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Mino Rossi, Nostra signora del Risorgimento. Cristina di Belgiojoso, Edizioni Franciacorta, Brescia, 2004).
di Giulia Gentile

Cade nel bicentenario dell'Editto napoleonico di Saint Cloud, datato1804, la pubblicazione di Nostra signora del Risorgimento di Mino Rossi (Brescia, Edizioni Franciacorta, 2004), uno dei maggiori studiosi della pensatrice risorgimentale Cristina di Belgiojoso, che - attraverso l'accurata analisi di un manoscritto a firma della cognata Luigia Visconti d'Aragona - tenta di fare luce sulle molte ragioni che contribuirono a ricoprire con uno spesso strato di polvere la vita e l'originale pensiero di Cristina, giornalista, patriota, intellettuale profonda del nostro Ottocento, di cui per decenni dopo la sua morte si persero del tutto le tracce.

All'Editto francese si deve l'istituzione di aree cimiteriali esterne alle mura cittadine. Nemmeno settant'anni dopo, il 5 luglio 1871, la principessa di Belgiojoso muore nella casa milanese del genero senza che ne venga data notifica alla Parrocchia competente, né le vengano impartiti i sacramenti. Da qui prende il via il "giallo" legato alla morte e alla sepoltura di Cristina, svelato da Rossi attraverso estenuanti ricerche negli archivi anagrafici di Milano e Locate. Per trentacinque anni la sua figura scompare dal ricordo di famigliari e conoscenti:

"La nobiltà milanese non amava che si parlasse di lei, che aveva trasgredito ad ogni elementare regola del vivere civile e aristocratico. Sua figlia, sposa al marchese Trotti Bentivoglio, le erige un sarcofago di pietra nel cimitero di Locate, pur sapendo che dentro non c'era il corpo di sua madre, e vi fa includere due lapidi che riconducono tutta l'opera di Cristina ad un soccorso di carità, seguendo l'aureo modello della Regina Margherita, senza però valutarne le differenze" (Rossi, Op. cit., p. 4).


Della morte di questa donna dunque - anche per la scomunica subita negli anni della Repubblica Romana e per la scomoda posizione della figlia Maria, aspirante dama di compagnia della regina Margherita - non è mai stato notificato nulla. Solo qualche anno dopo la morte, in ossequio alle volontà della potente famiglia Trivulzio, sul Registro dell'archivio generale vescovile viene annotato che 1. all'atto della morte di Cristina non era stata, in effetti, data notifica alcuna 2. era stato comunque dato il viatico alla Principessa (cosa del tutto improbabile) 3. Le ragioni della morte non erano chiare.
Il luogo stesso in cui era stata sepolta la Belgiojoso è stato completamente dimenticato negli anni, e si sarebbe perduto se non fosse stato per il piccolo monumento funebre fatto erigere lì accanto dalla figlia.

Nemmeno il Comune di Locate, dove la pensatrice era nata, ne ricordava l'esistenza. Senza parlare poi del fatto che gli scritti di Cristina sono sparsi in numerosissime biblioteche e catalogati sotto una innumerevole variabile di nomi, che ne rende machiavellico il reperimento: Trivulzio, Belgiojoso, Belgioioso, ecc. Insomma, tutto contribuiva - e tutt'oggi contribuisce - a produrre caos sulla vita e la produzione letteraria di una delle menti più acute ed originali del Risorgimento. Del resto, come lo stesso Rossi sottolinea perfettamente, dentro la mitologia del suo tempo che individuava nella sfera politica una dimensione connotata sessisticamente come maschile, fin dagli anni Trenta dell'Ottocento la Belgiojoso si è posta come la prima personalità a pensare la politica in Italia come strumento di emancipazione delle masse povere, delle categorie più disagiate della società. E quindi come un "maschiaccio" poco diplomatico.

Datato 1888, il manoscritto di Luigia d'Aragona denominato Notizie che Rossi esamina nella parte centrale del saggio, dopo averne contestualizzato dal punto di vista storico e culturale la stesura, danno ragione del "misterioso" e discriminatorio oblio cui si decide di destinare la figura di una donna "scomoda" come la Belgiojoso, pensatrice politica e ribelle attivista patriottica. Sebbene, infatti, la marchesa d'Aragona fosse legata a Cristina da un affetto tale che spingeva la principessa a chiamare la cognata con il vezzeggiativo di "Gigia", le Notizie sono il frutto della volontà della famiglia prima, e dell'alta società lombarda poi, di "smussare ogni asperità risorgimentale dell'operare della principessa" , evidenziandone al contrario gli aspetti altruistici e di beneficenza (gli asili aperti nella sua Locate per le figlie dei contadini, la sua attività filantropica…) del tutto ripuliti dal ben più profondo basamento politico ed intellettuale.

Lette come cartina al tornasole di una società chiusa e puritana come quella lombarda nell'Italia post-risorgimentale, le Notizie ci fanno invece capire tutto il contrario di quanto vorrebbero dimostrare: la portata cioè rivoluzionaria del pensiero di Cristina, per le critiche alle derive della Chiesa cattolica e per le pragmatiche azioni di riforma sociale.


Merito di Rossi, oltre a quello di aver fatto chiarezza sulle sorti delle spoglie della principessa e sul perché il suo personaggio sia stato per tanto tempo cancellato dalla memoria, anche il fatto di aver dedicato tanti anni della sua esistenza allo studio ed alla raccolta delle opere di Cristina, perché - confessa - "fin da giovane mi accorsi che tutto ciò che di migliore esiste al mondo è di genere femminile".