Donne e conoscenza storica
       

Recensioni 2005

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La mappa delle lacrime nei poemi omerici

Lettura di Hélène Monsacré, Le lacrime di Achille.L'eroe, la donna e il dolore nella poesia di Omero, Medusa 2003.

di Gabriella Freccero

 

 

Nella seconda parte l'autrice indaga la reale presenza delle donne nell'epos omerico.
L'uomo omerico può innalzarsi sopra la propria natura, divenire eroe, anche se si tratta di un destino già segnato alla nascita. Alla donna questa opportunità non è consentita, la sua vicenda si gioca nell'ambito della vita ordinaria prescritta ai mortali. Esiste in quanto compagna ed in riferimento ad un compagno. In guerra le donne sono il bottino da conquistare, tanto più preziose quanto di maggior rango sociale. Il rispetto dovutole è legato alla parentela con un uomo: madri, spose, sorelle di eroi, quando questi sono morti in campo, non hanno più difese da opporre ad un destino di schiavitù. La virtù delle donne è tutta da svolgere all'interno dell'oikos, deve partecipare alla filatura della lana e proteggere i beni del padrone di casa, compresi i figli generati con lui. Ogni altro comportamento è foriero di disastri, come è il caso di Clitemnestra ed Elena.

Il corpo delle donne è, al contrario di quello dell'eroe, poco esaltato: al di là di generici riferimenti alle belle guance o agli occhi lucenti - o alle belle braccia al massimo - non c'è alcuna descrizione puntuale di un corpo femminile nell'epos, così che a stento distingueremmo le eroine una dall'altra per proprie caratteristiche individuali. Le donne indossano il velo come gli uomini la corazza, se ne ricoprono per uscire all'esterno. I colori della bellezza sono chiari, luminosi, iridescenti.

Riguardo a ciò che le donne dicono nei poemi, netta è la separazione tra Elena e le altre donne. Quest'ultima è l'unica a prendere la parola in proprio, senza esserne richiesta da un uomo. Descrive, dai bastioni agli anziani radunati, ciò che vede sul campo di battaglia, come un aedo narrando; ma prima ancora è stata ritratta da Omero mentre ricama le mille prove che Achei e Troiani soffrono a causa sua su un peplo di colore funereo, purpureo. Essa ha parole di biasimo per il nuovo marito Paride, che accusa di codardia e sé stessa di scellerataggine per averlo seguito; si rammarica con Ettore dello stato delle cose presente. Parla al termine del poema intonando il lamento funebre per Ettore e le sue sono le ultime parole pronunciate nell'Iliade. E' l'unica donna a non mescolare le parole alle lacrime, piangendo solo al letto funebre del cognato, mostrando una capacità razionale sua propria e non riflessa.

Andromaca invece mischia sempre pianto e parole; Ecuba pronuncia la maggioranza dei discorsi ed è la donna più pia, più preoccupata di onorare gli dei. Per lo più la voce femminile nei poemi omerici ha una dimensione inarticolata: geme, si lamenta, grida oppure ha una funzione profetica (Cassandra). Il discorso ampio e raziocinante è prerogativa dell'uomo.

Quando le donne assumono comportamenti maschili ne vengono nobilitate.
Le Troiane sembrano occuparsi della sfera politica in modo egualitario rispetto ai loro sposi, quando Ettore dice di non voler passare per vile agli occhi dei Troiani e delle Troiane dal lungo peplo. Il consiglio degli anziani presieduto da Priamo ha una controparte nel consiglio delle anziane guidato da Ecuba, con funzioni di custodi dei rapporti con la divinità Atena. Arete a Scheria gode di un'indiscussa autorità.

Penelope si rivela donna dai sentimenti maschili quando, dopo la strage dei proci, esita a riconoscere Odisseo: egli la accusa di avere il cuore più duro del sasso, una volontà di ferro, attributi soliti di un guerriero. Inusuale anche che Omero ne esalti la mano robusta, parallela a quella dello sposo che a breve porterà a termine la strage dei pretendenti.
Ancora travestito da mendicante, Odisseo le dichiara : "fama di te sale al vasto cielo come di un re perfetto che, pio verso i numi, alla giustizia è fedele " ; ma è Penelope stessa a ricusare le attribuzioni regali, quando risponde che valore e bellezza se ne sono andati con la partenza per Troia del suo sposo. Politicamente corretta, la regina; Itaca non è l'isola dei Feaci, sospesa tra realtà e sogno e a lei non è consentito esercitare un potere in proprio come ad Arete.

Andromaca partecipa in qualche occasione alle attività della guerra: pascola i cavalli di Ettore, ne riceve in consegna le armi di Achille, consiglia persino ad Ettore uno schieramento difensivo dell'esercito dove le mura sono più attaccabili. Tutta la sequenza dell'annuncio della morte di Ettore come serie di eventi fisici che colpiscono il suo corpo ricorda da vicino l'abbattimento di un guerriero: tremito delle gambe, cuore che scoppia nel petto, caduta a terra col progressivo disfacimento dell'acconciatura regale; si stende su di lei la nera notte che simboleggia la morte del guerriero. Tuttavia l'assimilazione di Andromaca al patimento virile sta tutto nell'unico destino che la lega al marito (con una sorte nascemmo entrambi) .

La vicinanza di Elena ai valori maschili è la più compiuta, lei che è il personaggio femminile più autonomo dell'Iliade. Essa ha in comune con Achille il destino di cantare le imprese eroiche, oltre che viverle come un aedo; essa canta o descrive le prodezze dei combattenti: un duplicato di Omero stesso .

Delineata così la complessità dei rapporti fra maschile e femminile, l'autrice può affrontare il problema delle lacrime nei poemi omerici.
L' ethos dell'eroe omerico riassume tutti i valori legati all'eccellenza: coraggio, forza, assennatezza, abnegazione, capacità di sopportare il dolore. Ma l'eroe è altresì cosciente della propria fragilità, legata alla propria natura mortale: per compiere pienamente il suo destino, egli sa che deve morire e veder morire i compagni prediletti. L'eroe non è una macchina al servizio della guerra: la guerra ha il compito di nobilitarlo, è l'occasione di mostrare al massimo le sue virtù; ma è anche la prova suprema, il destino di morte spesso lo attende. Allora l'eroe, che è sempre un uomo, piange: per paura, per rabbia, per dolore. Le lacrime sono quasi una camera di compensazione di una richiesta di prestazioni umane di altissimo livello, una decompressione del groviglio di passioni che lo agitano come qualunque mortale, esacerbate dalla preoccupazione di dovere comunque eccellere in tutto.


Chi non piange di dolore, piange almeno per la rabbia. L'impassibile Diomede, il guerriero-macchina privo di emozioni, piange per la perdita della gara dei carri durante i giochi funebri per Patroclo. Ma normalmente i guerrieri piangono la morte dei compagni: Aiace su Patroclo, Agamennone per le ferite inflitte a Menelao, e quando i Troiani sembrano prevalere e da Troia si odono voci di canti e festeggiamenti. Ettore piange ferito e Patroclo preoccupato della sorte dei Greci.

Le lacrime di Achille scorrono durante tutto il poema, essendo la furia, l'ira con cui si apre il poema, la reazione ad un profondo stato di lutto e di prostrazione che segue l'uccisione di Patroclo.
Dal primo libro, dove si ritira a piangere sulla riva del mare per lo sgarbo di Agamennone, e sono ancora lacrime di rabbia per l'onore offeso, al profondo dolore per la perdita del compagno prediletto, materia dei canti 18° e 19°.
Il dolore per la morte del compagno ha anche una componente di prefigurazione della propria morte, che Achille sa incombergli sul capo (La Chera io pure l'accoglierò quando Zeus voglia compierla). Nessuno può sfuggire il destino di morte, neanche il possente Eracle, che Atena nomina per ricordarne i pianti e i gemiti per la stanchezza micidiale impostagli dalle fatiche di Euristeo.

Le lacrime non sviliscono gli eroi dunque, ma ne esaltano la capacità umane di soffrire fino in fondo per il loro destino glorioso. Da notare che gli stessi eroi dell'epica nel teatro classico si compiacciono di soffrire senza versare una lacrima: Euripide nell'Eracle fa dire all'eroe di non conoscere il pianto.
Anche gli dei piangono i figli morti in combattimento. Le uniche lacrime disapprovate da Omero sono quelle degli uomini semplici: Tersite piange dopo essere stato battuto da Odisseo durante la riunione dei capi achei. Coloro a cui non è riservata la gloria non godono neanche del privilegio di piangere senza essere derisi.