La biografia di
un angelo in fuga dai tormenti dell'esistenza. Un angelo, l'angelo
inconsolabile, l'angelo devastato: così chi amava e frequentava
Annemarie Schwarzenbach era solito definire la ricca e colta giovane
svizzera dall'aspetto androgino e dalla vita sofferta, a sottolineare
proprio lo smaccato contrasto fra una bellezza da cherubino e un'esistenza
ai limiti della "dannazione" segnata dalla dipendenza dalle
droghe e dall'instabilità emotiva. Scrittrice e giornalista,
viaggiatrice e fotografa di spiccata curiosità per le società
"altre", dopo la sua morte prematura (giunta a soli 34 anni,
nel 1942) venne completamente dimenticata in Patria ed all'estero
fino alla metà degli anni '80, quando l'editore svizzero Huber
iniziò a ripubblicare autori suoi conterranei caduti nell'oblio.
Questa biografia, proposta qualche anno fa e di recente ripubblicata
dalla casa editrice Tufani - che ormai da anni si adopera per salvare
dalla polvere gli scritti di molte autrici poco note - unisce le approfondite
ricerche e le interviste ad amici e parenti di Annemarie condotte
dalla germanista e giornalista Areti Georgiadou, al lavoro di traduzione
dell'italiana Tina D'Agostini, che della passione per la scrittrice
elvetica ne ha fatto in passato argomento di Tesi di Laurea, ricevendo
in seguito contributi dallo stesso governo svizzero per proseguire
i suoi studi.
Figlia di uno
dei più facoltosi industriali svizzeri dell'epoca, bellissima
e ricchissima ma dalla fatale carica autodistruttiva, Annemarie Schwarzenbach
conduce un'esistenza fulminante nella bramosa ricerca di un equilibrio,
in una sorta di moderna odissea trascorsa in fuga dagli spettri di
una famiglia borghese e benpensante che malvolentieri accoglie l'aperta
omosessualità e le stravaganze di una figlia ribelle, ed allo
stesso tempo in fuga da un'Europa degli anni '20 e '30 in bilico sul
precipizio della guerra e del Nazifascismo.
"La lontananza per Annemarie diventa un programma di vita e l'unica
possibilità per reagire alla profonda crisi europea",
spiega Georgiadou nella Premessa a La vita in pezzi : e così
è. Negli anni degli studi si iscrive a Storia e Letteratura
a Zurigo (1927), per emanciparsi dal soffocante rapporto con l'opprimente
ed apprensiva madre che per tutta la vita cercherà di instaurare
con la figlia prediletta quel rapporto di morbosa esclusività
che tanto nuocerà alla formazione psichica di Annemarie. E
dalla cittadina svizzera l'angelo ribelle spicca il volo: dall'autunno
del 1928 è a Parigi, dove si getta con entusiasmo nell'entourage
bohémien fatto di attori, pittori, scrittori e caffè
fumosi a Montparnasse. E' di questo periodo il primo approccio alla
scrittura: tre racconti alimentati di dolore e solitudine che mettono
già in evidenza come la scrittura per la giovane non possa
che essere una sorta di terapia, un esercizio per porre un freno alle
sue più intime angosce legate anche ai problemi dell'amore
omosessuale.
A ventidue anni Annemarie entra a far parte del gruppo di intellettuali
che ruota attorno ad Erika e Klaus Mann. In particolare, la combattiva
figlia di Thomas Mann giocherà un ruolo di primo piano nell'esistenza
della fragile Annemarie: unica donna in grado di competere senza paura
con la dispotica madre, sarà di fondamentale sostegno per la
Schwarzenbach nel conflittuale processo di distacco dalla casa paterna.
Fra le due si instaura ben presto un quotidiano rapporto epistolare
che, malgrado l'ascesa di Hitler e la conseguente fuga negli Stati
Uniti della famiglia Mann, non verrà mai interrotto fino alla
morte prematura di Annemarie, e sarà di grande sostegno per
la donna nei suoi più cupi momenti di depressione.
Mentre la compagnia di amici si sfascia con l'esilio dei Mann, e in
Europa si accendono i primi presagi dell'imminente catastrofe, nell'autunno
del 1933 Annemarie intraprende il suo primo viaggio in Persia attraverso
l'Anatolia, la Siria, il Libano, la Palestina, l'Iraq. La giovane
donna trascorre sette mesi in un'Asia invernale, visitando rovine
e scavi, moschee e bazar, e cercando nell''arcaicità e nella
semplicità mediorientale quella purezza di vita che il mondo
"moderno" devastato dall'odio e dalle guerre sembra negarle.
Le sue impressioni vengono accuratamente trascritte in una sorta di
diario di viaggio, pubblicato nel 1934 a Zurigo col titolo Inverno
in Asia Anteriore.
E' dell'aprile del '34 la decisione di rientrare in Svizzera, attraverso
l'Unione Sovietica. Ma questo sarà solo il primo "arrivederci"
al Medioriente: queste terre diventeranno per lei luogo d'elezione
in cui confrontarsi con sé stessa e con il mondo. "Qui,
dove ha inizio la storia della cultura europea, lei celebrerà
il suo distacco dall'Europa. (
) Le montagne persiane saranno
il grande scenario del suo male di vivere, della sua mancanza di patria
e della sua condizione di sradicata" .
Come per Gauguin e Rimbaud, e come per le molte altre donne che -
negli stessi anni - battono la sua stessa rotta anche per la Schwarzenbach
il viaggio diviene, dunque, l'unico modo per reagire alla crisi della
civiltà e dell'individuo: i suoi stessi testi - racconti e
resoconti - dall'Oriente, non si configurano mai come scritti di carattere
turistico-informativo, ma piuttosto come trascrizioni di stati d'animo
in quei luoghi lontani. Stati d'animo in cui aleggia, imperante, un
desiderio di morte percepito come sollievo ai mali terreni ma mai
assecondato fino in fondo, con la consapevolezza che è proprio
quel male di vivere la principale musa ispiratrice della propria arte
scrittoria.
Si aggrava, in questi anni, la dipendenza di Annemarie dalla droga,
che sfocerà in numerosi ricoveri e tentativi falliti di disintossicazione,
e porterà la donna a rendersi sempre più ingestibile
anche nei rapporti con gli amici più intimi.
Dopo un matrimonio di convenienza con l'amico e diplomatico francese
Claude Achille Clarac, portato a termine anche con la speranza di
riconciliarsi con la famiglia, la Schwarzenbach riparte per l'Oriente
cogliendo l'occasione di accompagnare il marito ad un campo di vacanza
ai piedi del massiccio del Damavand, dove viene definito il suo ultimo
scritto chiamato, nella stesura finale, La valle felice . Al ritorno
dalla Persia, eventi di ogni genere travolgono la donna: nuovi tentativi
falliti di disintossicazione, la ripresa frequentazione dei Mann,
la drammatica relazione con la baronessa Margareth Von Opel che, durata
tre anni, la conduce fino in America precipitandola in un rapporto
ossessivo che la fa entrare ed uscire da case di cura.
Nella speranza di dimostrare a sé stessa ed a Erika Mann quanto
il viaggio ed il lavoro di giornalista possano avere effetti positivi
sulla sua salute psicofisica, nel gennaio del 1937 Annemarie intraprende
due viaggio negli Stati Uniti insieme all'amica Barbara Hamilton-Wright,
alla scoperta degli effetti sociali della "grande depressione":
il primo nelle regioni carbonifere intorno a Pittsburgh, il secondo
nella desolazione degli Stati del Sud. Il viaggio ha intenti documentaristici
alti: le due donne incontrano i sindacalisti e si informano sulle
lotte operaie; Annemarie si allontana dalla fotografia di viaggio
classica per avvicinarsi alla fotografia documentaria. I resoconti
vengono pubblicati su giornali e riviste svizzere, la Schwarzenbach
è ormai una scrittrice e giornalista affermata.
Tornata in Europa nella primavera del '37, la giovane e intraprendente
reporter prosegue il suo vagabondare inquieto attraverso l'Europa
continentale, la Scandinavia e la Russia. I problemi con la droga
si fanno, tuttavia, sempre più gravi, come più frequenti
i ricoveri in casa di cura.
Quando nel settembre del 1939 esce La valle felice è già
scoppiata la Seconda guerra mondiale, e Annemarie si trova insieme
alla giornalista ed esperta viaggiatrice Ella Maillard in Afghanistan,
dov'era giunta all'inizio di settembre dopo un avventuroso viaggio
in automobile durato tre mesi attraverso l'Italia, la Yugoslavia,
la Bulgaria, la Turchia e la Persia .
La crisi fra la due amiche, scatenata anche dalla pesante dipendenza
di Annemarie dalle droghe, porta ad una separazione fra le due: giunta
da sola a Bombay, Annemarie rientra in Europa per consegnare il materiale
sull'Afghanistan e ripartire per gli Stati Uniti, dove intende affiancare
l'"Emergency rescue committee" nella difesa agli oppositori
di Hitler in esilio, insieme ai Mann.
L'ennesima lite furibonda con la Von Opel, con cui tenta la convivenza
in questo periodo, porta Annemarie ad un'esperienza che lascia una
cicatrice incancellabile nella sua già fragile psiche: l'intervento
della polizia provoca una successiva diagnosi di schizofrenia ed il
conseguente ricovero nel famigerato Bellevue hospital, che le riserva
un trattamento inumano, senza badare ai privilegi concessi alle sue
origini che fino ad allora l'avevano sempre protetta nei momenti più
critici.
Tornata in Svizzera, la stessa madre non può più sopportare
l'ingombrante presenza di una figlia tossicomane e portatrice di scandalo:
è lei ad indurla ad affrontare quello che sarà il suo
ultimo viaggio, in Africa, nella primavera del 1941. Gli scritti prodotti
in Congo Belga non si distaccano, del resto, dal suo ormai consolidato
stile: anche qui tristezza e riflessione esistenziale sono i temi
principali, esperiti da alter ego maschili che troppo assomigliano
a lei nei lineamenti e nelle esperienze di vita per non nascondere
una vena amaramente autobiografica.
La morte, tante volte cercata negli anni della droga, giunge beffarda
nell'estate del 1942 nell'amato ritiro di Sils, in Engadina, a seguito
di un trauma cranico riportato in un banale incidente in bicicletta.
Finisce così la corsa di un angelo che ha fatto del dolore
l'opposizione estetica alle brutture della vita e del mondo, e la
cui testimonianza di giornalista e scrittrice si vorrebbe non cadesse
nelle ceneri del tempo.