Donne e conoscenza storica
       

 

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Annemarie Schwarzenbach, Oltre New York. Reportage e Fotografie 1936-1938, Il Saggiatore, 2004
recensione di Donatella Massara

Areti Georgiadou, La vita in pezzi. Una biografia di Annemarie Schwarzenbach, Ferrara, Tufani, traduzioni Tina D'Agostini, 1998

di Giulia Gentile

 

 

La biografia di un angelo in fuga dai tormenti dell'esistenza. Un angelo, l'angelo inconsolabile, l'angelo devastato: così chi amava e frequentava Annemarie Schwarzenbach era solito definire la ricca e colta giovane svizzera dall'aspetto androgino e dalla vita sofferta, a sottolineare proprio lo smaccato contrasto fra una bellezza da cherubino e un'esistenza ai limiti della "dannazione" segnata dalla dipendenza dalle droghe e dall'instabilità emotiva. Scrittrice e giornalista, viaggiatrice e fotografa di spiccata curiosità per le società "altre", dopo la sua morte prematura (giunta a soli 34 anni, nel 1942) venne completamente dimenticata in Patria ed all'estero fino alla metà degli anni '80, quando l'editore svizzero Huber iniziò a ripubblicare autori suoi conterranei caduti nell'oblio.
Questa biografia, proposta qualche anno fa e di recente ripubblicata dalla casa editrice Tufani - che ormai da anni si adopera per salvare dalla polvere gli scritti di molte autrici poco note - unisce le approfondite ricerche e le interviste ad amici e parenti di Annemarie condotte dalla germanista e giornalista Areti Georgiadou, al lavoro di traduzione dell'italiana Tina D'Agostini, che della passione per la scrittrice elvetica ne ha fatto in passato argomento di Tesi di Laurea, ricevendo in seguito contributi dallo stesso governo svizzero per proseguire i suoi studi.

Figlia di uno dei più facoltosi industriali svizzeri dell'epoca, bellissima e ricchissima ma dalla fatale carica autodistruttiva, Annemarie Schwarzenbach conduce un'esistenza fulminante nella bramosa ricerca di un equilibrio, in una sorta di moderna odissea trascorsa in fuga dagli spettri di una famiglia borghese e benpensante che malvolentieri accoglie l'aperta omosessualità e le stravaganze di una figlia ribelle, ed allo stesso tempo in fuga da un'Europa degli anni '20 e '30 in bilico sul precipizio della guerra e del Nazifascismo.
"La lontananza per Annemarie diventa un programma di vita e l'unica possibilità per reagire alla profonda crisi europea", spiega Georgiadou nella Premessa a La vita in pezzi : e così è. Negli anni degli studi si iscrive a Storia e Letteratura a Zurigo (1927), per emanciparsi dal soffocante rapporto con l'opprimente ed apprensiva madre che per tutta la vita cercherà di instaurare con la figlia prediletta quel rapporto di morbosa esclusività che tanto nuocerà alla formazione psichica di Annemarie. E dalla cittadina svizzera l'angelo ribelle spicca il volo: dall'autunno del 1928 è a Parigi, dove si getta con entusiasmo nell'entourage bohémien fatto di attori, pittori, scrittori e caffè fumosi a Montparnasse. E' di questo periodo il primo approccio alla scrittura: tre racconti alimentati di dolore e solitudine che mettono già in evidenza come la scrittura per la giovane non possa che essere una sorta di terapia, un esercizio per porre un freno alle sue più intime angosce legate anche ai problemi dell'amore omosessuale.
A ventidue anni Annemarie entra a far parte del gruppo di intellettuali che ruota attorno ad Erika e Klaus Mann. In particolare, la combattiva figlia di Thomas Mann giocherà un ruolo di primo piano nell'esistenza della fragile Annemarie: unica donna in grado di competere senza paura con la dispotica madre, sarà di fondamentale sostegno per la Schwarzenbach nel conflittuale processo di distacco dalla casa paterna. Fra le due si instaura ben presto un quotidiano rapporto epistolare che, malgrado l'ascesa di Hitler e la conseguente fuga negli Stati Uniti della famiglia Mann, non verrà mai interrotto fino alla morte prematura di Annemarie, e sarà di grande sostegno per la donna nei suoi più cupi momenti di depressione.
Mentre la compagnia di amici si sfascia con l'esilio dei Mann, e in Europa si accendono i primi presagi dell'imminente catastrofe, nell'autunno del 1933 Annemarie intraprende il suo primo viaggio in Persia attraverso l'Anatolia, la Siria, il Libano, la Palestina, l'Iraq. La giovane donna trascorre sette mesi in un'Asia invernale, visitando rovine e scavi, moschee e bazar, e cercando nell''arcaicità e nella semplicità mediorientale quella purezza di vita che il mondo "moderno" devastato dall'odio e dalle guerre sembra negarle. Le sue impressioni vengono accuratamente trascritte in una sorta di diario di viaggio, pubblicato nel 1934 a Zurigo col titolo Inverno in Asia Anteriore.
E' dell'aprile del '34 la decisione di rientrare in Svizzera, attraverso l'Unione Sovietica. Ma questo sarà solo il primo "arrivederci" al Medioriente: queste terre diventeranno per lei luogo d'elezione in cui confrontarsi con sé stessa e con il mondo. "Qui, dove ha inizio la storia della cultura europea, lei celebrerà il suo distacco dall'Europa. (…) Le montagne persiane saranno il grande scenario del suo male di vivere, della sua mancanza di patria e della sua condizione di sradicata" .
Come per Gauguin e Rimbaud, e come per le molte altre donne che - negli stessi anni - battono la sua stessa rotta anche per la Schwarzenbach il viaggio diviene, dunque, l'unico modo per reagire alla crisi della civiltà e dell'individuo: i suoi stessi testi - racconti e resoconti - dall'Oriente, non si configurano mai come scritti di carattere turistico-informativo, ma piuttosto come trascrizioni di stati d'animo in quei luoghi lontani. Stati d'animo in cui aleggia, imperante, un desiderio di morte percepito come sollievo ai mali terreni ma mai assecondato fino in fondo, con la consapevolezza che è proprio quel male di vivere la principale musa ispiratrice della propria arte scrittoria.
Si aggrava, in questi anni, la dipendenza di Annemarie dalla droga, che sfocerà in numerosi ricoveri e tentativi falliti di disintossicazione, e porterà la donna a rendersi sempre più ingestibile anche nei rapporti con gli amici più intimi.
Dopo un matrimonio di convenienza con l'amico e diplomatico francese Claude Achille Clarac, portato a termine anche con la speranza di riconciliarsi con la famiglia, la Schwarzenbach riparte per l'Oriente cogliendo l'occasione di accompagnare il marito ad un campo di vacanza ai piedi del massiccio del Damavand, dove viene definito il suo ultimo scritto chiamato, nella stesura finale, La valle felice . Al ritorno dalla Persia, eventi di ogni genere travolgono la donna: nuovi tentativi falliti di disintossicazione, la ripresa frequentazione dei Mann, la drammatica relazione con la baronessa Margareth Von Opel che, durata tre anni, la conduce fino in America precipitandola in un rapporto ossessivo che la fa entrare ed uscire da case di cura.
Nella speranza di dimostrare a sé stessa ed a Erika Mann quanto il viaggio ed il lavoro di giornalista possano avere effetti positivi sulla sua salute psicofisica, nel gennaio del 1937 Annemarie intraprende due viaggio negli Stati Uniti insieme all'amica Barbara Hamilton-Wright, alla scoperta degli effetti sociali della "grande depressione": il primo nelle regioni carbonifere intorno a Pittsburgh, il secondo nella desolazione degli Stati del Sud. Il viaggio ha intenti documentaristici alti: le due donne incontrano i sindacalisti e si informano sulle lotte operaie; Annemarie si allontana dalla fotografia di viaggio classica per avvicinarsi alla fotografia documentaria. I resoconti vengono pubblicati su giornali e riviste svizzere, la Schwarzenbach è ormai una scrittrice e giornalista affermata.
Tornata in Europa nella primavera del '37, la giovane e intraprendente reporter prosegue il suo vagabondare inquieto attraverso l'Europa continentale, la Scandinavia e la Russia. I problemi con la droga si fanno, tuttavia, sempre più gravi, come più frequenti i ricoveri in casa di cura.
Quando nel settembre del 1939 esce La valle felice è già scoppiata la Seconda guerra mondiale, e Annemarie si trova insieme alla giornalista ed esperta viaggiatrice Ella Maillard in Afghanistan, dov'era giunta all'inizio di settembre dopo un avventuroso viaggio in automobile durato tre mesi attraverso l'Italia, la Yugoslavia, la Bulgaria, la Turchia e la Persia .
La crisi fra la due amiche, scatenata anche dalla pesante dipendenza di Annemarie dalle droghe, porta ad una separazione fra le due: giunta da sola a Bombay, Annemarie rientra in Europa per consegnare il materiale sull'Afghanistan e ripartire per gli Stati Uniti, dove intende affiancare l'"Emergency rescue committee" nella difesa agli oppositori di Hitler in esilio, insieme ai Mann.
L'ennesima lite furibonda con la Von Opel, con cui tenta la convivenza in questo periodo, porta Annemarie ad un'esperienza che lascia una cicatrice incancellabile nella sua già fragile psiche: l'intervento della polizia provoca una successiva diagnosi di schizofrenia ed il conseguente ricovero nel famigerato Bellevue hospital, che le riserva un trattamento inumano, senza badare ai privilegi concessi alle sue origini che fino ad allora l'avevano sempre protetta nei momenti più critici.
Tornata in Svizzera, la stessa madre non può più sopportare l'ingombrante presenza di una figlia tossicomane e portatrice di scandalo: è lei ad indurla ad affrontare quello che sarà il suo ultimo viaggio, in Africa, nella primavera del 1941. Gli scritti prodotti in Congo Belga non si distaccano, del resto, dal suo ormai consolidato stile: anche qui tristezza e riflessione esistenziale sono i temi principali, esperiti da alter ego maschili che troppo assomigliano a lei nei lineamenti e nelle esperienze di vita per non nascondere una vena amaramente autobiografica.
La morte, tante volte cercata negli anni della droga, giunge beffarda nell'estate del 1942 nell'amato ritiro di Sils, in Engadina, a seguito di un trauma cranico riportato in un banale incidente in bicicletta. Finisce così la corsa di un angelo che ha fatto del dolore l'opposizione estetica alle brutture della vita e del mondo, e la cui testimonianza di giornalista e scrittrice si vorrebbe non cadesse nelle ceneri del tempo.