Donne e conoscenza storica  

 

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TERESA VALENTI GONZAGA ARRIVABENE

Nata nel 1793 a Mantova da illustre famiglia, venne educata nel Collegio delle Vergini di Castiglione delle Stiviere. Finiti i suoi studi al collegio seguì il fratello Giuseppe, fondatore in Mantova degli asili aportiani, condividendone ben presto ideologia e sentimenti. Approfittò della biblioteca del fratello per ammodernare la sua cultura, stimolata dalla presenza in Mantova di Lord Byron. L'altro fratello l'avvicinò alla causa liberale essendo implicato nei moti del '21 e '31. Sposò Francesco Arrivabene, di origini filofrancesi, da cui ebbe cinque figli. Genovesi afferma che il suo salotto fu "l'altare della patria" a Mantova, paragonabile a quello di Clara Maffei a Milano qualche anno più tardi. Nel 1848 partecipò alla rivoluzione antiaustriaca facendo della sua casa il quartier generale aperto a tutti e prodigandosi nella cura dei feriti. Allontanata dalla polizia austriaca, ritorna a Mantova nel '49 e ricomincia la sua cospirazione tramite le riunioni nel salotto; a queste partecipavano Ippolito Nievo, don Enrico Tazzoli, figlio di Isabella Arrivabene, Castellazzo e don Gioli che cercò di salvare una volta condannato alla pena capitale.
Luzio considera la sua corrispondenza con il figlio Carlo una cronistoria dei processi del '52, se fosse stata conservata intera.

Nel 1859, mentre il governo austriaco premiava i suoi soldati distintisi nella battaglia di Solferino contro i Franco-piemontesi, un gruppo di donne mantovane, organizzate da Teresa Valenti Gonzaga, volle commemorare in Duomo con una messa i caduti italiani e francesi; tuttavia la marchesa seguì i consigli di molti non prendendo parte al corteo. Il giorno dopo venne arrestata ed imprigionata per una ventina di giorni con l'accusa di aver questuato di casa in casa non solo per la messa, ma anche per l'acquisto di una grande bandiera tricolore. In questa occasione pronunciò la frase:

"Teresa Valenti sa ben soffrire, degradarsi mai."

Il marito si impegnò per la liberazione della moglie contattando oltre che il Tribunale di Venezia, Napoleone III. Dopo l'Unità ricevette lettere d'elogio da Cavour, Garibaldi e un anello con il tricolore da Vittorio Emanuele II. Si spense a Mantova nel 1871 dopo aver perso quasi tutti i suoi parenti più stretti.