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Perché rileggere il testo di G. Zarri sulle "sante vite"? Prima
di tutto perchè offre numerosi suggerimenti interessanti in quanto si occupa
di un periodo centrale nella storia delle donne: l'età rinascimentale.
Tre si
possono considerare le parole chiave che identificano il testo e costituiscono
altrettanti punti d'interesse su cui soffermarsi e specifici ambiti d'indagine
storiografica: la santità in generale e quella femminile in particolare,
la cultura delle donne nel Rinascimento e il tentativo di acquisizione di un ruolo
sociale da parte di alcune di loro, attraverso l'uso della profezia e dei fenomeni
carismatici e visionari.
In particolare, sottolinea l'autrice, lo studio
delle "sante vive", di cui traccia nel testo suggestivi ritratti, ha
come scopo quello di individuare un modello di santità femminile, ma anche
quello di verificare la funzione specifica, politica e sociale, esercitata da
queste donne all'inizio del Cinquecento. Fondamentale per comprendere tale ruolo
è la comprensione del carattere cittadino del culto per le sante vive e
del legame tra queste ultime e la corte rinascimentale. Si può parlare
infatti di una strana figura di cortigiana: la "beata del principe"
che ha una forte influenza politica, in quanto conferisce al potere principesco
la sacralità di cui è privo ed esercita la funzione di protettrice
della città. In tal modo l'autrice mette in luce come tali donne, dotate
di poteri carismatici, esercitino un preciso ruolo politico, sociale e religioso
nella città rinascimentale all'inizio dell'età moderna. In quanto
"madri spirituali" dei principi, pubblicamente venerate come "beate",
conferiscono prestigio alla casa principesca e contribuiscono al suo rafforzamento.
Il principe, da parte sua, proteggendole, si accattiva il consenso popolare ma,
soprattutto, le beate trasferiscono sul principe stesso i loro attributi sacrali
conferendogli quel carisma (di cui parla M.Bloch nei "Re taumaturghi")
di cui la sua stirpe è priva.
Le
sante assicurano la protezione di Dio sulla città e sulla famiglia principesca
svolgendo una sorta di "patrocinium" e avocando a sé gli
attributi tradizionalmente conferiti al santo patrono: protezione e azione taumaturgica.
Tutti i principi
dell'epoca hanno una loro santa di corte: per gli Este di Ferrara c'è Lucia
da Narni, per i Gonzaga di Mantova c'è Osanna Andreasi, per
gli Sforza di Milano c'è Veronica Rinasco, solo per ricordarne alcune.
Non si tratta di un fenomeno solo italiano, basti pensare alla famosa profetessa
della corte spagnola Lucrecia De Leon.
L'autrice,
volendo esaminare la percezione e la rappresentazione della santità in
quel particolare periodo storico, ha scelto di parlare di quelle beate per le
quali è stata scritta una leggenda agiografica, anche se poi il loro culto
non ha avuto seguito. E' importante sottolineare che i vari agiografi, pur all'interno
di stereotipi modellati soprattutto sulla vita di S. Caterina, costruiscono modelli
di santità adeguati alle istanze politiche e culturali del loro tempo,
contrapponendo di volta in volta la santa all'astrologo e soprattutto alla strega.
Bisogna anche vedere, allora, il tema della costruzione di un culto, come espressione
di una formazione sociale e come frutto della capacità di pressione esercitata
dagli ordini religiosi promotori del culto stesso.
Il secondo argomento
affrontato risulta, a mio parere, particolarmente interessante: è quello
della cultura femminile che l'autrice intende in senso lato come forma di comunicazione
utilizzata da soggetti scarsamente alfabetizzati; sono le donne del Rinascimento,
che si esprimono servendosi dell'immagine, dell'oralità e del corpo.
In particolare si sofferma sul fatto che il linguaggio utilizzato dalle sante
è prima di tutto un linguaggio del corpo. Tutte infatti si esprimono attraverso
visioni, estasi e stigmati, praticano una vita austera fatta di digiuni e proprio
al misticismo è legata la loro fama di santità. D'altronde quella
del corpo è l'unica forma di comunicazione, insieme alla profezia, tramite
la quale le donne dell'epoca possono effettivamente acquisire voce in capitolo
negli affari della Chiesa e dello Stato.
Queste donne, dunque, sono
caratterizzate in vita da estasi, visioni, digiuni e rigida vita ascetica e, proprio
grazie a queste loro particolari doti, pur essendo di condizione modesta e spesso
analfabete, assurgono al ruolo di madri, maestre, profetesse di corte e consigliere
dei principi il che finisce per suscitare una certa diffidenza da parte di molti.
Infatti già S. Paolo aveva interdetto al genere femminile l'uso della parola
in pubblico e la predicazione, rendendole un'esclusiva precipuamente maschile.
Perciò la maggior parte dei biografi delle beate si preoccupa di confutare
il sospetto di inganno diabolico che grava sulla predicazione femminile evidenziando
il fatto che la sapienza di queste donne speciali è di natura soprannaturale,
un dono del Signore. In tal modo donne ignoranti e indottrinate possono trovarsi
a disputare con i migliori teologi dell'epoca.
Altro canale privilegiato di comunicazione utilizzato dalle donne, siano esse
monache, terziarie o semplici devote, è quello delle profezie e della rivelazioni.
In tal modo, seppure escluse dal ministero della parola in seno alla Chiesa, se
ne impadroniscono e non solo, come carismatiche, esercitano un controllo sociale,
politico e culturale attraverso il loro legame con le corti principesche. D'altro
canto ciò è favorito anche dal fatto che nell'età umanistica,
si verifica un cambiamento della condizione femminile e viene favorita, seppure
all'interno di una ristretta elite, l'istruzione delle donne di alto rango che
prendono parte attivamente alla vita culturale.
La
legittimazione di un primo timido accesso delle donne alla letteratura è
attestato dall'iconografia: si diffondono immagini che ritraggono la Madonna che
regge tra le mani un libro, ma soprattutto dal fatto che proprio le donne risultano
le destinatarie di numerosi testi di letteratura devota che vengono pubblicati
all'inizio del Cinquecento. Tuttavia il passaggio definitivo da una cultura orale
ad una scritta sarà assai lento e sempre accompagnato da forme intermedie
di comunicazione come le immagini, le visioni e le preghiere figurate, non a caso
molte delle visioni estatiche che le sante donne descrivono, fanno esplicito riferimento
a rappresentazioni pittoriche del mondo celeste, come è il caso del dipinto
di Raffaello sull'"Estasi di Santa Cecilia". In particolare nell'ultima
parte del testo l'autrice si sofferma su questo aspetto e ricostruisce alcuni
tentativi di creazione ex novo di un culto connessi con la presenza e l'interpretazione
di soggetti iconografici.
Altro aspetto rilevante affrontato nel libro
è quello della contrapposizione tra le sante vive e le streghe in evidente
relazione con l'acuirsi delle credenze magiche, con l'impegno degli inquisitori
e la recrudescenza della repressione contro la stregoneria alla fine del Quattrocento.
Molti inquisitori e autori di testi demonologici dell'epoca sono in stretto contatto
con le sante vive, come loro direttori spirituali o autori di leggende agiografiche
o biografie. Proprio all'interno di tali testi, analizzati dall'autrice, questi
delineano un ritratto della santa viva come antitesi della strega e antidoto alla
stregoneria: proprio per questo vengono definite "masche di Dio" in
contrapposizione con quelle altre masche d'ispirazione diabolica. Tutto ciò
che caratterizza le streghe in senso negativo viene attribuito alle beate con
un valore positivo: il volo a Gerusalemme anziché al sabba, la castità
di contro alla lussuria della strega, le virtù taumaturgiche delle une
sono rivolte verso le partorienti e procurano fecondità così come
quelle delle altre procurano sterilità e aborti e, infine, le streghe ricevono
il marchio diabolico così come le beate, spose di Cristo, il suo anello
nuziale.
Le
sante vive è dunque un testo molto interessante e ricco di spunti importanti
per storiche e storici studiosi di agiografia, ma anche per semplici appassionati/e
di storia delle donne che vogliano approfondire un momento della storia come il
Rinascimento, in cui le donne hanno rivendicato un ruolo attivo nella società,
rifiutando il silenzio loro imposto da secoli. Una breve stagione, infatti ben
presto la svolta conservatrice imposta dalla Controriforma, esasperando il controllo
sulla vita spirituale di ciascuno e delle donne in particolare, le priverà
anche di quei piccoli spiragli di libertà che pure così duramente
avevano tentato di conquistare.