi una calmata, insomma.
Ora, non v’è dubbio che la robotica ha prodotto notevoli risultati tecnologici. Ma l’immaginario – spinto soprattutto dalla fantascienza cinematografica – ha generato entusiasmi eccessivi. Siamo, infatti, in un momento di stasi, per quanto riguarda la "specie" dei robot. Più di tanto non fanno.
Sono macchine con movimentazioni sofisticate, capaci di spostare un loro braccio anche di qualche metro e posizionarsi in un punto con millimetrica precisione, questo è vero. Sono dotate di software che è in grado di adattarsi a molte funzionalità ed è modificabile con relativa facilità. Anche questo è un dato. Ma il punto cruciale è che la mente e il corpo di un robot sono ancora due mondi, due entità fortemente separate.
Non fatevi ingannare dalle apparenze: se un software guida con estrema precisione un braccio meccanico, l’attenzione è da porre proprio sul quel termine "estrema", che rimanda, di fatto, a una condizione di rigidità: la fa molto bene ma fa quella cosa e basta. Quando muoviamo le nostre braccia, invece, il sistema nervoso e tutti i "pezzi" meccanici del nostro corpo sono impegnati in un continuo scambio di informazioni, di correzioni, di adattamenti. Un meccanico che infila la mano in un motore che sta smontando, riceve messaggi dalle dita – magari senza guardare dove le sta mettendo – e adatta in continuazione i suoi movimenti per avvitare, spostare, capire che se ci sono tracce di olio, o di benzina (hanno consistenze diverse); ruota la mano, anche, perché con una angolazione diversa si raggiunge il pezzo.

La sostanza del tutto è la seguente: il software adatta l’hardware alla realtà in cui si muove, e per farlo dialoga con un hardware che è in grado di modificarsi in continuazione.

Stiamo però parlando del software e dell’hardware del nostro riparatore meccanico, che meccanico è solo come categoria professionale; per il resto è assolutamente umano, e se ne sta tremendamente più in alto di qualunque robot.

Jordan B.Pollack, Hod Lipson, Sevan Ficici, Pablo Funes, Greg Hornby, Richard A.Watson, sono un gruppo di ricercatori del MIT che sta lavorando a quell’area della robotica che viene definita Tecniche evolutive nella Fisica dei Robot. Hanno una pagina web nella quale spiegano, con un linguaggio non troppo tecnico, come stanno progettando dei Robot capaci di adattarsi all’ambiente circostante. L’indirizzo:
http://www.demo.cs.brandeis.edu/papers/ices00.html
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Siamo agli inizi, naturalmente. Si ragiona, per esempio, su giunti "carnosi"; l’idea è buona, perché niente è più efficiente, per dirla in breve, della ciccia, come materiale che tiene insieme le ossa e i muscoli di un’anca o di un ginocchio, consentendo movimentazioni duttili e ampie.


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