Donne e conoscenza storica
         

testa della statua di Zenobia a Palmyra

Zenobia Regina

di
Marirì Martinengo

moneta con la testa di Zenobia regina

Testa di Zenobia ai Musei Vaticani (dubbia)

Busto di Zenobia, Harriett Hosmer 1857

Sito ufficiale della mostra di Palazzo Bricherasio a Torino

Zenobia, regina di Palmira, vissuta nella seconda metà del III secolo d.C., preferiva affermare, sottolineandolo, di discendere da Semiramide, da Didone e da Cleopatra piuttosto che di appartenere alla famiglia dei Seleucidi, anche sapendo che tale discendenza le avrebbe meglio garantito la legittimità del regno; esse infatti costituivano un modello per le sue aspirazioni e sostenevano, con il loro luminoso esempio, le sue ambizioni.
L'autorizzazione data da donne non si ferma qui: un arazzo fiammingo, del XVII secolo, che fa parte della magnifica serie di arazzi Aureliano e Zenobia, conservati a Lucca, nel Palazzo Mansi, raccogliendo una tradizione, rappresenta la madre di Zenobia che, cingendo in un abbraccio la figlia e lo sposo Odenato, li unisce in matrimonio; a parte, un sacerdote, affiancato da un'assistente, compie dei gesti rituali.

Quest'opera, insieme a molte altre: mappe, statue, stele funerarie, oggetti di uso domestico, monete, gioielli, maschere teatrali, oltre a gigantografie delle monumentali rovine di Palmira, è esposta in una bella mostra Zenobia. Il sogno di una regina d'Oriente (Torino, Palazzo Bricherasio, 13 febbraio-26 maggio 2002).
Settimia Zenobia - tramandano le fonti - era bella, determinata, ambiziosa, combattiva; regnò, prima in compagnia del marito, poi, dopo la morte di questi, da sola, dal 267 al 272 d.C.; era molto colta: sapeva le lingue, l'egiziano, il greco e il latino (questo non perfettamente) e conosceva la storia egiziana e di Alessandria tanto bene da scriverne un compendio; non casuale l'interesse per la storia dell'Egitto, paese impregnato dal culto della grande Iside e nel quale le regine tolemaiche avevano svolto ruoli non di secondo piano.

La basilissa Zenobia teneva a Palmira una corte fastosa e insieme illuminata, frequentata dagli intellettuali del tempo, come il filosofo ateniese Cassio Longino, che, in relazione con lei, ne appoggiò il disegno e la strategia politica, come il generale Zabda ne attuò l'impresa militare di espansione.
Il progetto di Zenobia era di rendersi autonoma da Roma e di divenire signora dell'Oriente, riunendo sotto di sé la Siria, l'Egitto, l'Asia Minore, l'Arabia, regioni tutte nominalmente parte dell'impero romano, ma in realtà sfuggite al suo controllo; questo intento era tutt'altro che irrealistico, considerata la situazione di instabilità politica che minava allora la potenza romana; inoltre questi territori, in cui fianco a fianco, coesistevano etnie, lingue, culture, religioni diverse - la greca, la persiana, la romana, l'ebrea, la siriana - si mostravano tuttavia inclini e disponibili ad assumere una loro propria fisionomia, un profilo in qualche modo connotato e capace di autonomia culturale ed economica, che l'abile politica sincretistica di Zenobia esaltava e favoriva.

La città e la corte di Palmira, più che un simbolo, ne erano la rappresentazione vivente: la vivace ed eclettica città, che sorgeva in una vasta e lussureggiante oasi nel deserto siriano, era il luogo di incontro delle piste carovaniere, che provenivano dall'estremo Oriente, dall'India, dall'Arabia e dalle coste del Mediterraneo; i continui transiti e scambi, incoraggiati dalle efficienti strutture di accoglienza palmirene, rendevano la città ricca e cosmopolita, così come l'architettura e l'urbanistica riflettevano l'osmosi delle diverse culture; fiorenti e raffinate, di sapore ellenistico, erano le arti figurative, l'oreficeria, la lavorazione della terracotta e delle composizioni musive.

In un primo tempo l'imperatore Aureliano tollerò e forse accettò l'intraprendenza di Zenobia, anche perché la conosceva ottima amministratrice di stati, ma, quando la regina cominciò a presentarsi in pubblico avvolta in un manto purpureo, a farsi chiamare imperatrix (lei stessa infatti, a cavallo, conduceva gli eserciti in battaglia), a battere monete con la propria effigie e quella del figlio, si allarmò e ritenne di dover intervenire; quindi, con le sue milizie, piombò in Siria, attaccò e sbaragliò l'esercito della regina, che trascinò a Roma, orgoglio del suo trionfo. Sembra che a Roma Zenobia sia vissuta da sovrana, benché prigioniera, abbia sedotto col suo fascino Aureliano, che divenne suo amante (forse ebbero uno o due figli).
La storiografia dell'epoca e quella posteriore non concordano nel giudizio su Zenobia: l'Historia Augusta, Triginta Tiranni, in Vita Zenobiae (30,1-22) ne dà un'immagine e un giudizio estremamente positivi, quasi il ritratto di una perfetta tra i principi, mentre la Vita Aureliani (26-30) la dipinge come donna arrogante e prepotente; lo storico Zosimo, nel V secolo, sminuisce la grandezza della regina, attribuendo a Cassio Longino e al generale Zabda il disegno e la realizzazione dell'autonomia e della magnificenza palmirene. La triade Semiramide-Cleopatra-Zenobia ebbe fortuna fino al Rinascimento.

Di Zenobia mi ha attirato il mistero, il suo emergere in una civiltà remota, intrigante e scarsamente conosciuta; nella sua impresa e in quel suo caparbio inserirsi in una genealogia di sovrane ho visto un segno di consapevolezza della differenza femminile.

Per questo breve scritto ho utilizzato i bei saggi di Daniela Magnetti, Il sogno di una regina d'Oriente, di Eugenia Equini Shneider, Zenobia e il suo tempo, che si trovano nel catalogo della mostra Zenobia. Il sogno di una regina d'Oriente, edizioni Electa, 2002.