Uscita la depressione
-"tristezza perfavore vai via perchè qui a casa mia
non c'è posto per te" diceva la bossa nova di Ornella
Vanoni trentanni fa - ognuno di noi sa guardare e ritrovare dentro
di sè la ricchezza delle emozioni, delle passioni conoscitive,
dell'amore. Questo vuole insegnare il libro di Lella Ravasi Bellocchio,
psicoanalista junghiana.
Il dicordo che
l'autrice suona ha la corda delle immagini visive di film noti e quella
di citazioni poetiche sparse e frammentate. Non è solo un lavoro
di estetica cinematografica. Non è neppure un giornalismo di
lusso dedicato a a chi puo' permettersi di saltare del cinema i generi,
le appartenenze, la diversità fra le produzioni delle major
o quelle indipendenti. Il cinema per questa analista appassionata
è un mezzo di cura, entra direttamente nella stanza del lettino
e a questo luogo si ispira come se lo strumento che lei suona avesse
nella stanza dell'analisi la sua cassa armonica. E' lei stessa nell'Introduzione
a dire:
<<Non la parola mi tocca, ma quella specie di parola-visione
che circola attorno, la parola poetica visionaria che si produce nello
spazio analitico. C'è tutto: l'impianto narrativo, le luci,
i primi piani, i campi lunghi, il commento musicale. Il copione si
snoda, prende corpo di seduta in seduta, in modo imprevedibile, in
una regia a due che improvvisa le battute, che allarga o stringe il
campo visivo, che fissa un particolare, e da lì ri-racconta
la storia perchè qualcosa ci ha detto che quel frammento, quel
fotogramma, è decisivo per ricominciare>> (pag. 29)
Ecco che con una
prosa bella e raffinata interpreta film famosi, usciti in anni passati
o recenti e se non li abbiamo visti ce li avvicina e fa notare, a
volte sono film che non ci sono piaciuti mentre altri li ricordiamo
con godimento. Il giudizio negativo o positivo passa in secondo piano
nell'incastro con la storia di una paziente, un vissuto, un sogno.
E così
procede un libretto di agile formato che a me femminista ed estranea
alla psicoanalisi junghiana, affatto convinta che apprezziamo dell'arte
ciò che parla del nostro essere uguale in ogni tempo, ha aperto
l'accesso a una conoscenza della differenza sessuale, un approccio
che mi era estraneo. Sconfortata al primo contatto con la Prefazione
di Carla Stroppa che rigorosa e utile non cita una donna, poi all'incontro
con i titoli dei film tutti di registi fatta eccezione per tre film
di registe (Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, Mi piace
lavorare di Francesca Comencini, Il giardino delle vergini
suicide di Sofia Coppola), mi sono via via fatta convincere che
il libro non poteva essere altrimenti.
Il senso della
differenza nell'inconscio, così come qui viene interpretato,
è stemperato nell'ininterrotto del flusso di coscienza. Questo
ci dicono i testi, o almeno così io ho capito, l'artista non
è un uomo fatto e finito, è anche femmina, come lo era
per Nietzsche la filosofia, perchè è Anima nel suo inconscio.
E l'analista non dà più ascolto a un'autrice che a un
autore, anche se è la poesia femminile, di Emily Dickinson,
Silvya Plath, Vivian Lamarque, Edna St. Vincent Millay e di altre,
a risaltare, anche se io ho recepito più attentamente i testi
sui film delle donne, a me arrivando le protagoniste più vere
e credibili che nei film dei registi.
Nel lavoro del
pensare e scrivere dell'analista noi cogliamo la lenizione delle parole
come intessute di suoni occlusivi che diventano sonori dopo essere
stati sordi, vediamo che il testo si fa musicale, quindi percepibile.
Questo è importante, anzitutto, per lei, poi, se ascoltiamo
e mettiamo insieme i pezzi sentiamo che è delle donne il testo
a dire, perchè è questo il suo principale riferimento,
però quasi non ce ne accorgiamo; dove di uomini invece vuole
parlare cambia accento e lo sottolinea, vuole collocarli nella sua
geografia interiore e non solo. A proposito di Buongiorno, notte
di Marco Bellocchio, dedicato al sequestro di Aldo Moro, dice:
<<Sto nel buio della sala, assediata dagli occhi intensi di
Chiara, e mentre corrono le immagini e si dipana la storia, mi si
fa accanto, mi si forma un'altra visione, di tutti i padri cha abbiamo
perduto, che vorremmo circolassero in casa mentre dormiamo, guardiani
del nostro sonno. Non più essere noi i controllori, i carcerieri,
gli sprezzanti giudici delle loro vite, ma - con l'aiuto della notte
- essere ancora i figli (forse innocenti, forse cialtroni, un po'
come si è da figli) che danno una speranza, che non credono
che tutto finirà per mano della morte, disposti a sentire ancora
una volta una storia prima di dormire, e nella loro voce di padri
la nostra appartenenza.>>(pag. 218)
Il soggetto di queste riflessioni è un essere umano in massima
parte femminile però anche maschile che al centro di sè
vive la solitudine, la sofferenza e la depressione. Il film sollecita
l' investimento e l'analisi di questo soggetto ed è al regista
che, dimostrando di avere occhi d'oro, l'autrice poi riconosce l'abilità
e la sensibilità.
E' così
che anche se La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana
non è entrato in sintonia con noi dobbiamo registrare ciò
che per l'autrice ha valore: un film <<che si prende cura in
modo forte del nostro inconscio, aiuta a recuperare i legami, crea
appartenenza, restituisce alla memoria la funzione fondamentale di
traghettarci tra un luogo e l'altro della nostra esistenza senza perderci>>(pag.70)
E capiamo l'irritazione
dell'autrice e tuttvia la ragione restituita all'artista dove a proposito
di Pedro Almodovar in Tutto su mia madre distingue:
<<La trama è assurda, grottesca, e spinge a forza le
immagini dentro archetipi del femminile così scontati da parere
caricaturali: la puttana, la santa, l'attrice puttana-santa, la madre,
il lui-lei del travestito. Se fosse solo questo, se si ripetessero
schemi di commedia scollacciata con battute sarcastiche sul sesso,
non avremmo niente da dire. Ma non è così, Almodovar
è altro, tocca l'inconscio, il sogno, ben oltre il racconto,
la trama e il gioco a cui si e ci sottopone. Ma come fa?>>(pag.103)
E la Medea
di Pier Paolo Pasolini risveglia l'idea di amore, condensazione
di "croce e delizia", "sventura e pietà"
se abbiamo il coraggio di percorrere fino in fondo il nostro destino,
di vivere la vita. Qui c'è - dico io - già la lezione
materna.
Il testo però aggiunge:
<<Si può
tentare l'avventura se al tempo stesso si va restituendo alla vita
quella bellezza che viene negata e violata perchè il "terribile",
l'enigma del male, del negativo che ci attraversa, è troppo
per essere sopportato senza l'aiuto di un "amore che è
palpito dell'universo intero", senza l'arte, senza la formazione,
trasformazione e l'eterno gioco dell'eterno pensiero, senza il Regno
delle Madri, senza i miti che sanno contenere l'immaginario e arrivano
fino a noi attraverso le parole poetiche, la visione e la musica che
qualcuno ha sfidato e cavato fuori dall'abisso perchè anche
noi potessimo viverli.>>(pag.130)
La madre è infatti l'altra figura centrale del testo, ritrovata
in The Mother di Roger Michell, in La stanza del figlio
di Nanni Moretti e in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe
Bertolucci.
Alcuni saggi del
libro sono rielaborazioni di testi precedentemente pubblicati nel
volume Cinema e psicoanalisi, a cura di Maurizio Regosa, Alinea
editrice, 1997.