Donne e conoscenza storica
    

Recensioni 2007


Marica Martinengo Pelli, Liriche. Corrispondenze di viaggio
Pisa, Edizioni ETIS, 2007
(pp. 99, € 10,00)

di Marirì Martinengo

 


Il libro apre la Collana Hesperiae dell'Editrice ETIS, collana che si propone di pubblicare Testi di creazione fra Italia, Spagna e America Latina; si presenta in un'elegante veste editoriale bianca e blu, in copertina un ardimentoso cavalluccio marino, determinato a mettere in collegamento, attraverso il mare e gli oceani, l'Europa e l'America di lingue latine. E già la prima autrice, Marica Martinengo Pelli, con i suoi scritti - in versi nella prima parte, in prosa nella seconda - protende gentilmente la mano ad allacciare i due mondi.

Mi piace aprire questa riflessione sulle sue poesie, citando due suoi versi interrogativi:

Resterà a qualcuno caro
ciò che siamo stati? (p. 75)

per poter rispondere subito affermativamente: Alessandro Martinengo ha raccolto le sue opere e le ha pubblicate ed io non sarei qui a scrivere queste note, se non serbassi una cara memoria di lei, se il suo ricordo non mi fosse costantemente presente.

Le sessantacinque liriche raccolte nel volume, raggruppate in tre periodi, complessivamente si stendono fra gi ultimi anni cinquanta e i primi duemila, si distribuiscono lungo il corso di molti decenni quindi, viceversa la vena che le percorre dall'inizio alla fine, sostanzialmente e linguisticamente, varia poco. Sono espressione tutte di un'intellettuale, in cui le emozioni sono sorvegliate e la lingua svolge la sua funzione controllata.
Le poesie degli anni 1958-66 scaturiscono da animo fermo e sereno, appena incrinato da oscure consapevolezze, lo sguardo è affacciato sul mondo circostante, curioso di coglierne lampi di vitalità e di colore; fanno parte di questa sezione le poesie sull'isola d'Elba, luogo di cari e ripetuti soggiorni, su Lugano, sua città natale, fresca d'acque e di montagne:

Tranquilla, la notte generosa
i giardini ci regala
d'ignoti vicini…(p. 26)

su Pisa, città di residenza per molti anni:

Facile sarebbe amarti, Pisa,
se tu fossi racchiusa nel tuo duomo
viola cenere sul prato verde; (p. 12)

Per un suono di campane inusitato
è trasvolata la vecchia città…(p. 31)

dove sempre quello che l'occhio vede incide lampeggiante nel profondo, il piano dell'immagine non è mai fine a se stesso, ma stimolo al pensare, dove il personale si fa voce di tutti e tutte; ampi orizzonti, paesaggi ancora ignoti, scene appena intraviste urgono e muovono l'immaginazione; emerge anche una larga e fitta rete di relazioni amicali; verso la fine del periodo appaiono le parole "dolore" e "morte", inquietanti premonizioni.

Nella sezione successiva, quella che spazia dal '68 agli anni '80, le poesie traggono ispirazione dall'esperienza emozionale, come la morte del padre e la nascita tanto attesa del figlio Giovanni; qui la poesia dedicata all'evento è calata nel proprio vissuto di madre più che rivolta al nuovo nato. Poi invece nella triade poetica (pp. 53-54) e in altre successive, si curva sul figlioletto, per il quale inventa parole e immagini di delicata tenerezza.
In questo periodo sono maggiormente presenti gli affetti, familiari, la madre e il padre, il marito, Alessandro, il figlio, la sorella Tatiana, viceversa morte, nascite, distacchi, gli eventi esistenziali, ora tristi ora lieti, non pare segnino profondamente lo spirito dell'autrice, che sempre si leva dalla contingenza quotidiana ad atmosfere dove spazia e domina pensiero universale.

L'andirivieni fra il "fare" e il pensare o sovente il non-abbandono del pensare durante il "fare" sono una caratteristica costante della poetica di Marica, un andirivieni arricchente, proprio delle donne che alternano l'attività intellettuale o artistica con quella manuale e relazionale. Io ho esperienza di tale modalità: quando interrompo la scrittura pensante, essa mi insegue nel lavoro domestico, continua a macinare dentro, raffinandosi e giungendo a maturazione, pronta per la pagina bianca.
Mi pare che in Marica segni con incidenza maggiore, rispetto all'evento eccezionale, il vissuto di ogni giorno, ciò che quotidianamente appare sotto i nostri occhi che, in virtù della sensibilità e dell'acume della poetessa, si fa poesia; Marica sembra dirci: "Le cose semplici, sovente trascurate, custodiscono arcane verità".

"Ho le anguille, belle le arselle…"
L'anguilla, nel cesto, è più in là
della vita. Il silenzio l'ha invasa.
E guarita d'essere la vittima
Le arselle nelle loro conchiglie
ritentano il discorso dei vivi
impietrate nel loro buio mondo:
la luce le finirà come una spada
folgorante di qualche verità. (p. 13)

Oppure, la cura per la casa non si ferma alla superficie, a una routine scontata e magari opaca, ma anima gli oggetti, rendendoli cari e partecipi, come, per esempio, ne La fuga del lampadario:

Col crepuscolo si è appeso
il mio lampadario al cielo
e con aria di evaso irride
me e le cure che gli presto.
Conserva forse , in segreto
un vago ricordo del mio affetto.(p. 25)

Oppure:
Mentre faccio la lista della spesa…(p. 65)
o ancora:
…traspare dalla casa
che lucida si specchia…(p. 18)

Marica ha la conoscenza dei due tempi, che alterna con sapienza e sensibilità, il cronos e il kairos, i momenti esistenziali e i "momenti di essere", come li chiama Virginia Woolf, quando anche il gesto o l'azione temporale più semplice e quotidiana origina pensiero e si carica di "grazia". La casalinghitudine, la materialità dell'esistenza, diventa generatrice di poesia e filosofia.
Si fa creatrice. E Marica è consapevole del suo essere poeta:

Sono, per quel poco che sono,
un poeta diurno
dagli occhi ben chiari
sul foglietto e con la matita
in ore solari…(p. 47)

Poeta fulminante nelle sue cristalline intuizioni tanto da fissarle subito, su foglietti volanti, sul primo spazio bianco che si trova a portata di mano e con la matita. Quasi volesse che l'attimo fosse sì fissato, ma non durevolmente.
La natura è inesausta fonte d'ispirazione, perché lei certo osserva il mondo, ma non da spettatrice, al contrario per distillarne un senso alla pena umana:

La natura attonita ci guarda,
bosco di cerri, ruscelli,
forse fragole…(p. 42)

Lieto, il sole ottobrino
col pulviscolo impastato
mi dipinge la casa …(p. 14)

Il vento gonfiava le valli,
i vespri correvano al monte… (p. 27)

Ora sono qui con il cielo rosato,
le nuvole tranquille… (p. 32)

La natura con la sua variegata bellezza di cieli, di terre e di acque, svolge una funzione maieutica: fa nascere il pensiero, lo accompagna nel suo primo crescere, cedendo poi alla mente e al cuore l'incombenza di svilupparlo fino alla sua piena fioritura.

A volte è di sollievo
fermare al belvedere,
come una "rìa" avere
sogni aperti verso il mare
e dolori
verso nebbie in sogno
della Galizia d'estate. (p. 43)

Il dolore è un filo sottile serpeggiante in tutte le poesie, dalle prime alle ultime, forse più carsico in quelle, più scoperto e trasparente in seguito; è un dolore che l'autrice fronteggia, senza piangere, senza dibattersi, ne porta lucida testimonianza. Si può solo sperare in una tregua:

…non venga almeno per poco
dolore a sconfinarmi la mente… (p. 20)

Attenzione al dolore di altre:

…f erma la vecchia all'ombra dei dolori. (p.27)

Come al proprio:

…Oggi si lamenta il dolore
che non incontra una mano
cara, per sempre, a tenere (p. 22)

Io filo un filo esile,
gracile, spezzato,.
nei giorni, nei dolori,
nei risucchi di malinconia… (p. 35)

Le parole usate per il dolore
sono, come le altre, di vario spessore..(p. 40)

Signore, qui è molto difficile,
qui è tutto molto difficile, Signore…(p. 45)

Nella sezione Poesie ultime (1980-2003) sono collocate appunto le liriche degli ultimi anni: in esse le riflessioni sulla malattia, la vecchiaia, sulla fine della vita si susseguono e l'ispirazione si scioglie nella preghiera. Marica era donna di fede forte e profonda, vissuta e praticata fino alla fine, anni in cui la sua poesia è intrisa di una religiosità fervente e segnata da un più frequente rivolgersi al Signore, percepito come affidabile conforto nel tempo della sofferenza estrema; ma anche qui la poetessa muove dalla contemplazione della natura per "volare" lontano o per "scendere"nelle profondità interiori:

La luna si spegne nel giorno:
ore sei di mattino in montagna.
Riprendono miti contorni i monti,
le fatiche di vita.
La luce che rara vediamo,
la luce che rara crediamo
concedici, nostro Signore,
concedi ai nostri peccati,
concedi ai nostri dolori. (p. 76)


Corrispondenze di viaggio
(1961-1965)

Durante l'anno di permanenza in Colombia Marica inviò al settimanale savonese Il Letimbro (che la pubblicò) una serie di impressioni sul paese nel quale si trovava e che, nei primi anni sessanta in Italia era poco conosciuto: i grandi viaggi allora erano rari. Sono reportages di sapore ottocentesco, stampe o disegni, quando né cinema né televisione si incaricavano di trasmetterci le loro lucide e colorate immagini, corrispondenze vivaci e molto ben scritte tanto che leggendole e gustandole, ho provato un moto di riconoscenza verso di lei che usava la penna invece della macchina fotografica digitale; viene da chiedersi come mai Marica, così dotata per la scrittura e aperta e sensibile agli stimoli esteriori, non abbia scritto di più.
Curiosamente qui l'autrice, al contrario di quanto avveniva in poesia, dove l'essere donna era datore di senso e via a una creatività di segno femminile, nel suo narrare l'esperienza di viaggiatrice, si percepisce al neutro, nascondendosi dietro la maschera di "viaggiatore europeo".
La prosatrice segue lo stesso procedimento che le è caro in poesia, cioè vede o ascolta e subito scende nella propria interiorità per riflettere e ragionare: sono ragionamenti ispirati a un senso di grande umanità, di comprensione per il diverso.
Gli ultimi testi sono racconti di viaggi in Europa, Spagna e Svizzera.