Donne e conoscenza storica  

 

torna al sommario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIUDITTA BELLERIO SIDOLI


Sorridimi sempre! È il solo sorriso che mi venga dalla vita

Mazzini

 

1804

Nasce a Milano.

Figlia di Andrea Bellerio, magistrato nel regno Italico e barone dell’impero.

1820

Durante quest’anno, all’età di sedici anni, sposa a Reggio Emilia Giovanni Sidoli, un giovane bello e risoluto, iscritto con il nome di Decade in una delle tante società segrete di carbonari. Tra i due intercorreva un legame più forte dell’amore, ovvero quello della passione per un’Italia che riuscisse a scacciare lo straniero.

1821

Dal marzo dell’anno corrente la situazione italiana si aggrava con l’Austria che interviene militarmente contro i moti costituzionalisti di Napoli. Rinfrancati dalla massiccia presenza di eserciti stranieri, i principi degli stati rendono ancora più severo il regime di polizia. Si può essere accusati di qualsiasi cosa, pena la morte. Anche Giovanni Sidoli è ricercato e così si reca a San Gallo in Svizzera. Poco dopo aver avuto una figlia, Giuditta segue le orme del marito e lo raggiunge.

1828

Nel febbraio di quest’anno perde il marito per una grave malattia ai polmoni. La loro unione è stata molto agitata poiché anche le vicende del paese erano assai movimentate. In quello stesso anno scoppia a Napoli una ribellione antiborbonica e anche a Milano il clima è molto teso.

1831

Anche se ancora scossa per la morte del marito, Giuditta porta in cuore un ardito desiderio: la battaglia per il riscatto dell’Italia. A Modena il 3 febbraio di questo stesso anno, scatta una congiura contro il duca Francesco IV, ma i congiurati sono catturati. Tra loro è Ciro Menotti, da tempo in corrispondenza con Giuditta. Quest’ultima è stata ovviamente protagonista della rivoluzione modenese, anzi è scesa in piazza a manifestare contro il potere a capo di un gruppo di rivoluzionari, indossando un abito tricolore. La gioia è breve. Il 5 marzo i poveri rivoluzionari si trovano davanti l’esercito austriaco e devono abbandonare il campo sconfitti; Ciro Menotti è impiccato.

Giuditta è invece obbligata a lasciare il ducato di Modena e prende ancora la via della Svizzera. Stringe amicizia con il principe Emilio Barbiano di Belgioioso a Lugano e dopo essersi spostata a Ginevra, prende contatti con i rivoluzionari emiliani rifugiati a Marsiglia.

1832

Si stabilisce al n. 57 di rue de Féréol a Marsiglia, in seguito alle sue peregrinazioni. Nella sua casa dava asilo a molti connazionali, come lei cacciati dalla patria, perseguitati dalla polizia di mezza Europa. Qui conosce Giuseppe Mazzini. Sono loro i due personaggi eminenti della consorteria di rue de Féréol, i cui adepti si propongono di liberare l’Italia dallo straniero per farne uno Stato unitario, libero e repubblicano. Fondano così la Giovine Italia e Giuditta ne è la responsabile e la contabile. I due ben presto divengono amanti: è lei la collaboratrice e la consigliera più ascoltata di Pippo (Mazzini).

1833

Verso la fine del giugno di quest’anno abbandona Marsiglia, recandosi insieme a Mazzini a Ginevra. Egli versa in pessime condizioni di salute, ma lascia comunque la Francia per non essere catturato dalla polizia. La vicenda sentimentale che lega i due era altalenante: ella pensa solo a riabbracciare i suoi figli, vuole assolutamente tornare in Italia e non è ossessionata come lui dall’idea della patria da liberare.

Giuditta prima di tornare in Italia, passa per Montpellier sulle orme del marito scomparso.

Segretamente si imbarca da Marsiglia verso Livorno, ma a causa di una tempesta l’imbarcazione cambia rotta e rientra in Francia. Riesce poco tempo dopo a giungere a Livorno e da lì misteriosamente si trasferisce alla Locanda Svizzera di Firenze sotto falso nome.

Proprio in quei giorni la polizia segreta austriaca ha emanato un mandato di cattura per una pericolosa rivoluzionaria a Firenze, tracciandone una descrizione fisica corrispondente a quella di Giuditta. Ella allora vuole incontrare il Bologna, poliziotto che conduce le indagini, con l’intento di portarlo fuori strada. Durante l’interrogatorio la Sidoli piange nel raccontare le sue vicende e alla fine il Bologna la congeda, ma si sta per accingere a tenderle una trappola.

La polizia non ha ancora scoperto molto sul suo conto; sanno che Giuditta non è una buona cristiana, non osserva i precetti della chiesa e durante i giorni di quaresima mangia carne.

La mattina del Natale dello stesso anno, è convocata ancora dalla polizia e ancora in lacrime proclama la sua innocenza: non rinnega il suo passato, ma per il presente non ha altro in mente se non riabbracciare i suoi figli. Il Bologna le suggerisce di lasciare la città di Firenze.

Essendo diventata amica del console inglese nella capitale toscana, lo implora perché l’aiutasse a fuggire. Riuscì nel suo intento e con l’aiuto di Gino Capponi scappa, ma la polizia la rintraccia alla dogana di Lucca e Giuditta è infine espulsa, prima accompagnata a Livorno per essere imbarcata verso Napoli. La destinazione è stata da lei decisa sotto precise istruzioni di Mazzini.

Lì dimora per poco, infine si reca a Roma. A Roma entra a far parte di una setta mazziniana, ma uno dei capi, Michele Accursi, che era una spia, inizia a seguirla, a controllarne la corrispondenza. La Sidoli è quindi costretta a lasciare la città e a recarsi a Bologna, con la speranza di poter tornare a Modena per riabbracciare i figli.

Entra a Modena segretamente e da poco ha stretto a sé i figli, che viene scovata e riportata alla frontiera.

1836

Nell’agosto di quest’anno il cancelliere del ducato di Modena, Zannini, fa un esposto contro Giuditta, nel quale ordina alla donna di non mettere più piede in quei territori.

Non le rimane altro se non rifugiarsi a Lucca, ma ancora una volta è cacciata da un discendente dei Borbone.

Torna a Livorno dove sosta ammalata. Guarita, parte alla volta di Genova dove incontra Maria Drago, la madre di Mazzini.

1837

A Genova non le viene concessa una lunga permanenza e già nel marzo le due partono per Parma presso il regno di Maria Luisa d’Asburgo.

Arrivata a Parma comincia a chiedere a Francesco IV il permesso di entrare nel ducato di Modena per vedere i figli. Fu accontentata solo in parte, dato che le fu concesso un permesso valido solo due volte all’anno.

1848

La relazione tra Giuditta e Mazzini si era totalmente sfaldata, tanto che egli, durante un suo viaggio in Italia, cercò di non incontrarla.

1849

A Firenze i due finalmente si rivedono.

Carlo III di Borbone succede a Maria Luisa e a Carlo II nel ducato di Parma. E’ un personaggio sanguinario e insieme al feldmaresciallo Radetzky iniziano un’inquisizione contro le figure più pericolose dei rivoluzionari.

1852

Sebbene non è stata accertata alcuna prova nei confronti di Giuditta, ella viene rinchiusa nel carcere di San Francesco per tutto il gennaio dell’anno corrente. Al termine della carcerazione è condotta insieme ai figli a Milano dal “persecutore” Radetzky e isolata nella prigione di Santa Margherita. Fortunatamente quando arriva in quel posto, il comandante della prigione Ferencz Gyulai vedendo che si tratta di una donna, si rifiuta di trattenerla.

Viene tradotta in Svizzera ove rimane per poco perché ha espresso il desiderio di tornare in qualche posto in Italia; infatti si trasferisce a Torino.

Giuditta invecchia, ma porta pur sempre un certo fascino. E’ ancora una donna piacente, ed è frequentata dai più nobili personaggi del tempo ed ogni sera dà un ricevimento nel suo ambìto salotto ai quali partecipa anche Mazzini.

1868

Giuditta si ammala di tifo dal quale non si riprende mai completamente.

1871

Il 28 marzo di quest’anno all’età di sessantasette anni spira, a Torino, rifiutando i sacramenti religiosi, stroncata da una polmonite. Ha sempre proclamato di credere liberamente nel Dio degli esuli e dei vinti, non in quello imposto dalla Chiesa.