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Mi ha
fatto un grande piacere scoprire che per un'altra donna di "oggi"
come per me l'incontro con una viaggiatrice di "ieri" era
stato fondamentale per la scoperta di un nuovo e più profondo
sé, e per il sorgere di una genuina passione verso gli studi
mediorientali: come per me grazie all'italiana Cristina di Belgiojoso,
per Claudia Berton un altro ciclo di studi e di vita si è aperto
dal 1991 grazie alla figura singolare di lady Hester Stanhope, britannica
di nascita ma per larga parte della sua esistenza spirito nomade nei
paesi del Medioriente.
E' alla biografia di questa donna, fra le prime ad intraprendere la
via del viaggio come occasione di riscatto individuale e di genere,
che è dedicato Sulle vie del Levante, libricino piacevole e corredato
di immagini pubblicato nel 2003 da Stampa Alternativa. Il saggio ripercorre
la vita di lady Hester dalla nascita nella residenza di famiglia nel
Kent (1776), all'infanzia, alla maturazione in lei del desiderio di
lasciare l'ambiente aristocratico britannico percepito come ristretto
ed ipocrita per aprirsi al viaggio, prima in Europa come nell'ormai
consolidata tradizione del Grand Tour, e poi in Oriente.
Lasciata l'Inghilterra nel 1810, la donna raggiungerà la Grecia
ottomana con un cospicuo ed organizzatissimo seguito di servitori e
bagagli, per poi attraversare la Turchia, l'Egitto, la Terra Santa,
e giungere infine in Siria intorno al 1814. Presa residenza stabile
nel vecchio convento di Mar Elias e dagli anni '20 nella roccaforte
libanese di Djoun, lady Stanhope sancirà così la fine
del periodo "nomade" della sua esistenza, muovendosi negli
anni a seguire solo per escursioni occasionali e non facendo deliberatamente
mai più ritorno alla sconfessata madrepatria.
Sulle tracce della memoria e di ciò che di lei restava più
di un secolo e mezzo dopo la sua morte (avvenuta a Djoun in un volontario
e totale isolamento nel 1839), la Berton ha ripercorso le stesse tappe
dell'itinerario della viaggiatrice avendo come guida alle vie del Levante
le memorie del medico personale e fedele compagno di avventure di lady
Hester, il dottor Meryon. E' su queste pagine che l'autrice traccia
pure il rilevante profilo intellettuale e d'azione sociale della donna,
la sua dedizione allo studio della medicina mediorientale, il costante
sostegno alla causa dei popoli oppressi in un'area come quella libanese
devastata già allora da violenti conflitti interetnici e religiosi,
come da forti interessi coloniali. Anche per questo le memorie della
donna sono fondamentali: esse aprono uno sguardo altro su di una realtà
che invade le cronache internazionali di ogni giorno, aiutandoci a riflettere
su di essa con maggiore spregiudicatezza ed apertura perché "proprio
sulle vie del Levante mentre lady Hester le percorreva, si possono rintracciare
le estremità dei fili che, intrecciandosi e combinandosi in una
miscela esplosiva, ci hanno portato inevitabilmente alla conflagrazione
di oggi" (1).
Oltre che importante fonte di testimonianza diretta degli intrighi internazionali
e dei conflitti locali in campo nel Medioriente dell'Età dell'Imperialismo,
le memorie su lady Hester gettano anche uno sguardo di genere (si potrebbe
dire quasi "suo malgrado", vista la dichiarata antipatia generale
della donna nei confronti delle rappresentanti del suo stesso sesso!)
sulla condizione femminile nei Paesi musulmani. Come sottolineerà
la già citata Belgiojoso solo qualche decennio dopo nelle memorie
della sua permanenza in Turchia (1850-1855), anche lady Stanhope nota
per voce del dottor Meryon quanto il così decantato stato di
sottomissione della donna musulmana fosse più apparente che sostanziale,
e al tempo stesso come la sua natura femminile le consentisse l'accesso
alla più intima socialità dei paesi islamici racchiusa
nel microcosmo dell'harem.
Aldilà dell'importanza personale che la figura della Stanhope
può aver avuto nella formazione della Berton, inserirei quindi
Sulle vie del Levante nell'ambito di quella bibliografia finalmente
crescente negli ultimi decenni volta a sottolineare la peculiarità
delle esperienze di viaggio delle donne nell'Ottocento. Ciò che
di loro ci rimane sottolinea, infatti, quanto la loro visione del mondo
altro sia ben lontana dal poter essere sottoposta ad una "hegemonic
and homogeneously patriarchal tradition" (2): per lady Stanhope,
come per molte altre donne che presero la via del Levante negli stessi
decenni, le regioni attraversate non erano affatto terre da depredare
senza rispetto, ma intrecci di popoli e culture diversi da incontrare
e da cui apprendere. Gli autori che fino ai primi anni Novanta del
secolo appena conclusosi liquidavano i loro resoconti come strumenti
di penetrazione funzionali al Colonialismo non compresero che se qualche
via essi aprirono fu quella - come per me e per la Berton - "della
conoscenza di un mondo diverso dall'Occidente, un mondo in cui entrare
rispettosamente, in punta di piedi, non secondo regole di convenienza,
ma piuttosto di giustizia" (3).
1) Berton, Op.
cit., p.293.
2) Billie Melman, Women's Orients, Michigan, The University of Michigan
Press, 1992, p.1.
3) Berton, Op. cit., p.298.
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