Donne e conoscenza storica
         

Rassegna Stampa archivio 2002

Rassegna Stampa archivio 2003

in Il Manifesto 16,1,2003

Lontano da Itaca, veliste in mare aperto
Educazione, teatro, natura ed ecologia sociale. Venti anni di esperienze maturate nella casa-laboratorio di Cenci. Curato da Amaranta Capelli e Franco Lorenzoni, «La nave di Penelope»
VITA COSENTINO


«Per abitare in modo meno distruttivo il pianeta che ci ospita e praticare la difficile arte della convivenza, i saperi di cui abbiamo bisogno hanno forse più a che vedere con l'arte del tessere (e soprattutto del disfare ciò che di troppo si è tessuto) che con l'abitudine a inventarsi e combattere ogni giorno nuovi mostri. Abbiamo bisogno di nuove pratiche, di scoperte e di viaggi. Ma abbiamo ancor più bisogno di ritorni verso ciò che è più autentico ed essenziale. E in questo viaggio, che è insieme esterno e interno, saper attendere, darsi il tempo di ascoltare e imparare a intrecciare tra loro ricerche diverse, appaiono come qualità indispensabili per individuare rotte efficaci e praticabili verso una conversione ecologica che sentiamo sempre più necessaria.» In queste parole sta il senso del titolo La nave di Penelope. Educazione, teatro, natura ed ecologia sociale. 20 anni di esperienze della casa - laboratorio di Cenci che Franco Lorenzoni e Amaranta Capelli hanno voluto dare al loro libro curato per la casa editrice fiorentina Giunti (pp. 416, euro 16). Essi rivisitano l'immagine del viaggio di Ulisse, un classico della cultura occidentale per celebrare l'aspetto eroico dell'uomo scopritore di mondi e incarnare l'idea di progresso, e propongono un significativo spostamento: la nave che lascia gli ormeggi per il mare aperto che ci sta davanti, che parte alla ricerca - questa volta - di una più umana civiltà e convivenza, è di Penelope, la donna, il soggetto assente della grande costruzione, ora in crisi, chiamata progresso. Pur spiegato il titolo, il testo sfugge a una facile catalogazione. È infatti un uomo, Franco Lorenzoni, di mestiere maestro elementare, che arriva a riconoscere la necessità storica del punto di vista dell'altra sul mondo, alla fine di un percorso ventennale di incontri, di ospitalità e di riflessioni attuati nella casa-laboratorio da lui fondata a Cenci, nella campagna umbra. Nella sua introduzione si sente come da questa necessità storica appena capita, si appresti a ripartire per un nuovo viaggio, con la consapevolezza delle gravi mancanze e contraddizioni della società in cui viviamo. Si interroga per esempio su che tipo di civiltà sia quella in cui si è installata prepotentemente «un'incapacità di memoria e di riconoscenza verso la natura, verso coloro che ci hanno preceduto e ciò che non arriviamo a comprendere»; e - partendo dal suo mestiere che lo fa stare quotidianamente in mezzo ai bambini e alle bambine - vuole smascherare «la grande bugia che fa dipendere la felicità dal consumo», per cui fin dalla prima infanzia è all'opera una sottile adulazione e educazione al nuovo paradiso occidentale della nostra epoca.

La Nave di Penelope ha una direzione verso cui andare: la conversione ecologica, concetto complesso che casa Cenci ha maturato nel 1988 nell'incontro con Alexander Langer, per il quale conversione ecologica è passaggio da una civiltà «del più» a una del «può bastare» o del «forse già troppo». Il libro, per spiegare questa proposta, si apre con la lettera «Caro San Cristoforo» di Langer affiancandola a «Non creare è morire» di Anna Maria Ortese. Tra queste due citazioni/parabole se ne dipana il significato. Per Ortese il problema del mondo è avere giovani che vi entrino «creando e non solo appropriandosi o distruggendo», perché «creare è una forma di maternità; educa, rende felici e adulti in senso buono»; mentre Langer suggerisce la figura di San Cristoforo «per la traversata che ci sta davanti e richiede forze impari», per andare verso «una conversione ecologica della produzione, dei consumi, dell'organizzazione sociale, del territorio e della vita quotidiana», cominciando a praticare «forme di sganciamento morbido da meccanismi rapaci e distruttivi». Attorno a tale questione, che non può essere affrontata solo da chi educa ma ha bisogno dell'apporto vivo e pensante dell'intera società, nella primavera del 2001, Franco, per i 20 anni di casa Cenci, ha voluto riunire in un convegno le donne e gli uomini con cui aveva avuto incontri significativi nel campo dell'arte, dell'educazione, dell'impegno sociale.

I materiali del convegno sono stati integrati e ampliati attraverso il confronto lì avvenuto, arricchiti di altre esperienze e contributi, perché ne nascesse un libro collettivo: 60 voci diverse si interrogano attorno alla difficile costruzione di una cultura, di un modo di stare al mondo, di nuove pratiche di vita e di relazione, che chiamano ciascuno, ciascuna in prima persona a una trasformazione di sé. Le riflessioni sono state ordinate in filoni che spaziano e incrociano ogni campo del sapere rivisitandolo, a mostrare come, per costruire un mondo in cui la vita stessa sia agli occhi dei e delle giovani più seducente e ricca del consumismo, l'educazione abbia bisogno del teatro, dell'arte, di musica e canto, di tornare a guardare il cielo, di esserci con un corpo sveglio in tutti i suoi sensi, di racconti e storie tra culture diverse, di incontri significativi, di differenza, di riconoscenza per ciò che si riceve...E' impresa quasi impossibile in una recensione dare conto dei singoli testi in quanto casa Cenci ha saputo costruire negli anni una vera ricchezza, non di mezzi finanziari che anzi sono pochissimi, ma di incontri, seguendo il filo dei pensieri e dei desideri attraverso nove paesi di tre continenti: Italia, Polonia, India, Iran, Brasile, Germania, Colombia, Bali, Francia. Voglio tuttavia sottolineare che nasce con semplicità da una lunga pratica artigianale, nello «stile Cenci» di cui si racconta la storia: incontri spiazzanti - come con il Teatro delle sorgenti di Grotowski o con Nora Giacobini, una maestra del Movimento di cooperazione Educativa, che a 70 anni si è trasferita a vivere lì portandovi la sua particolarissima vitalità - su cui si continua a lavorare in una ricerca che non si limita al mestiere, ma coinvolge la vita intera. Per chi ha a cuore le nuove generazioni ne scaturisce una proposta di riflessione educativa che definirei sontuosa, e a sua volta generativa di idee, di spunti da riprendere e portare avanti. Per contrasto viene anche subito in mente la miseria culturale e umana delle riforme in corso.