Donne e conoscenza storica
       

Recensioni 2006

 

Marina Giovannelli, Iacoba ancilla. Biografia imperfetta di una ragazza nel Cinquecento, Postfazione di Loredana Magazzeni, Kappavu, 2006.

di Donatella Massara

 

A proposito di saperi indiziari vedi:

Bianca Pitzorno, La bambinaia francese, Mondadori, 2004

Marirì Martinengo,
La voce del silenzio, ECIG, 2005

Il libro di Marisa Giovannelli racconta, accostando gli indizi che riesce a raccogliere, la storia e l'avventura di una probabilmente molto giovane serva di Udine obbligata a seguire la padroncina che va sposa con un intellettuale insegnante a Venezia. In poche parole attraverso le lettere del padrone di Iacoba, il notaio udinese Belloni, l'autrice scopre una figura inaspettata. E' una corrispondenza fra soli uomini quella di Belloni che in comunicazione con generi, figli e altri personaggi, fra le varie faccende, dirime le sorti della famiglia, affari di non poco conto che comprendono lamentele, contrattazioni sulle doti, suggerimenti e anche speranze su come potrebbe risolversi per il meglio una gravidanza. Iacoba salta fuori all'improvviso, nel mezzo del carteggio con il genero. S'impone perché il trasferimento a Venezia è per lei intollerabile, piange in continuazione - dice la lettera - e probabilmente si lascia andare a scene isteriche. Il notaio venutone a conoscenza, attraverso voci riportategli, le ritiene inammissibili e addebita alla imbecillitas del sesso femminile, alla mollezza delle donne, in altre parole, chiamata in quel tempo a giustificare i comportamenti anormali delle donne. Per esempio nei processi per stregoneria del tardo seicento l'imbecillitas sexus spiega le confessioni diventate ormai troppo stravaganti delle imputate che sotto tortura fantasticavano eventi prodigiosi.

Iacoba ricompare nella corrispondenza preoccupando ulteriormente il padrone allorché dopo qualche mese è annunciato un suo matrimonio clandestino. Tutte prove di una indipendenza della ragazza che i pochi indizi mettono in evidenza. Per raccontarci ciò che le fonti ridurrebbero a qualche riga l'autrice usa la deduzione e l'intuizione; con maestria ci convince inserendo la vicenda di Iacoba in un ricco quadro storico che presenta Venezia, fra le prime città d'Europa, con 150.000 abitanti del tempo contro gli 80.000 di oggi. Un luogo che poteva spaventare una giovane serva mandata a lavorare in mezzo a colleghe forse non particolarmente affettuose e a una situazione nuova dove sentiva di essere minacciata. Forse anche per questo si sposa, clandestinamente, essendo che il matrimonio, come quello che tentarono Lucia e Renzo, di solito chiedeva il consenso dei parenti o dei padroni per le serve e i servi.
<<Fu dunque un desiderio eccessivo di libertà che consentì a Iacoba di trovare un posto nelle carte del notaio. Se la sua esistenza si fosse snodata entro i confini della normalità, senza scarti e intemperanze, non se ne sarebbe mantenuto particolare ricordo.>> La citazione sta nella presentazione di Annalisa Comuzzi pubblicata sul sito della casa editrice Kappavu che ha pubblicato il libro; chi vuole leggerla troverà molto di più sulla presentazione della trama e anche dei motivi più forti del libro.

Per parte mia segnalo alcuni giudizi, tagli storici che per me sono i più appropriati. L'accostamento con le streghe, per esempio colpevoli di comportamenti nocivi, nei processi e nella visione comune dei potenti - come dice la scrittrice. Chi comandava condannava il comportamento subalterno quando non corrispondeva alle proprie aspettative come Iacoba, serva che urla, piange e non ha autocontrollo. E' questo sguardo nel libro che mi è molto piaciuto quello che individua la modernità della condizione di Iacoba, gli elementi di "novità" del suo comportamento, rintracciabile nella resistenza che oppone al trasferimento ma anche nella scelta del matrimonio clandestino.


E' interessante che la storica non sottostia a una ovvia lettura del presente, a una estrapolazione di convenienza che persegue il disordine di oggi per comprendere l'ordine di ieri, non ci sta a vedere in Iacoba l'umile serva assimilabile all'altrettanto umile badante dei nostri tempi. Iacoba infatti non è affatto umile, prima di tutto e inoltre non sembra affatto una diseredata. Ha una collocazione professionale. Trovare qualcuna che la sostituisca non sembra affare facile. Se la contendono due famiglie e nonostante il suo dialetto ridicolo e rozzo nel contesto della fluente parlata veneziana trova pure un marito Sebastiano per il quale era evidentemente attraente e preziosa.

Nel testo, insieme al racconto verosimile e proponibile di Iacoba, escono con un loro profilo anche altri protagonisti della vicenda, gli uomini e le donne che ne sono le compagne, mogli, madri e figlie, oggetti della loro corrispondenza. In questo racconto colpisce l'avidità del professor Robertello il genero del notaio che per essere sicuro di ricevere tutto quanto gli spetta per la dote di Camilla 'convince' Iacoba a seguire lui e la moglie sulla laguna veneta. E acutamente commenta Marina Giovannelli accostando le due mentalità quella colta del professore e quella popolare di Iacoba
<<Cosa potevano offrire alla comprensione o all'emozione di Iacoba le preclare doti intellettuali del professore, a parte una generica ammirazione per quell'aura di notorietà che l'accompagnava e di cui comunque la ragazza poteva avere avuto percezione solo dall'interno della famiglia del notaio ?
Certo non le diceva nulla che sapesse di greco oltre che di latino, che traducesse e commentasse Aristotele, che si accapigliasse con i più sottili studiosi della Repubblica su questioni d'interpretazione. Una volta che lo sgomento di trovarsi in una situazione indesiderata fosse diventato più forte della suggestione per quell'uomo preso dai suoi studi, non c'erano in lei motivi profondi per ammirarlo.
Avrebbe potuto colpire in modo molto maggiore la mente di Iacoba un tipo di sapere che trovasse qualche riscontro nel suo mondo: forse un prete avrebbe saputo usare parole più convincenti, appellarsi ad una volontà superiore, minacciare punizioni extraterrene, forse una semplice donna come quella Giacoma Pittacola che aveva da poco cominciato a praticare in borgo Grazzano a Udine e sapeva d'erbe e rimedi quanto di preenti e filtri d'amore avrebbe sì sucitato in lei un'ammirazione sincera perchè di quella cultura legata alle forze oscure ma potenzalmente amiche delle piante, degli oggetti e dei segni, quel mondo magico che qualcuno era in grado di volgere al bene o al male delle persone, quelle invocazioni alla Vergine e ai santi farfugliate in una lingua che non era più latino e non era solo friulano, con ogni probabilità si radicava in lei e significva più di qualsiasi disquisizioe sulle orazioni di Cicerone e incideva sugli eventi più di quelle strane parole come "bene juvante Mercurio" o "Iunone secunda" che usavano tra loro i suoi padroni, notaio e professore.>>

(Marina Giovannelli, Iacoba ancilla. Biografia imperfetta di una ragazza nel Cinquecento, pag. 65)