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Silvia Ballestra
e Joyce Lussu, una generazione di fronte all'altra, una lontana parentela
dalle comuni origine anglo-marchigiane: il fitto domandare e rispondere
seguendo i fili della memoria, permette di ricostruire, non solo un'esistenza
ricca e importante come quella di Joyce, ma è la storia stessa
del secolo scorso che si dipana in queste pagine.
I titoli dei diciannove capitoli di questo libro, indicano semplicemente
le date delle registrazioni delle conversazioni tra Silvia e Joyce.
Volutamente l'autrice ha mantenuto la vivacità e la tortuosità
della memoria.
Una stanza e un registratore: la giovane, consapevole scrittrice, interroga
l'altra donna e si fa trasportare nelle vicende personali e politiche
della straordinaria esistenza della sua interlocutrice, medaglia d'argento
della Resistenza, poeta e traduttrice di poeti.
L'inizio è molto classico: un'intervistatrice, una scaletta preparata,
tanto tempo a disposizione (dal '94 al '96); poi, la vita, i ricordi,
i sentimenti, le emozioni superano ogni argine imposto dalle domande
e l'abilità di Silvia Ballestra è quella di farsi piccola,
tenere il filo senza prevaricare, porsi in sbalordito ascolto. Le variazioni
rispetto al parlato, come dice lei stessa, sono state minime. Ma Joyce
è come un fiume in piena "...dovremmo sforzarci di seguire
una scaletta, Joyce" "Sono io la scaletta, non preoccuparti
[...] Mica la vita è come una misura graduata che parte dalla
nascita e in progressione diretta si compie. Sembra diritta, vista così,
e invece è un viavai di cose un andare e tornare continuo..."
(p.181)
Ed è questo che fa vivo e interessante il libro.
La scrittura è semplice, scorrevole, vicina al flusso della lingua
parlata, una scrittura che rimanda all'immagine di stanza in penombra
dove il sole, filtrando, attraverso la finestra aperta, tra le foglie
di un albero, danzando, illumina i volti, gli oggetti, e dà corpo
ai ricordi.
Il libro è complesso perché i fili della memoria sono
molti, nella ricostruzione le vicende politiche e personali si mescolano,
presente e passato si rincorrono.
Chi è Joyce Salvadori Lussu
"Mi chiamo Joyce Lussu perché le donne non hanno un nome
proprio. Le donne devono sempre portare il nome di un uomo, o è
il padre o è il marito. Il padre me lo sono trovato, il marito
me lo sono scelto: c'è un briciolo in più di autonomia".
È stata per quarant'anni la compagna di Emilio Lussu. Ha 82 anni
quando Silvia decide di registrare queste conversazioni.
Joyce lascia Firenze dove è nata nel 1912, con la famiglia in
seguito alle violenze fasciste subite dal padre e dal fratello e si
rifugia in Svizzera, dove riceverà una educazione aperta e cosmopolita.
Quando si comincia a parlare dei nascenti gruppi di destra negli anni
di Weimar, è ad Heidelberg, dove segue le lezioni di Jaspers
e Rickert; qui lega con gli studenti di sinistra.
In occasione del comizio di Hitler, nel '32, lei è preoccupata,
perché viene dall'Italia fascista e conosce quel modo di porsi,
quelle parole; si rivolge agli intellettuali di Heidelberg che, però,
non si accorgono di quanto sta per accadere: "Si calmi, guardi,
non succede niente. Lasci pure che questi ragazzoni si sfoghino"
[...]"gente che aveva letto tutti i volumi della biblioteca ma
che non sapeva riconoscere la storia che gli passava sotto la finestra"
(p.189).
Lo squadrismo fascista, l'esilio in Svizzera, l'incontro con Emilio
Lussu, l'antifascismo e la Resistenza in Italia, prima attraverso le
esperienze del padre e poi personali e del suo compagno, segnano la
sua vita.
L'impegno politico vede il suo nome accanto a quelli dei fondatori e
delle fondatrici del Partito d'Azione e dell'Unione donne italiane,
capolista alle prime elezioni amministrative nel dopoguerra. I viaggi
degli anni Sessanta, alla ricerca delle poesie nel mondo, si coniugano
con la partecipazione ai movimenti di liberazione anticolonialisti.
Durante il periodo della decolonizzazione, in Kurdistan, in Africa,
in Medio Oriente, è accanto ai movimenti di liberazione. "Io
negli anni Sessanta ho avuto l'occasione di poter assistere ad una cosa
straordinaria: il sorgere di una nuova società [...] è
straordinario vedere come la gente che non ha esperienze complesse di
vita riesca a mettere in piedi un buon progetto basato sul buonsenso
[...] il fatto di avere la possibilità di vivere in un territorio
fa sì che ci si organizzi". (p.93)
Poi il Sessantotto e i movimenti femministi: pubblica libri -ci lascia
più di venti opere- di cui temi sono la guerra, l'ecologia, la
poesia, ciò che più la interessa. E gli anni '80 e '90
fanno emergere il suo bisogno di raccontarsi e raccontare: diventa nonna
narrante, frequenta le scuole come 'storica-non-professionista' a parlare
con ragazzi, ragazze e insegnanti di tutta Italia. Scompare nel '98
continua
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