Donne e conoscenza storica
    

Recensioni 2005

 

Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Viennepierre, Milano 2004

di Marina Santini

Graziella Bernabò si è occupata di critica letteraria con particolare riferimento alla scrittura delle donne. Ha pubblicato nel 1991 da Mursia Come leggere 'La storia' di Elsa Morante, e numerosi saggi e articoli su autrici italiane e straniere. Le sue riflessioni sulla storia e sullo scrivere una biografia sono comparse in Cambia il mondo cambia la storia, atti del Convegno tenuto a Milano nel 2001.


Il piacere della storia può essere soddisfatto nel leggere una biografia? Io credo proprio di sì, in particolare se ciò che ci muove è il desiderio di confrontare la nostra vita con quella di altre donne che ci hanno precedute per coglierne i cambiamenti, ma soprattutto per individuare meglio problemi ancora non risolti.
In questo senso la biografia di Antonia Pozzi, poeta milanese, morta drammaticamente nel 1938, è particolarmente interessante perché ci fa cogliere le contraddizioni a cui andava incontro una giovane che cercava un proprio originale linguaggio per esprimere la sua esperienza.
Contraddizioni ancor oggi vive: seguire la linea emancipazionista che permetteva a una ragazza altoborghese una preparazione universitaria, viaggi all'estero, conoscenza delle lingue, ma prevedeva una scrittura depurata dall'emozione e falsamente oggettiva, oppure andare libera "per una sua/ segreta linea" anche al prezzo di non trovare interlocutori e interlocutrici. Insomma quale è stato il prezzo pagato dalla Pozzi per essersi avventurata in un'istituzione, come la letteratura e l'estetica, segnate dall'immagine che gli uomini hanno di sé, domanda attuale, come ci ricorda Christa Wolf.

Ma non solo, questa biografia apre squarci inediti sull'ambiente milanese degli anni Venti e Trenta, mostrandoci come lo stereotipo della "sposa e madre", propagandato dal regime fascista, non venisse assunto come proprio dalle giovani intellettuali dell'epoca; come l'amicizia tra donne, non ancora sentita come pratica politica, avesse però già grande forza e rappresentazione; come le donne sapessero trovare momenti di contatto tra ambiente borghese di provenienza e quello operaio e contadino; come soffrissero delle separazioni di amicizie, imposte dalle leggi razziali; come le riflessioni sulla funzione dell'arte e dell'artista, tema di portata europea, fossero parte importante dei loro pensieri e scambi; come nell'università, anche i circoli più aperti, come quello creatosi intorno al filosofo Antonio Banfi, fossero sordi e persino inconsapevolmente crudeli di fronte ad un'alterità femminile che non si limitava ad ascoltare ma pretendeva a sua volta ascolto.

E' interessante questa ricerca anche dal punto di vista metodologico perché è stata costruita con un senso della storia che l' autrice stessa definisce arcaico, storia come historìa, investigazione, basata sull'histor, il testimone. Bernabò ha infatti ricercato le amiche, in particolare Elvira Gandini con cui ha stretto un intenso rapporto e che l' ha messa in contatto con altre ed altri, che avevano conosciuto la Pozzi o persone del suo ambiente. Ha visitato luoghi, osservato fotografie, esaminato lettere, diari, testi e soprattutto ha analizzato, con la competenza di critica letteraria, le poesie, documenti storici, ma anche splendide opere di cui riusciamo a cogliere la bellezza.

Se Barthes considera le biografie offensive perché implicano "un'integrazione contraffatta del soggetto", questa, mostrandoci come viene costruita, ci mette in guardia rispetto a una semplificazione della complessità di una vita e di una ricerca e lo fa con una scrittura che costruisce una narrazione appassionata e appassionante, senza far pesare il rigore e il serio lavoro storico sotteso.