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Ha
scritto M. Bloch che l'oggetto della Storia è, per natura, <<l'uomo>>
e che lo storico deve saper trovare, al di là dei documenti, la vita reale
degli <<uomini del passato>>.
Anna
Foa nel suo libro Eretici. Storie di streghe, ebrei e convertiti
ha cercato di realizzare proprio questo obiettivo. L'autrice infatti, ricostruendo
undici storie, tutte vere e documentate, che hanno come protagonisti eretici,
intende colmare alcuni vuoti conoscitivi propri dei documenti da lei presi in
considerazione, ricorrendo al non detto e all'immaginazione. In tal modo, pur
partendo dal documento storiografico, come è per ogni lavoro di ricerca
storica che si rispetti, l'autrice ricostruisce i pensieri, gli stati d'animo
che quegli uomini e quelle donne del passato devono aver vissuto, come a voler
disvelare significati nascosti all'interno dei documenti analizzati. Infatti,
sottolinea l'autrice nell'introduzione, "esistono momenti, nel mestiere dello
storico, in cui anche la ricostruzione più minuta ed esaustiva del passato
lascia insoddisfatti", ed è proprio allora che entra in gioco l'immaginazione
per cercare di comprendere le idee, le emozioni e ricostruire quello che pensavano
i protagonisti che quelle vicende hanno vissuto sulla loro pelle.
Le
storie che l'autrice approfondisce -tutte collegate a saggi precedentemente pubblicati
e documentati in nota- e i personaggi principali delle vicende narrate, sono accomunati
dal problema del rapporto con il potere, in particolare con il potere repressivo
esercitato dalla Chiesa nel periodo della Riforma cattolica e della Controriforma,
nei confronti di alcuni eretici: ebrei, conversos, streghe e possedute. L'epoca
di riferimento è quella compresa tra il Quattrocento e il Seicento e le
storie si svolgono principalmente a Roma.
Nella
lettura alcune vicende si rivelano più interessanti e coinvolgenti riuscendo
a farci penetrare i probabili pensieri dei protagonisti, altre si perdono un po'
nei meandri di una meticolosa ricostruzione dei fatti. E' il caso, a mio parere,
dell'ultima storia, il resoconto del delitto di Pompilia Comparini, sullo sfondo
di una serie di complicati intrighi familiari, svoltosi nella Roma di fine Seicento,
forse la storia in cui meno ci si distacca dalla scrittura scientifica e un po'
asettica che è propria del saggio e meno del romanzo.
Tutte
le storie, comunque, hanno come obiettivo quello di ricostruire il contesto politico,
culturale e sociale dell'epoca attraverso i pensieri dei protagonisti, scelti
di volta in volta dall'autrice come punti di vista e angolo visuale da cui narrare
fatti realmente accaduti. Ed è proprio nella scelta del punto di vista
da cui raccontare la storia che entra in gioco la fantasia dell'autrice e ci si
discosta dal documento di partenza (tutto è comunque rigorosamente documentato
nelle note bibliografiche). E' nel raccontare, dunque, che l'autrice lascia spazio
all'invenzione, per quanto, comunque, si tratti di pensieri, allusioni, emozioni,
che rientrano nel campo del "probabile" e che sempre si ricollegano
e prendono spunto da fatti documentati.
Alcune storie sono in particolare
da segnalare: quella che documenta l'origine della caccia alle streghe, istigata
da Bernardino da Siena, accusato egli stesso di stregoneria dai suoi avversari;
le storie che fanno riferimento ai difficili rapporti tra la Curia, la comunità
ebraica e gli Ebrei convertiti, in un momento in cui gli Ebrei erano vittima di
persecuzioni ed espulsioni da parte di numerosi re cattolici in Europa. Mi riferisco
in particolare alle storie "Il vescovo e i marrani", "L'ampolla
degli spiriti" e "Il bambino crocefisso" che permettono di cogliere
l'atmosfera di diffidenza in cui la comunità ebraica di Roma era costretta
a vivere e di come fosse una sorta di capro espiatorio per la società romana,
ad esempio ogni qual volta si verificava un'epidemia (come accadde per quella
di peste del 1522).
E'
particolarmente interessante la storia "In viaggio verso il supplizio"
in cui il punto di vista è quello di tre donne appartenenti a famiglie
spagnole trasferitesi a Napoli dopo l'espulsione dei marrani dalla Spagna da parte
della regina Isabella nel 1492. Ognuna di loro racconta la stessa vicenda dal
suo particolare punto di vista: di ebrea praticante di nascosto, Isabella, di
convertite per forza per sfuggire alla persecuzione spagnola, Dianora e sua sorella
Gerolama. Qui si nota bene come l'autrice, partendo da un documento piuttosto
scarno che riporta esclusivamente la notizia del supplizio delle tre donne marrane,
abbia saputo attribuir loro pensieri e sentimenti che permettono di intuire le
emozioni soggettive che possono aver vissuto le condannate, vittime di un potere
più grande di loro, che non riescono affatto a comprendere.
Il
libro di A. Foa si rivela, dunque, molto interessante per gli storici e le storiche
perché presenta alcune vicende, ampiamente documentate dal punto di vista
storiografico, svolgendo una prospettiva soggettiva: la voce di uno o più
protagonisti. In tal modo l'autrice riesce ad andare al di là dei nudi
fatti per dare la parola a chi quegli stessi fatti si è trovato a vivere;
tutto questo senza perdere di vista il rigore scientifico che è proprio
di ogni ricerca storica e, nello stesso tempo, scegliendo un linguaggio narrativo
e "da romanzo", per così dire, che rende la lettura piacevole,
appassionante e fruibile non solo per gli "addetti ai lavori".