Donne e conoscenza storica
       

Recensioni 2004


 

Lella Ravasi Bellocchio, Gli occhi d'oro. Il cinema nella stanza dell'analisi, Moretti & Vitali, 2004 pag. 249, 12 euro

di Donatella Massara

 

Uscita la depressione -"tristezza perfavore vai via perchè qui a casa mia non c'è posto per te" diceva la bossa nova di Ornella Vanoni trentanni fa - ognuno di noi sa guardare e ritrovare dentro di sè la ricchezza delle emozioni, delle passioni conoscitive, dell'amore. Questo vuole insegnare il libro di Lella Ravasi Bellocchio, psicoanalista junghiana.

Il dicordo che l'autrice suona ha la corda delle immagini visive di film noti e quella di citazioni poetiche sparse e frammentate. Non è solo un lavoro di estetica cinematografica. Non è neppure un giornalismo di lusso dedicato a a chi puo' permettersi di saltare del cinema i generi, le appartenenze, la diversità fra le produzioni delle major o quelle indipendenti. Il cinema per questa analista appassionata è un mezzo di cura, entra direttamente nella stanza del lettino e a questo luogo si ispira come se lo strumento che lei suona avesse nella stanza dell'analisi la sua cassa armonica. E' lei stessa nell'Introduzione a dire:
<<Non la parola mi tocca, ma quella specie di parola-visione che circola attorno, la parola poetica visionaria che si produce nello spazio analitico. C'è tutto: l'impianto narrativo, le luci, i primi piani, i campi lunghi, il commento musicale. Il copione si snoda, prende corpo di seduta in seduta, in modo imprevedibile, in una regia a due che improvvisa le battute, che allarga o stringe il campo visivo, che fissa un particolare, e da lì ri-racconta la storia perchè qualcosa ci ha detto che quel frammento, quel fotogramma, è decisivo per ricominciare>> (pag. 29)

Ecco che con una prosa bella e raffinata interpreta film famosi, usciti in anni passati o recenti e se non li abbiamo visti ce li avvicina e fa notare, a volte sono film che non ci sono piaciuti mentre altri li ricordiamo con godimento. Il giudizio negativo o positivo passa in secondo piano nell'incastro con la storia di una paziente, un vissuto, un sogno.

E così procede un libretto di agile formato che a me femminista ed estranea alla psicoanalisi junghiana, affatto convinta che apprezziamo dell'arte ciò che parla del nostro essere uguale in ogni tempo, ha aperto l'accesso a una conoscenza della differenza sessuale, un approccio che mi era estraneo. Sconfortata al primo contatto con la Prefazione di Carla Stroppa che rigorosa e utile non cita una donna, poi all'incontro con i titoli dei film tutti di registi fatta eccezione per tre film di registe (Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi, Mi piace lavorare di Francesca Comencini, Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola), mi sono via via fatta convincere che il libro non poteva essere altrimenti.

Il senso della differenza nell'inconscio, così come qui viene interpretato, è stemperato nell'ininterrotto del flusso di coscienza. Questo ci dicono i testi, o almeno così io ho capito, l'artista non è un uomo fatto e finito, è anche femmina, come lo era per Nietzsche la filosofia, perchè è Anima nel suo inconscio. E l'analista non dà più ascolto a un'autrice che a un autore, anche se è la poesia femminile, di Emily Dickinson, Silvya Plath, Vivian Lamarque, Edna St. Vincent Millay e di altre, a risaltare, anche se io ho recepito più attentamente i testi sui film delle donne, a me arrivando le protagoniste più vere e credibili che nei film dei registi.

Nel lavoro del pensare e scrivere dell'analista noi cogliamo la lenizione delle parole come intessute di suoni occlusivi che diventano sonori dopo essere stati sordi, vediamo che il testo si fa musicale, quindi percepibile. Questo è importante, anzitutto, per lei, poi, se ascoltiamo e mettiamo insieme i pezzi sentiamo che è delle donne il testo a dire, perchè è questo il suo principale riferimento, però quasi non ce ne accorgiamo; dove di uomini invece vuole parlare cambia accento e lo sottolinea, vuole collocarli nella sua geografia interiore e non solo. A proposito di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, dedicato al sequestro di Aldo Moro, dice:
<<Sto nel buio della sala, assediata dagli occhi intensi di Chiara, e mentre corrono le immagini e si dipana la storia, mi si fa accanto, mi si forma un'altra visione, di tutti i padri cha abbiamo perduto, che vorremmo circolassero in casa mentre dormiamo, guardiani del nostro sonno. Non più essere noi i controllori, i carcerieri, gli sprezzanti giudici delle loro vite, ma - con l'aiuto della notte - essere ancora i figli (forse innocenti, forse cialtroni, un po' come si è da figli) che danno una speranza, che non credono che tutto finirà per mano della morte, disposti a sentire ancora una volta una storia prima di dormire, e nella loro voce di padri la nostra appartenenza.>>(pag. 218)
Il soggetto di queste riflessioni è un essere umano in massima parte femminile però anche maschile che al centro di sè vive la solitudine, la sofferenza e la depressione. Il film sollecita l' investimento e l'analisi di questo soggetto ed è al regista che, dimostrando di avere occhi d'oro, l'autrice poi riconosce l'abilità e la sensibilità.

E' così che anche se La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana non è entrato in sintonia con noi dobbiamo registrare ciò che per l'autrice ha valore: un film <<che si prende cura in modo forte del nostro inconscio, aiuta a recuperare i legami, crea appartenenza, restituisce alla memoria la funzione fondamentale di traghettarci tra un luogo e l'altro della nostra esistenza senza perderci>>(pag.70)

E capiamo l'irritazione dell'autrice e tuttvia la ragione restituita all'artista dove a proposito di Pedro Almodovar in Tutto su mia madre distingue:
<<La trama è assurda, grottesca, e spinge a forza le immagini dentro archetipi del femminile così scontati da parere caricaturali: la puttana, la santa, l'attrice puttana-santa, la madre, il lui-lei del travestito. Se fosse solo questo, se si ripetessero schemi di commedia scollacciata con battute sarcastiche sul sesso, non avremmo niente da dire. Ma non è così, Almodovar è altro, tocca l'inconscio, il sogno, ben oltre il racconto, la trama e il gioco a cui si e ci sottopone. Ma come fa?>>(pag.103)

E la Medea di Pier Paolo Pasolini risveglia l'idea di amore, condensazione di "croce e delizia", "sventura e pietà" se abbiamo il coraggio di percorrere fino in fondo il nostro destino, di vivere la vita. Qui c'è - dico io - già la lezione materna.
Il testo però aggiunge:

<<Si può tentare l'avventura se al tempo stesso si va restituendo alla vita quella bellezza che viene negata e violata perchè il "terribile", l'enigma del male, del negativo che ci attraversa, è troppo per essere sopportato senza l'aiuto di un "amore che è palpito dell'universo intero", senza l'arte, senza la formazione, trasformazione e l'eterno gioco dell'eterno pensiero, senza il Regno delle Madri, senza i miti che sanno contenere l'immaginario e arrivano fino a noi attraverso le parole poetiche, la visione e la musica che qualcuno ha sfidato e cavato fuori dall'abisso perchè anche noi potessimo viverli.>>(pag.130)
La madre è infatti l'altra figura centrale del testo, ritrovata in The Mother di Roger Michell, in La stanza del figlio di Nanni Moretti e in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci.

Alcuni saggi del libro sono rielaborazioni di testi precedentemente pubblicati nel volume Cinema e psicoanalisi, a cura di Maurizio Regosa, Alinea editrice, 1997.