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in questo sito su Storia delle donne nella Grecia antica
di Gabriella Freccero:

A scuola da Aspasia

Aspasia e Saffo antimetafisiche

Cristiana Franco, Senza ritegno. Il cane e la donna nell'immaginario della Grecia antica, Il Mulino, 2003

di Gabriella Freccero

Con grande disappunto delle antichiste, la maggior parte dei riferimenti culturali che riguardano le donne nella letteratura greca sono fortemente misogini.
Esistono tuttavia due veri capisaldi della misoginia greca, il mito della creazione di Pandora in Le opere e i giorni di Esiodo e il passo dell'Odissea che narra l'incontro di Odisseo ed Agamennone agli inferi dove quest'ultimo ragguaglia l'eroe dalle mille avventure sul tragico destino che lo attese a casa: l'uccisione architettata dalla moglie Clitemnestra.

Esiodo racconta che nel creare la prima donna ogni dio offrì un dono al nuovo essere, ed Ermes per non essere da meno le infuse un'indole cagnesca (kyneon noon) e una natura ladra.
Agamennone non trova di meglio per definire la spietatezza e l'enormità del gesto della moglie che dire che non vi è nulla di più terribile e più cane di una donna che uccida il proprio marito.
Come spiegare l'accostamento ingiurioso di donne dalla natura perversa con l'animale che dalle stesse fonti letterarie greche è considerato - oggi come allora - come il migliore amico dell'uomo? Che significato ha dare della faccia di cane a qualcuno, e perché le donne incappano tanto spesso in questa ingiuria?

Cristiana Franco risponde all'interrogativo in questo saggio che costituisce il testo della sua tesi di dottorato; occorre innanzitutto considerare la posizione del cane nell'immaginario greco. Poiché dare del cane a qualcuno significa denunciarne la mancanza di pudore e ritegno, perché considerare il cane l'animale più spudorato del bestiario greco?
Già secondo Lévi-Strauss la posizione del cane (che egli studia nell'età contemporanea) dipende dalla sua natura di soggetto metonimico, al confine tra la società umana e quella animale; nella gerarchia del mondo animale egli è senza dubbio ai vertici della classifica, in quanto gli si riconoscono qualità come la fedeltà, l'intelligenza, la devozione; ma nella società umana esso è collocato agli ultimi posti, si ciba di avanzi, dipende dalla volontà del padrone. La sua partecipazione alla vita degli uomini (metonimicità) lo coinvolge nel rispetto di un codice etico, mentre non esiste una simile aspettativa per altri animali che l'uomo tiene vicino (cavalli asini bestiame ecc) né tanto meno per le belve feroci. Dal cane ci si aspetta fedeltà, riconoscimento, spontanea collaborazione, a seguito di un patto che si è stabilito con il padrone attraverso il cibo che gli viene elargito. Ma la sua natura animale lo spinge a volte a comportamenti incontinenti, aggressivi, devianti, che ne fanno un ambiguo compagno per l'uomo.

Nei poemi omerici il cane è l'animale fidato per eccellenza (aiuta l'uomo, condivide la sua mensa, è aggressivo verso i nemici del padrone); rimane celeberrimo l'episodio del riconoscimento di Odisseo ancora travestito da mendicante da parte del vecchissimo cane Argo. Il cane è ammesso alla tavola dei padroni, consuma cibo cotto e derivati del grano come pane e focacce; è anche però il mangiatore di carne sanguinolenta, il necrofago spazzino cui si minaccia di gettare il corpo dell'avversario dopo averlo fatto a pezzi.
Altre devianze canine: Esopo racconta in alcune favole la disobbedienza del cane da pastore che si fa sedurre dal lupo che gli promette di spartire il bottino di pecore. Se nel cane prende il sopravvento la componente ferina si dice dominato dalla lyssa, la rabbia come malattia specifica della sua specie - prende il nome da lykos, lupo - come nel famoso mito di Atteone sbranato da suoi cani da caccia. Eppure Platone nella Repubblica paragona la virtù che dovrebbero possedere i governanti all' assennatezza del cane, aggressivo solo coi nemici e benevolo con gli amici. Rimane però sullo sfondo il tratto canino aggressivo, se nella zoologia greca alcuni animali prendevano il nome dal cane, esistendo già i kynes thalattoi, o pesci-cani, e le scimmie testa-di- cane dette kynokephaloi (i nostri babbuini). Anche in botanica la mordacità del cane serviva a descrivere la rosa canina - kynosbatos o rovo del cane - e il pankynion un'alga acquatica, piante entrambe velenose.

Nell'episodio celeberrimo del riconoscimento di Odisseo da parte del cane Argo viene messo in rilievo che il legame tra i due si stabilì proprio perché fu Odisseo a nutrirlo giorno per giorno, e così il cane contrasse il debito di riconoscenza legato al suo nutritore. Il cane diviene così un philos, un appartenente alla ristretta cerchia familiare del padrone, non necessariamente costituita da uguali a lui, ma dove la subordinazione dei figli, della moglie, del cane, dei servi non impediscono l'esistenza di un legame di solidarietà.
Il cane occupa un posto molto in basso nella scala gerarchica familiare, ma ne fa comunque parte dopo la moglie e i figli e prima del maiale, come ci informa Aristofane nel finale delle Vespe.

Inizia ad essere più chiaro il significato dell'insulto: << Cane!>> che circola tanto spesso nei poemi omerici, nelle zuffe tra eroi ed anche nelle controversie tra dei. Dare del cane a qualcuno significa rimetterlo al suo posto, cioè umiliarlo pubblicamente e respingerlo in basso nella gerarchia sociale al posto previsto per chi occupa una posizione subordinata. Anche il sommo Zeus nell'Iliade apostrofa rabbioso Era dicendole che nulla è più cane di lei, infuriato per l'aiuto della moglie agli Achei e intendendo rintuzzare la sua presa di posizione.

Non sorprende allora che l'accusa di cagneria sia rivolto tanto spesso alle donne; donne e cani condividono nell'immaginario ellenico la posizione di metonimicità con la società degli uomini, ma appartengono a una diversa razza ( le donne sono la race des femmes come l'ha individuata Nicole Loraux) che si vuole subordinata ma leale e collaborativa; aleggia però nei loro confronti il fantasma dell'insubordinazione e della rivolta.
Così la maschera canina si adatta bene alle dee e alle donne, in un giro di travestimenti sempre più inquietanti.
La maschera del cane folle è vestita dalle Erinni, terribili dee pre-classiche appartenenti al mondo ctonio; esprimono della natura canina tutta l'aggressività latente, l'amore per il sangue e la necrofagia; spietate inseguitrici alla caccia del terrorizzato Oreste dopo l'uccisione della madre nell' Orestea, fedeli come cani al defunto di cui chiedono la vendetta, sono anche i fedeli segugi della dea Dike, e difendono la sacralità dei confini e dei giuramenti. Rappresentano del cane l'aspetto furioso, folle, lupesco e inaddomesticabile.

La maschera canina meglio indossata dalle donne è pero proprio quella del tradimento: donne e cani traditori sono un'associazione mentale inscindibile nello spirito greco. Così nell'Odissea Efesto che scopre la moglie Afrodite a letto con il bell'Ares non trova di meglio che definirla kynopidos koure, ragazza dalla faccia-di-cane, meditando di farsi restituire da Zeus tutto il prezzo che pagò per le nozze con lei. Afrodite come un qualsiasi cane non ha controllato i suoi impulsi invece di coltivare la suprema dote femminile della sophrosyne, la saggezza intesa come controllo dei sensi ancora prima che dello spirito.
E dopo le dee le donne: chi più cane della spudorata per eccellenza, Elena di Sparta, che abbandonò il marito per l'amante asiatico? Lo stratagemma retorico dell'Odissea consiste nel fare insultare l'eroina da se stessa invece che dai maschi protagonisti dell'azione; è sempre Elena a rivolgersi insulti dove si nomina ripetutamente faccia di cane, cane agghiacciante; secondo l'autrice questo espediente che vivacizza il racconto potrebbe nascondere una reale sottovalutazione delle responsabilità dell'eroina da parte dei suoi vecchi e nuovi parenti maschi, in quanto per il diritto greco in caso di tradimento era il seduttore l'obiettivo da colpire, mentre la legge non prevedeva sanzione giuridica esplicita nei confronti dell'adultera ma solo una regolazione domestica dei conti in sospeso. Menelao scatenerebbe la guerra per la violazione del diritto di ospitalità commessa da Paride, che gli seduce la moglie in casa propria, non per punire la donna.

Fantasmi di sbranamento canino evoca invece la sanguinaria Clitemnestra, che da fedele custode della casa - cane da guardia - si traforma in belva feroce e cane sedotto dalle lusinghe di un nuovo padrone, cambiando alleanza a tradimento. Seducibilità e insubordinazione giustificano il lamento agli inferi di Agamennone, che arriva ad accusare di tali perversioni tutta la razza delle donne, mettendo in guardia lo stesso Odisseo contro gli imprevisti di un ritorno amaro.

La terribile ira della cagna cui sono sottratti i cuccioli è impersonata dalla regina troiana Ecuba; dopo aver perso tanti giovani figli in combattimento, ormai schiava dei Greci deve assistere al tradimento dell'ex amico Polimestore presso cui aveva fatto rifugiare il piccolo figlio Polidoro, ucciso dall'ospite per brama di denaro. Ella accecherà l'ospite traditore che le predirà una misera fine in mare nel viaggio verso la Grecia. Il promontorio presso cui Ecuba affoga prenderà il nome di Kynos Sema, il segnale del cane - per l'esistenza di un faro - o la tomba del cane, giusta metafora ad indicare il possessivo amore materno.

Avere un kyneon noon, un'indole cagnesca, significa rivelarsi diversi dalle aspettative: infidi, furiosi, spudorati, incontinenti, seducibili, ma anche seduttivi. Pandora ha un'indole canina anche e soprattutto perché è bella e attrae irresistibilmente l'uomo. Come il cane, scodinzola e fa le feste per accattivarsi le carezze umane; la madre di tutti i mali con seducenti discorsi intrappola l'uomo nell'ingombrante fardello della riproduzione sessuata. Nel vaso di Pandora, dopo che sono fuggiti tutti i mali e le disgrazie che attanagliano da allora in poi l'umanità, rimane solo la speranza, utile antidoto per lenire i dolorosi voltafaccia della non completamente domestica razza delle donne.