Donne e conoscenza storica
    

Recensioni 2006

vai alla recensione di Donatella Massara

vai alla segnalazione di
La voce del silenzio

Lettera di Anita Saisi a Marirì Martinengo
Milano 15/2/2006

testo di Donatella Franchi

testo di Laura Minguzzi

 


Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna "sottratta". Ricordi, immagini, documenti. Genova, ECIG, 2005, pagg. 110

 

di María-Milagros Rivera Garretas
traduzione italiana di Alessandro Martinengo

 

 

Nel 1916 Edith Stein discusse nell'Università di Friburgo la sua tesi di dottorato, dedicata a sua madre e intitolata Zum Problem der Einfuhlung (Sul problema dell'empatia) (1). Penso che con questa tesi Edith Stein introdusse la differenza sessuale nel positivismo (chiamato pure epistemologia dell'obiettività), perché non colmò una lacuna nel metodo filosofico del suo tempo né aggiunse l'empatia a quanto già si sapeva, ma fece filosofia scegliendo di essere donna, e non a dispetto del suo sesso. In tal modo, senza rinunciare né contrapporsi a ciò che aveva imparato all'Università, mise l'empatia - un metodo conoscitivo usato dalle streghe e dalle madri, per esempio - a disposizione delle donne e degli uomini interessati alla ricerca scientifica.

Grazie al femminilizzarsi dell'Università nell'ultimo terzo del sec. XX, alcune di noi studentesse scoprimmo con sorpresa che, in parallelo al positivismo, esisteva un patrimonio di conoscenze universitarie più sostanziale e meno ingombrante, un patrimonio che non entrava in dialogo con quello che ci sentivamo spiegare a lezione, ma brillava di luce propria, in attesa di esser preso in considerazione. Scoprimmo cioè che l'indagine scientifica non è una sola, ma che dalla fine del sec. XIX esisteva una tradizione femminile della ricerca che - servendosi essa pure del metodo critico - non si lasciava sedurre dalla pretesa dell'obiettività - una pretesa impraticabile - ma si lasciava guidare dall'amore per la conoscenza e per il suo oggetto.
Quello che fa Marirì Martinengo, storica e membra della Libreria delle Donne di Milano, in questo libro sorprendente, è abbeverarsi a queste due tradizioni con la naturalezza di chi sa che la storia è storia delle donne e sa escogitare, senza ostentazione alcuna, un metodo storiografico che fa del personale un dato politico, grazie ad una mediazione inttesa nell'Università: la chiamata che un'antenata le ha fatto giungere, fin da quando era bambina, senza toglierle alcuna libertà: "Mi ha chiamato da sempre; - scrive - come chiamano i morti, si capisce, anzi, nel suo caso, la morta: con un linguaggio di segni, di sintomi, che rivestivano, in un primo tempo, quando ero molto piccola, forme di volta in volta diverse; Lei ha abitato in ogni modo sempre nella mia anima e nel mio corpo (p. 19)".

L'antenata che ha insistito nel suo richiamo si chiamava Maria Massone, ed era la nonna paterna di Marirì, che non l'ha conosciuta di persona. Maria Massone è stata una donna sottratta alla storia, perché internata in una casa di cura nel 1895, a 31 anni, in quanto sospettata di una presunta malattia psichica e perché le testimonianze della sua vita sono state meticolosamente cancellate dall'incuria, dal rispetto umano, dai pericolosi tentennamenti della psichiatria e dalle sofferenze dei suoi parenti di fronte ad una decisione inaccettabile. Ma Maria ha saputo lasciare un'impronta nella nipote Marirì, affidandole un insieme di conoscenze storiche in cambio della restituzione della memoria. "C'è una storia vivente - scrive Marirì Martinengo - annidata in ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell'inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l'immaginazione, un'immaginazione che affonda le sue radici nell'esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell'amore, non respinge le relazioni dal suo processo cognitivo (p.21)".

Maria Massone, figlia di Angela Massone (morta nel 1888), era nata a Genova, il 9 maggio 1864, in una famiglia benestante. Visse nel centro della città medioevale finché, l'8 agosto 1889, si sposò con un architetto di Savona. Nei sei anni seguenti divenne madre di due bambini e di tre bimbe. Poco tempo dopo la nascita dell'ultima bambina fu internata fino alla morte avvenuta nel 1924, quasi trent'anni più tardi. I suoi figli e figlie non la conobbero, perché furono dati a balia in campagna e non la visitarono durante la sua reclusione. "Ella, come tante altre infelici - scrive Marirì Martinengo - ebbe la sventura di vivere nel momento della massima aggressività, gravida di terribili conseguenze, della scienza psichiatrica. La sua vicenda mi ricorda, ma è solo un esempio, quella toccata alla scultrice francese Camille Claudel. Anche l'artista era nata nel 1864, anche lei fu rinchiusa in un istituto, nel quale, pure lei per trent'anni, condusse, fino alla morte, vita da reclusa" (p. 61).

Come trasformare in parole e narrare la storia vivente che si annida all'interno d'ognuno? Marirì Martinengo propone, in questo bel libro, di partire dall'assenza, dalla dimenticanza, dalle lacune nell'interpretazione dell'esistente (p. 88), senza prescindere dal silenzio del suo personaggio e dal silenzio intorno a Lei, fondendo il tutto con il mercurio della sua personale relazione con Lei, con il richiamo che Lei ha depositato nelle sue proprie viscere: "Mi baso su documenti concreti e controllabili: le immagini che conservo, sue e della famiglia, le fotografie dei luoghi in cui abitò, gli oggetti che passarono fra le sue mani, i dati anagrafici; faccio confluire nella narrazione i ricordi e i ricordi miei e di altre e altri, rendo esplicite le caratteristiche psicologiche nascoste nelle pieghe dei ritratti, non disdegno talora l'abbandono all'immaginazione ancorata alla conoscenza pratica; raccolgo tutti gli elementi, animandoli di interpretazioni e re-interpretazioni e li fondo al fuoco della mia relazione con Lei" (p. 90).
"Consideriamo incompleta una storia che si basi su indizi inconfutabili" diceva nel 1970 il Manifesto di Rivolta femminile (2). Il libro di Marirì Martinengo inaugura una prassi di scrittura della storia sostenuta dai delicatissimi puntelli [alla lettera:'spilli'] di sentimenti e ricordi che, paradossalmente, l'amore ha reso veramente inconfutabili.

Note:
1. Edith Stein, L'empatia, ed. italiana a cura di Michele Nicoletti, Milano,Franco Angeli, 1986.
2. Serena Castaldi e Liliana Caruso (a cura di), L'altra faccia della storia (quella femminile), Messina-Firenze, Casa Editrice G. d'Anna, 1975, p.13.

Testo originale in lingua spagnola

Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna "sottratta". Ricordi, immagini, documenti. Genova, ECIG, 2005, pagg. 110
María-Milagros Rivera Garretas

En 1916, Edith Stein leyó en la Universidad de Freiburg su tesis doctoral, que dedicó a su madre y tituló Zum Problem der Einfühlung (Sobre el problema de la empatía).(1) Pienso que, con esta tesis, Edith Stein dio el corte de la diferencia sexual en el positivismo (llamado también epistemología de la objetividad) porque no colmó un vacío en el método filosófico de su tiempo ni tampoco añadió la empatía a lo que ya había, sino que hizo filosofía eligiendo ser mujer, no a pesar de su sexo. De esta manera, sin desechar ni ir en contra de lo aprendido en la universidad, puso la empatía -un método de conocimiento usado por las brujas y por las madres, por ejemplo- a disposición de las mujeres y los hombres amantes del conocimiento científico.

Al feminizarse la universidad en el último tercio del siglo XX, algunas alumnas descubrimos con sorpresa que, yuxtapuesto al positivismo, había un legado de conocimiento universitario de más sustancia y menos bulto, un legado que no entraba en diálogo con lo que oíamos explicar en clase sino que brillaba por sí solo, a la espera de atención. Es decir, descubrimos que el conocimiento científico no era uno sino que desde finales del siglo XIX había una tradición femenina de investigación que, sirviéndose también ella del método crítico, no se dejaba seducir por la pretensión de objetividad -una pretensión impracticable- sino que se dejaba llevar por el amor al conocimiento y a lo conocido.

Lo que hace Marirì Martinengo, historiadora miembra de la Librería de mujeres de Milán, en este libro sorprendente, es beber de esas dos tradiciones con la naturalidad de quien sabe que la historia es la historia de las mujeres y, sin alarde alguno, componer un método historiográfico que hace de lo personal, político con una mediación inesperada en la universidad: la llamada de una antepasada que, desde niña, le ha poseído sin quitarle libertad. Me ha llamado desde siempre -escribe-; como llaman los muertos, claro, o, mejor, en su caso, la muerta: con un lenguaje de signos, de síntomas que tomaban, en una primera época, cuando yo era muy pequeña, formas distintas cada vez; Ella, en cualquier caso, ha habitado siempre en mi alma y en mi cuerpo (p. 19).

La antepasada que persistió en su llamada se llamaba Maria Massone y era la abuela paterna de Marirì, que no la conoció personalmente. Maria Massone fue una mujer sustraída a la historia: sustraída a la historia porque fue internada en una Casa de Salud en 1895, a los 31 años, acusada de una presunta enfermedad del alma, y porque los testimonios de su existencia han sido meticulosamente borrados por el descuido, por el respeto humano, por las peligrosas fluctuaciones de la psiquiatría y por el sufrimiento de sus parientes ante una decisión insoportable. Pero Maria supo dejar su huella en su nieta Marirì, brindándole un legado de sabiduría sobre la historia a cambio de restitución de su memoria. Hay una historia viviente anidada en cada una y cada uno de nosotros, -escribe Marirì Martinengo- formada por memorias, por afectos, por señales del inconsciente; no creo que solo tenga valor histórico lo que está afuera, lo que otro ha certificado, la famosa historia objetiva. Yo narro una historia viviente que no rechaza la imaginación, una imaginación que hunde sus raíces en la experiencia personal, historia más verdadera porque no borra las razones del amor, no expulsa las relaciones de su proceso cognitivo (p. 21).
Maria Massone, hija de Angela Massone (m. 1888), había nacido en Génova el 9 de mayo de 1864, en una familia acomodada. Vivió en el centro de la ciudad medieval hasta que se casó el 8 de agosto de 1889 con un arquitecto de Savona. En los seis años siguientes, fue madre de dos niños y tres niñas. Al poco de nacer la última niña, fue internada hasta su muerte en 1924, casi treinta años más tarde. Sus hijas e hijos no la conocieron, ya que fueron criados por nodrizas en el campo y no la visitaron durante su internamiento. Ella, como tantas otras desdichadas, -escribe Marirì Martinengo- tuvo la desgracia de vivir en el momento de máxima agresividad de la ciencia psiquiátrica. Su caso me recuerda, y es solo un ejemplo, el de la escultora francesa Camille Claudel. También la artista había nacido en 1864, también ella fue encerrada en una institución, en la que llevó, también ella durante treinta años, hasta la muerte, una vida de reclusa (p. 61).

¿Cómo poner en palabras y narrar la historia viviente que anida dentro de cada cual? Marirì Martinengo propone en este bello libro partir de la carencia, del descuido y de las lagunas en la interpretación de lo existente (p. 88), sin prescindir del silencio de su personaje y del silencio en torno a ella, amalgamándolo todo con el mercurio de su propia relación con Ella, con la llamada que Ella ha dejado en sus entrañas: Me baso en documentos concretos y controlables: las imágenes que conservo, suyas y de la familia, las fotografías de los sitios en los que habitó, los objetos que pasaron por sus manos, los datos del registro civil; hago confluir en la narración los recuerdos y los recuerdos de los recuerdos, míos y de otras/os, explicito características psicológicas ocultas en los pliegues de los retratos, sin desdeñar ocasionalmente el abandono a la imaginación anclada en el conocimiento práctico; recojo todos los elementos, animándolos con interpretaciones y reinterpretaciones, y los fundo al fuego de mi relación con Ella" (p. 90).

"Consideramos incompleta una historia que se ha constituido sobre indicios imperecederos", decía en 1970 el Manifesto di Rivolta Femminile.(2) Este libro de Marirì Martinengo inaugura una práctica de escritura de historia sostenida por alfileres delicadísimos de sentimientos y recuerdos que, paradójicamente, el amor ha vuelto verdaderamente imperecederos.


notas:

1. Edith Stein, Sobre el problema de la empatía, trad. de José Luis Caballero Bono, Madrid, Trotta, 2004.
2. Serena Castaldi y Liliana Caruso, eds., L'altra faccia della storia (quella femminile), Mesina-Florencia, Casa editrice G. d'Anna, 1975, p. 173.