Donne e conoscenza storica
         

proponiamo questo intervento di Marirì Martinengo per la discussione, scriveteci vi risponderemo.

cfr. La relazione di M.M. svolta al convegno Assenza e presenza delle donne nella storia

prosegue il dibattito

Indice dei testi del dibattito
dicembre 2003- marzo-aprile 2004

Il passato e il presente
di
Marirì Martinengo

Alla fine di ottobre 2003, ho partecipato a un convegno dal titolo Assenza e presenza della donna nella storia, che si è svolto nell'Eremo camaldolese di Monte Giove, vicino a Fano. L'iniziativa era stata presa da Mario Tronti in accordo con alcune filosofe della Comunità di Diotima; lo scopo principale era discutere dell'ultimo libro di Diotima, Aprofittare dell'assenza (Liguori 2002).
Il titolo del convegno era di grande richiamo per me, che, da parecchi anni, mi sto occupando di storia e, in particolare di rinvenire, nel passato, tracce di parole e di scrittura, di pensiero e di esperienza delle mie simili. In previsione avevo preparato un intervento che intendeva rendere conto del punto in cui si trova attualmente la mia ricerca, che vive nel presente, con le radici nel passato, proiettata nel futuro, sempre comunque concentrata nell'intento di costruire memoria.
Il mio intervento era incentrato sulla storia di mia nonna - che sto ricostruendo - col suo lascito di ricordi e d'insegnamenti, la storia della nonna, con la sua vicenda umana di presenza e di assenza che ha segnato la mia formazione e i miei orientamenti; intrecciata a questa, e a specchio, la mia scoperta a proposito dell'eredità, che, dopo un silenzio di secoli, fa delle Preziose le epigoni delle Trovatore, il rinvenimento da parte mia del filo che, attraversando il tempo, collega le seconde alle prime; in altri termini le dame francesi del XVII secolo fecero tesoro (pur senza dirlo esplicitamente) degli insegnamenti delle poete provenzali. In sostanza, nel mio intervento esponevo sia la mia riflessione personale sulla storia della nonna, assunta a paradigma della storia delle donne, sia i passi, soprattutto tratti dall'opera di Mademoiselle de Scudery che fanno eco, amplificandolo, al messaggio contenuto nelle poesie delle Trovatore.
Un'eredità lasciata e raccolta.
A Monte Giove non sono riuscita a portare a termine il mio intervento, perché il pubblico, costituito in parte da amiche, conoscenti, compagne di percorso politico, non lo ha voluto ascoltare.
Onestamente va detto che non ho scelto il momento più opportuno né mi sono procurata una presentazione adeguata: mi sono presentata non prevista. Ma, al di là di questi errori miei, della mia goffaggine, l'impostazione dell'incontro non prevedeva una relazione di tipo storico o storiografico sul passato, con coinvolgimento personale; anche se avessi scelto il momento adatto, il tema trattato da me non c'entrava, era fuori luogo letteralmente: le relazioni di apertura delle varie sessioni e la discussione che ne seguiva erano tutte di argomento filosofico e portavano l'attenzione sul presente. A me interessa molto anche il discorso filosofico, che fa luce sui processi storici, mi affascina e mi stimola in quanto lo ritengo in qualche modo al di sopra delle mie capacità. Il livello delle relazioni e delle discussioni successive era per lo più alto.
La settimana scorsa ho seguito, qui a Milano, una conferenza all'interno del ciclo Angeli, diavoli, streghe dall'antichità al Rinascimento, presso l'Istituto di Studi Umanistici "Francesco Petrarca". La relatrice, una docente universitaria, ha parlato delle sue ricerche sulla storia della connotazione semantica, prima ambigua e poi, col passare del tempo, sempre più negativa del termine vetula, col quale veniva designata, nel basso medioevo, la contadina anziana, dedita alla medicina esperienziale, empirica. La relazione riportava in latino i vari passi dei vari dotti, laici ed ecclesiastici, i quali, soprattutto dopo la fondazione delle università, facevano a gara per screditare le cure, i rimedi e di conseguenza coloro che li porgevano, creando a poco a poco il clima che avrebbe portato ai processi per stregheria, alle condanne e ai roghi. La narrazione voleva essere scrupolosamente oggettiva, ma era monca perché unicamente costruita su testi scritti, compilati dai dotti, nelle città, mentre faceva parola della cultura della civiltà contadina, del patrimonio di esperienze, conoscenze e metodi terapeutici messo insieme da quelle donne, della cura da esse elargita generosamente a quante e quanti nelle campagne avevano bisogno di assistenza materiale e psicologica. Non ha menzionato l'esistenza di una tradizione orale né una genealogia femminile che aveva trasmesso per secoli il sapere da madre in figlia e aveva costituito il nucleo della medicina scientifica: "Tutto quello che so l'ho appreso dalle streghe" diceva Paracelso. Perché - mi chiedevo io - scegliere il punto di vista degli uomini invece di quello delle donne, la voce dei potenti contro i poveri anzi le povere? La docente non ha detto da quali interessi personali aveva preso le mosse la sua ricerca né quale fosse il proprio giudizio sulle vicende che raccontava. La sua ricerca e l'esposizione apparivano asettiche e solo il mio intervento, durante il dibattito, espresso nella disapprovazione generale, l'ha un po' costretta ad esporsi.
Tuttavia anche lì mi sono sentita fuori posto.
Quale può essere un luogo d' incontro e di scambio, in cui parlare di una storia che restituisca memoria del nostro passato? Di una storia che tragga linfa dalla soggettività di chi fa ricerca? Di una storia in cui la soggettività emerga. non limitandosi a descrivere , ma facendosi interprete e nesso fra l'oggi e il passato? Di una storia che abbandoni l'oggettività e si assuma la responsabilità esplicita di una scelta? Di una storia che tenga conto delle donne e degli uomini, nell'intreccio delle loro relazioni d'amore, di scambio, di conflitto, di scontro duro? Di una storia che registri i/le minori, non solo i/le maggiori?
Vorrei discutere dell'inserimento della propria vicenda umana e genealogica nel flusso delle vicende generali e collettive, come contributo di concretezza, di tangibilità, di aggancio al reale: la ricercatrice o il ricercatore, che trae altre e altri dal buio, facendosi garante con la propria esistenza della loro effettiva possibilità di rinnovata esistenza.
Sarebbe il modo d'immettere nel panorama storiografico, accanto a figure d'alto profilo, o comunque note, anche uomini e donne comuni, appartenenti alla nostra quotidianità.
Sarebbe il modo di rendere fluido e comunicante il rapporto fra quello che è e quello che fu, di collegare passato e presente, attraverso la mediazione personale, tramite una relazione vivente.