Donne e conoscenza storica

Recensioni

Barbara Spinelli, Il sonno della memoria: l'Europa dei totalitarismi, Mondadori, 2001.


di Elena Urgnani

Ho passato il week end dei morti leggendo il libro che un amico mi ha regalato per il mio compleanno. E' un libro che mi ha appassionato moltissimo, perché azzarda alcune risposte a domande che mi ponevo da tempo. Innanzitutto devo dire che ne condivido in pieno la filosofia di fondo: un esame rigoroso della storia degli ultimi decenni, da un punto di vista europeo, laico, liberale, disincantato e progressista. Si sente nel libro un europeismo di fondo che non si limita ad auspicare la moneta unica, ma si interroga sulle trasformazioni, sui cambi di equilibrio nel continente europeo, sul convergere (o sulla fatica di convergere) di diverse memorie nazionali in un progetto europeo, sulla fatica o l'inerzia nell'allargare i confini dell'Europa agli stati dell'est. E proprio l'inerzia viene rimproverata all'Europa, scarsamente attenta ai problemi dei suoi vicini, e convinta 'per inerzia' che il libero mercato sarebbe stata la panacea che avrebbe portato a est la democrazia, dimenticando che, senza regole certe, il libero mercato può essere letale. Così in Russia la mafia si è impadronita di ampi settori, approfittando della complicità di vasti strati della classe politica, formatasi negli anni del totalitarismo comunista.

La tesi di fondo è la critica ai totalitarismi e la loro rimozione dai programmi, ma anche dalla memoria, dei partiti europei. Una rimozione dalla memoria che può avere conseguenze disastrose. Il fatto poi che questo libro sia stato scritto prima della guerra in Afghanistan rende anche più spassionati certi giudizi, che oggi fanno pensare. Ad esempio vi è nel libro la ferma condanna della Russia di Putin, funzionario del KGB, la cui ascesa è stata favorita dalla capacità di cavalcare le mafie nascenti e dalla mancanza di scrupoli. Nel libro c'è la più ferma condanna della aggressione russa alla Cecenia. Che oggi Putin sia il migliore alleato degli USA e dei suoi alleati nella guerra ai talebani non può quindi che destare preoccupazione, e far riflettere su come la guerra possa limitare la capacità di critica del mondo occidentale.

Hannah Arendt è citata due volte in modo esplicito: pag. 19 e pag. 350, ma oserei dire che il lavoro della Arendt costituisce la base filosofica di partenza e la premessa per lo sviluppo del discorso della Spinelli e del suo richiamo a liberarsi da una storia mitica ed entrare nella storia vera. Ad esempio la Arendt a suo tempo considerò il genocidio degli ebrei un atto criminale contro l'umanità; invece l'autorità israeliana, vi volle vedere un crimine unico e irripetibile contro gli ebrei: la Shoah. Il movente delle autorità israeliane era il fatto che in questo modo l'Olocausto poteva entrare nella storia mitica che Israele aveva costruito su di sé: popolo specialmente perseguitato da Dio, proprio perché da lui molto amato. Nello stesso modo lei cerca di demistificare le storie mitiche che diversi stati europei o alcuni partiti si sono costruiti per rispondere ad alcuni loro bisogni psicologici.

Devo dire che Barbara Spinelli accetta e giustifica la guerra in Kosovo, perché - spiega - il dilemma che si poneva alle classi dirigenti, alla generazione di figli del '68 che ha condotto la guerra, era fra "mai più Auschwitz" e "mai più guerra", e ha prevalso il primo. Semmai la scrittrice si rammarica che la decisione di intervenire sia stata tardiva, e abbia finito per comportare maggiori perdite umane di quante ne sarebbero occorse in un intervento più tempestivo. Però non si risparmiano critiche alla conduzione della guerra, ma soprattutto alla capacità di spiegarla alla gente, laddove era sembrata una semplice battaglia di angelismo, con l'occidente che interveniva soltanto per il bene dei kosovari, quando invece il bene nazionale era chiaro, sebbene non disgiunto dal fine dichiarato: abbattere Milosevich e impedire un genocidio, ma anche impedire che le nazioni europee si riempissero in maniera incontrollata e insostenibile di profughi kosovari. In questo senso, l'obiettivo è stato tutto sommato raggiunto. Tuttavia, spiega la scrittrice, la trasformazione dei vecchi apparati del Partito Comunista in regimi nazionalisti autoritari è un fatto generalizzato, che - laddove non si sono trovati leader in grado di attraversare criticamente la memoria nazionale, come Havel ha fatto nella Repubblica Ceca - ha dato i suoi frutti perversi. Putin infatti viene messo sullo stesso piano di Milosevich, per il comportamento adottato in Cecenia, anche se l'occidente non è intervenuto, perché mentre Milosevich era un pesce piccolo e il suo un piccolo stato, Putin dispone dell'atomica. Inoltre egli ha proceduto a prendere una serie di precauzioni nei confronti dell'Occidente, per esempio quella di fare pressione perché fossero negati i permessi di espatri e la conseguente accoglienza dei profughi Ceceni in Europa. In tal modo la tragedia di Grozny si è consumata lontano dai nostri occhi, i profughi non hanno invaso le nostre strade, e come tutte le immagini televisive è diventata pura realtà virtuale. Di conseguenza inoltre, i ceceni, di fronte al tentativo di genocidio in atto nei loro confronti, sono stati spinti sempre più fra le braccia dei fondamentalisti islamici, presenti anche fra di loro.

Ma la critica più interessante - ed è una critica specificamente di carattere culturale -
secondo me viene avanzata nei confronti dei partiti di sinistra del fronte europeo occidentale, non solo i DS, ma anche Mitterrand, per l'uso strumentale o monco della memoria. E' come se i comunisti avessero beneficiato, dal punto di vista della critica culturale, della clausola del "totalitarismo più favorito", in altre parole nessuna autocritica era richiesta agli uomini di partiti che pure hanno beneficiato di finanziamenti dalla ex URSS, e che non possono vantare nessun aiuto ai dissidenti. In Italia ad esempio, scrive la Spinelli, tanti dirigenti dei DS, ex PCI, ostentano di andare orgogliosi della loro passata militanza, pur essendo oggi completamente consenzienti rispetto al sistema democratico. Al contrario chi aveva concretamente aiutato e dato visibilità ai dissidenti, il partito di Craxi, per le note vicende è assolutamente fuori gioco, e l'antitotalitarismo comunista è agitato e agito in modo strumentale da una destra che a sua volta non ha purificato la propria memoria dalle scorie di un altro totalitarismo: quello fascista.

Per quanto riguarda il revisionismo, (lei fa menzione anche della polemica dell'anno scorso sui libri di testo, quella cominciata da AN) dice in sostanza che è un peccato che gli intellettuali di sinistra non si siano mai accorti prima della parte di ragione contenuta nelle istanze revisioniste. Così il problema è finito strumentalizzato da una destra che non ha certo le carte in regola per avanzare quelle critiche. Secondo la sua analisi la nazione che meglio ha agito il lutto totalitario nella propria memoria nazionale è proprio la Germania Ovest, perché questo lavoro di riconoscimento dei propri errori le è stato in un certo senso imposto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Forse non a caso, sostiene la Spinelli, il neonazismo e il neonazionalismo si sono sviluppati in maniera così forte proprio nell'altra Germania, quella dell'Est, che per anni non ha avviato una riflessione sulla propria responsabilità al costruirsi del nazismo, perché nella scuole veniva insegnata l'eroica resistenza dei comunisti al nazismo, e con quella la nazione era invitata ad identificarsi.
Resta inoltre da spiegare perché i movimenti neonazisti, al contrario di quanto si era superficialmente detto in un primo momento, non vengono dalle sacche di sottosviluppo urbano, non da fenomeni di marginalità sociale, ma si sviluppano all'interno delle classi medie e piccolo borghesi, da strati sociali garantiti, come nel caso dell'Austria di Haider.

Se c'è un limite in questo libro è proprio quello di non aver considerato per nulla il pensiero delle donne e della differenza sessuale. Ho verificato attraverso l'indice dei nomi che Virginia Woolf è assente, Emma Bonino è citata solo come commissaria ONU per il lavoro svolto in Jugoslavia e in generale mi sembra che ci sia scarsa consapevolezza del movimento femminista, di certo non vi è nessun tentativo di metterlo in relazione con il fenomeno del totalitarismo. Del resto è difficile immaginare un ponte fra questi due fenomeni. Che atteggiamento hanno avuto le donne di fronte ai totalitarismi? Hanno forse reagito in maniera diversa rispetto ai loro compagni? O si sono omologate? Hanno cercato spazi propri dentro i regimi? Che ruolo hanno avuto nella dissidenza dei paesi dell'Est? Sarebbero temi da approfondire, ma ci vorrebbe un altro volume.
Christa Wolf è nominata, ma attraverso le parole di un intellettuale e cantautore: Wolf Biermann, dissidente espulso nel '76 dalla DDR, che la critica per la sua eccessiva timidezza nei confronti dei vecchi apparati di potere della DDR:
"Gli spiriti più vivi in Germania avevano sempre capito che i tedeschi erano stati fascisti, che avevano commesso una serie di crimini - il genocidio degli ebrei e degli zingari, lo scatenamento della guerra - e volevano riparare tutto ciò. Il desiderio di espiare queste colpe finì tuttavia per spingere molti intellettuali nella successiva idiozia. E' quello che ho constatato personalmente nei casi degli scrittori Volker Braun e Christa Wolf. Ambedue provenivano da famiglie naziste, cosa ovvia anche statisticamente in Germania. Quanto a me, non fu mio merito se per incidente nacqui in una famiglia operaia comunista ed ebrea: potevo parlare ai potenti nelle vesti di erede legittimo della Germania migliore, preservando un atteggiamento esigente. Mentre i figli dei nazisti, se volevano agire con più rettitudine dei propri genitori, si sentivano in obbligo di portare la responsabilità per i delitti commessi dai padri. Risultato: il loro comportamento verso i poteri autoritari comunisti fu sempre improntato a una modestia impacciata, e le critiche venivano formulate con toni devoti così che non fu difficile, per quei gangster ridipinti di rosso, metterli da parte."

Hobsbawm invece è citato più volte, direi che costituisce l'obiettivo polemico del discorso, nel senso che proprio la sua impostazione storica si trova al centro dell'accusa di essere fondata sulla "clausola del totalitarismo più favorito". Sono stata sintetica perché mi è piaciuto riassumere in breve quello che mi è rimasto della lettura di questo libro, che consiglio vivamente a chiunque voglia approfondire il problema della memoria storica della sinistra e dei suoi rimossi, nella convinzione che "è urgente dare nomi appropriati non solo alle rivoluzioni fasciste, ma anche a quel che è accaduto nel comunismo" (p. 143), per "sapere che l'antifascismo dei comunisti fu glorioso, ma che fu anche lotta leninista per la presa del potere e sanguinoso regolamento di conti con dissidenze interne" (ibid.), e nella consapevolezza che gli scenari di guerra e di politica sono sempre meno limitati al teatrino della scena nazionale.