Emoziona, coinvolge, appassiona, l'intenso monologo scritto da P.
Cereda e liberamente tratto dagli atti del processo contro Giovanna
Monduro, la strega di Salussola, svoltosi nel Biellese nel 1470. La
lettura suggerisce emozioni e sensazioni della protagonista che il
linguaggio del teatro riesce a rendere vive e pulsanti. In tal modo
le emozioni della protagonista di una vicenda storica, non più
racchiuse tra la polvere dei documenti, che pure le storie di persone
vive intendono raccontare, ma che quasi mai lasciano trasparire i
sentimenti di coloro che li hanno vissuti, divengono vive e reali.
E' proprio questo l'obiettivo dell'autrice: farci sentire la presenza
di Giovanna, ci viene chiesto di provare ad essere Giovanna: la masca,
la donna, la creatura che dalla Natura/Terra trae origine e alla Natura
tornerà, anche se non di sua volontà ma per mano del
fuoco, giustizia degli uomini, che l'ha scelta come capro espiatorio
della comunità.
L'autrice sceglie
una prospettiva del tutto nuova, insolita in un testo storiografico:
quella di voler narrare i fatti attraverso gli occhi della protagonista,
nonché vittima. Infatti è Giovanna a parlare in prima
persona e non l'inquisitore che amministra il processo o il notaio
che ne trascrive gli atti. (La fonte storiografica da cui il testo
trae ispirazione è comunque riportata fedelmente in traduzione
alla fine del testo). Questo non potrebbe mai accadere in una ricostruzione
storica perché, purtroppo, la voce delle accusate di stregoneria
ci è ignota, dal momento che le uniche fonti disponibili, atti
di processi e trattati di demonologia, appartengono a quegli uomini
che sono stati gli autori delle persecuzioni stesse. Le voci delle
donne sono per noi sconosciute o talvolta si percepiscono, flebili,
all'interno delle deposizioni. Tuttavia è poco quel che di
autentico riusciamo ad intuire, dal momento che queste ultime venivano
ascoltate dopo lunghe ore trascorse in quella sala di tortura che
"costringeva" le accusate a rivelare la verità, quella
dei giudici naturalmente, ovvero ciò che questi ultimi volevano
sentirsi dire. Lo stesso avviene anche per Giovanna che narra ai suoi
aguzzini di tregende, malefici e riunioni notturne di masche e diavoli,
soltanto dopo essere stata sottoposta a torture e tormenti. Al contrario
nel monologo sono posti al centro della scena i pensieri, le paure,
le emozioni della donna, che l'autrice ha provato ad immaginare. Sin
dall'inizio l'autrice nonché attrice, costruisce un percorso
attraverso il quale raccontare la vita di Giovanna. Le sue parole
sono accompagnate dalla musica di un cantore che rappresenta la tradizione
orale: ciò che di Giovanna/strega si racconta, che è
diverso da come lei vede e pensa sé stessa. Il percorso è
circolare, ad anello, la masca viene dalla Natura in quanto donna
e in quanto custode del suo sapere: i segreti delle erbe. Alla Natura/Madre/Terra
è destinata a tornare dopo la morte che, quindi, assume il
valore di un ritorno al ventre materno. Infatti la piece teatrale
comincia e finisce con l'episodio del rogo il cui racconto irrompe
sulla scena sin dalle prime battute.
E' il narrare, tuttavia, il centro dell'intera vicenda: è attraverso
le parole di Giovanna e il commento del cantore che in ogni scena
si dipanano episodi salienti della sua vita, ed è attraverso
le parole degli altri che si crea e si diffonde la cattiva fama che
la condurrà alla denuncia e poi al rogo. L'intera comunità
non esita a denunciarla, proprio lei che ha sempre avuto come scopo
quello di alleviare le pene altrui. E' per questo che è corsa
in aiuto di Ubertina partoriente e, grazie alle erbe di cui conosce
il potere, ha salvato da morte sicura lei e la bambina che portava
in grembo e con lo stesso slancio ha aiutato Donna Ludovica a liberarsi
di un figlio indesiderato. Non rimane indifferente Giovanna di fronte
alle sofferenze altrui, offre l'aiuto che sa dare, quello che la Natura,
attraverso le parole di sua madre, le ha insegnato. Eppure le voci
che corrono tra i paesani parlano d'altro; non ricordando il bene
che la donna è capace di procurare, la guardano con sospetto,
come un pericolo. Giovanna è masca sembrano sussurrarsi l'un
l'altro, può dare la vita ma più spesso può far
del male. Ed è facile accusarla ogni qual volta la comunità
è in pericolo: tutti fanno ricorso al suo potere ma, nello
stesso tempo, tutti la temono e al momento opportuno sono pronti a
condannarla. I suoi stessi famigliari la denunciano alle autorità:
alcuni suoi nipoti sono morti e lei è additata come colpevole.
Cosa pensa Giovanna?
Si sente tradita ma in fondo conosce l'invidia della cognata e l'odio
del suo stesso marito che abusa di lei, pur tradendola da tempo con
un'altra donna. Sa che le accuse sono false ma le ripetute torture
piegano anche la sua forza fino a spingerla a rivelare qualsiasi cosa
pur di sfuggire ai suoi persecutori. E così lascia andare la
fantasia e racconta ciò che i giudici desiderano ascoltare.
Narra di Zen il suo demonio personale forte e bellissimo, di crimini,
malie e atti blasfemi orditi da donne e diavoli contro i membri della
piccola comunità di cui anche Giovanna fa parte insieme con
altre donne che, denuncia, l'hanno seguita nelle sue scorribande notturne.
Tutto è compiuto: l'eretica deve pagare con il rogo le empie
azioni che ha commesso. E le donne e gli uomini che ha aiutato? Improvvisamente,
come sempre accade nei processi per stregoneria, nessuno ricorda più,
la comunità perde la sua memoria.
E' nel finale, comunque, il momento più alto dell'opera teatrale:
il dialogo tra una Giovanna spaventata che si rivolge alla Madre/Natura
chiedendole di essere salvata dal rogo. Un testo denso di emozioni
dunque il monologo di Giovanna, da leggere tutto d'un fiato in attesa
di poterne vedere la rappresentazione teatrale anche in altre zone
d'Italia e non solo in Piemonte
La vicenda di
Giovanna ne ricorda altre, altri episodi di donne accusate di stregoneria,
altre storie in cui ancora una volta, come spesso nei processi contro
le streghe, è il potere che il linguaggio femminile nasconde
e che attraverso le parole si tramanda da donna a donna, ad esser
preso di mira. Sarà per questo che le parole delle donne sono
da sempre così temute così come la loro capacità
di insegnare ad altre il loro sapere?