|
In questo
sito:
Su
Arcangela Tarabotti incontro con Nicoletta Lissone
I
Sonetti di Eleonora di Fonseca Pimentel
Donne
all'inizio della storia moderna
La caccia alle streghe
|
Anna
Marcaccioli Castiglioni, Streghe e roghi nel ducato di Milano.
Prefazione di Fabio Minazzi.
Milano,Thélema, 2000.
di Elena
Urgnani
Le platee cinematografiche quest'anno si sono commosse di fronte
al bel film di Paolo Benvenuti Gostanza da Libbiano, storia
patetica di una povera donna, un'anziana contadina con conoscenze
di erboristeria, accusata dall'Inquisizione di essere una strega
e torturata senza pietà, fino a confessare ciò
che non ha mai commesso pur di porre un limite alle sue sofferenze.
La sua ammissione risulta tuttavia così incredibile,
che l'inquisitore stesso dubita del risultato e decide di rimandarla
libera, pur con la proibizione di esercitare la sua arte, e
di continuare a risiedere nel villaggio.
Il film narra in effetti una della rare storie "a lieto
fine" di questo tragico capitolo nella storia europea che
fu la caccia alle streghe, un fenomeno che risulta difficile
valutare, anche per la deliberata distruzione delle fonti storiche
primarie. Così come altrove infatti, il grande archivio
dell'Inquisizione dello Stato di Milano, un tempo conservato
presso Santa Maria delle Grazie, fu consapevolmente dato alle
fiamme, nel giugno 1788. Soltanto sporadicamente riaffiorano
talvolta dagli archivi privati fascicoli che per un'imperscrutabile
coincidenza di eventi erano stati "dimenticati" fuori
dall'archivio. E' appunto il caso di questo fascicolo del Processus
strigiarum, concernente la vicenda delle "streghe"
di Venegono Superiore, interessante proprio per la "banale
quotidianità" dei fatti che racconta, in questo
caso infatti l'inquisizione non colpisce figure eminenti o intellettuali
dissenzienti, ma donne e uomini del popolo, persone comuni.
Come nota giustamente Minazzi nella sua prefazione, "questi
scritti documentano analiticamente una prassi inquisitoriale
che costituiva norma consuetudinaria in una società repressiva
e intollerante, ma non ancora ristrutturata in senso decisamente
controriformista".
Il 1520, anno in cui si svolge il processo, anticipa di alcuni
decenni l'inquisizione moderna, quella che a partire da Sisto
V diverrà la "Congregazione della Santa Inquisizione
dell'eretica gravità", che avrebbe ristrutturato
la tradizionale inquisizione medievale in nuove strutture centralizzate,
più funzionali alla lotta contro l'eresia. In queste
pagine è invece possibile riconoscere e ricostruire il
funzionamento di un organismo di controllo sociale, politico
e religioso che ha contraddistinto, nei secoli, la vita dei
contadini cattolici in terra lombarda.
Il processo inquisitoriale si delinea dunque nei suoi elementi
fondamentali: l'inversione dell'onere della prova, l'idea che
l'accusato non abbia il diritto di essere giudicato dai propri
pari, la segregazione e la tortura psicologica e fisica quale
prassi procedurale, un iter giudiziario che non consente la
difesa, poiché chiunque osasse difendere un sospetto
sarebbe divenuto a sua volta sospettato.
Il libro si configura quindi come una sorta di resistenza attiva
al revisionismo, dilagante in questo settore, che pretenderebbe
di presentare un'improbabile inquisizione "dal volto umano",
molto clemente e sempre evangelicamente indulgente, quando non
addirittura baluardo a difesa della discrezionalità del
potere civile. La pervasività di questa "nuova"
vulgata edulcorata è del tutto visibile e scoperta nelle
opere di contenuto didattico, destinate alle scuole, come il
volumetto di Marina Montesano Le streghe (Firenze, Giunti,
1996).
Un'altra inquietante tesi viene avanzata nell'introduzione:
quella di un perdurare nel nostro sistema giudiziario di alcuni
meccanismi tipici del processo inquisitoriale, laddove per esempio
il tribunale italiano ha reintrodotto nella sua prassi istituzionale
il ruolo e la figura del "pentito", "una classica
figura inquisitoriale, del tutto legata ad un ambito morale
e personale che, in tal modo, contamina e stravolge l'intero
iter giuridico del processo.
Quanto al libro vero e proprio, di esso vorrei notare innanzitutto
l'estrema leggibilità, un pregio non da poco in questo
genere di studi scientifici, resa possibile dall'agile organizzazione
dei capitoli, brevi e sintetici, che inquadrano gli avvenimenti
e sono premessi alla vera e propria ripubblicazione degli atti
del processo: "Storia di quanto accadde a Venegono Superiore
nel 1520", "Inquisitori e autorità ecclesiastiche
e civili", etc. Alla accurata descrizione del fascicolo
si accompagnano poi alcune schede monografiche, una per ogni
protagonista di questo processo, che si chiude con la condanna
a morte tramite il fuoco di sette donne, di cui sei vive e una
morta. L'unico uomo accusato, figlio e fratello di una di loro,
riceve una pena più mite: l'esilio. Per ognuna ed ognuno
dei protagonisti vengono descritti lo stato sociale, le accuse
e il comportamento tenuto durante il processo. In genere dagli
interrogatori si evince che le donne si sono autoaccusate di
tutto: principalmente di aver ucciso bambini, ragazzi, buoi,
porci, e di averlo fatto "toccando" la vittima, ma
vi sono anche altri crimini di cui si riconoscono colpevoli,
essenzialmente crimini a sfondo sessuale, come essersi accoppiate
a diavoli, a demoni e di avere partecipato ai sabba. In genere
le donne dichiarano di essersi lasciate convincere dalla promessa
di un uomo che da quel momento in avanti le avrebbe fatte "stare
bene".
La prima chiamata a confessare era stata Margherita Fornasari,
accusata con la figlia Caterina di essere strega ed eretica
da un certo Giacomo da Seregno, da poco messo al rogo in quel
di Monza per eresia e stregoneria. Da questo episodio era partita
l'inchiesta che aveva portato l'inquisizione ad interessarsi
di Venegono, una frazione piccola e marginale.
Margherita confessa subito tutto quanto le viene addebitato,
con l'unica accortezza di non coinvolgere nessun'altra donna,
né alcun altro uomo, ma il verbale del suo interrogatorio
si chiude con la minaccia dell'Inquisitore, che le dà
tempo ventiquattrore per pensare e confessare tutto, altrimenti
minaccia di torturarla. Dai verbali degli altri interrogatori
risulta che Margherita, da un certo punto in avanti, è
morta. Come e perché non lo sappiamo, anche se è
facile ipotizzare che sia morta sotto tortura. Dagli interrogatori
veniamo anche a sapere che le "streghe" si servivano
di un certo unguento, sempre lo stesso, che serviva sia per
uccidere che per volare, e l'autrice dello studio si domanda
come questo potesse accadere: "o le donne erano a conoscenza
di antidoti che neutralizzavano il veleno contenuto nell'unguento
e lasciavano agire solo la droga, oppure, come è più
facile credersi, esse non uccidevano nessuno se non con la fantasia
deformata dalle droghe che assorbivano attraverso le secrezioni
vaginali.
Non sfugge all'attenzione dell'autrice come sia i sabba che
gli incontri carnali con il diavolo fossero delle proiezioni
evidenti di desideri che la realtà quotidiana della vita
di queste contadine negava e reprimeva. E' questa un'osservazione
che è già stata avanzata per altri processi alle
streghe, ricorre ad esempio anche nel caso di Gostanza da Libbiano.
Durante l'interrogatorio di Caterina Fornasari ad esempio traspare
un bisogno di tenerezza e di dolcezza che è a suo modo
toccante: richiesta dall'inquisitore se provasse piacere durante
il coito con il demonio, e se tale piacere fosse simile a quello
provato con suo marito, aveva risposto: "No, nell'atto
vero e proprio provavo meno piacere di quanto ne provassi con
mio marito, perché il membro di Martino non era né
duro né rigido, come è quello di un vero corpo,
e quando era nella vulva risultava freddo, mentre nei preliminari,
negli abbracci, nei baci, nelle tenerezze e carezze d'ogni tipo,
Martino mi procurava maggior piacere, perché lui mi dava
l'illusione di prediligermi sinceramente e profondamente".
Martino è il nome del diavolo seduttore che compare in
tutto il processo, anche se a volte invece dichiara di chiamarsi
Angelino.
Il sabba, che si svolgeva di norma una volta alla settimana,
di solito il giovedì, era qualcosa che oggi - scrive
l'autrice - sembrerebbe una scampagnata notturna, con finale
in crescendo: "dopo aver mangiato, come esse ci raccontano,
pane, carne di pollo e di maiale, e uova - che cocevano dentro
caldaie durante la notte in mezzo alle radure - e aver bevuto
del vino, il tutto portato da casa, esse ballavano e saltavano
con i loro amanti, non trascurando di copulare". Però
nei processi non troviamo traccia degli uomini che prendevano
parte al sabba, nota la studiosa. Del resto, anche gli inquisitori
erano convinti che fossero demoni, e pertanto sarebbe stato
impossibile condannarli e sottoporli a un processo. "Non
risulta che a qualcuno fosse mai venuto in mente che non di
demoni si trattasse, bensì di uomini in carne ed ossa
i quali altro non facevano se non spassarsela beatamente con
delle donne pienamente convinte che fossero dei demoni"
scrive la Marcaccioli Castiglioni, e si chiede "se mai
uomo abbia avuto una copertura migliore di questa per sfuggire
alle proprie responsabilità".
Perché le donne confessavano crimini che non avevano
commesso? Certo per paura della tortura, e perché l'Inquisitore
era prodigo di promesse di perdono e misericordia, qualora l'accusata
avesse mostrato pentimento, confessando i suoi crimini. Nel
Malleus Maleficarum vi sono istruzioni precise, anche se crude
e ciniche, riguardo a queste promesse di perdono. I due autori,
Heinrich Institor e Jakob Sprenger, a loro volta famosi inquisitori
del secolo XV, si premurano di avvertire gli altri inquisitori
che si può promettere perdono e clemenza, per carpire
una confessione. Basta che, una volta ottenuta, l'inquisitore
vincolato da questa promessa abbandoni il processo e al suo
posto subentri un altro inquisitore, che non ne è vincolato.
Così accade anche in questo processo, dove ad un certo
punto a frate Battista da Pavia subentra l'inquisitore Michele
d'Aragona.
E' degna di nota in questo contesto una donna, Elisabetta Oleari,
che si proclama innocente dall'inizio alla fine, resistendo
alle torture più tremende, le vengono perfino praticati
esorcismi, lei sopporta fino allo svenimento ogni genere di
tortura, ma non confessa. Forse sperava di riuscire a cavarsela
in questo modo, ma anche questo fu inutile, perché in
ogni caso la colpevolezza di Elisabetta era già ampiamente
provata, secondo gli inquisitori, dalle testimonianze delle
altre donne. Andrà rilevata per finire la ricchezza e
la varietà del percorso iconografico che arricchisce
questo saggio, che include disegni di Albrecht Dürer e
di Leonardo, di Goya e di pittori contemporanei, oltre alle
fotografie dei luoghi citati nel corso del processo.
Vorrei concludere con una proposta provocatoria: alcuni passi
degli atti del processo (in latino con testo a fronte) si prestano
bene, secondo me, ad essere usati come versioni ad uso scolastico.
Se si riuscisse a portare nelle aule un po' della complessità
e della problematicità che emerge da questo genere di
documentazione, forse anche la didattica del latino potrebbe
ritrovare un nuovo senso.
|