Donne e conoscenza storica
    

Recensioni 2005

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La mappa delle lacrime nei poemi omerici

Lettura di Hélène Monsacré, Le lacrime di Achille.L'eroe, la donna e il dolore nella poesia di Omero, Medusa 2003.

di Gabriella Freccero

 

 

Il programma educativo di Platone rivolto a coloro che avrebbero dovuto guidare la città ideale comprendeva una vasto ridimensionamento - o per dire più realisticamente, una drastica censura - del ruolo della poesia e del mito. Così nella Repubblica, mettendosi di buona lena ad emendare gli "errori" omerici in un vasto passaggio del libro III (387e - 388b), egli non esita tra l'altro ad affermare:

Giustamente dunque sopprimeremo i lamenti per gli uomini illustri e li lasceremo alle donne, anzi nemmeno alle donne serie; e degli uomini a quanti siano dappoco, affinché ci facciano nascere lo sdegno d'una simile condotta in coloro che diciamo di voler allevare a custodia del paese...
E perciò di nuovo chiederemo ad Omero e agli altri poeti che non rappresentino Achille, il figlio di una dea, "ora sul fianco giacente, ed ora invece supino, ed ora anche prono", che a volte si leva in piedi con l'animo agitato, errando sul lido del mare infaticabile e prende a due mani la nera polvere per cospargersene il capo, e neppure ch'egli prorompa in tutti quei pianti e lamenti, come poetò Omero, e neppure che Priamo, di stirpe quasi divina, e supplichi e si rotoli nel fango, e gli uomini tutti invochi ad uno ad uno per nome. (trad. G.Pugliese Carratelli)

Fortunatamente, secoli di corretta tradizione filologica ci hanno trasmesso i poemi omerici in versione integrale, senza le espunzioni o i rifacimenti stilistici auspicati da Platone. Tra i fatti che il filosofo trova disturbanti egli mette in primo piano l'abbondanza delle lacrime versate, sia da eroi forti e valorosi che da donne, mentre il filosofo le riserverebbe al solo sesso femminile, e alle sole rappresentanti "meno serie" di esso. Iliade e Odissea roba da donnicciole, dunque?
Lo studio di Hélène Monsacré va alla ricerca di un mondo di ideali eroici che già nel IV secolo a..Cr., ai tempi di Platone, era irrimediabilmente perduto, o consapevolmente obliato. Il suo interesse iniziale è individuare una "mappa del sistema di ripartizione dei valori maschili e femminili nell'epopea omerica" (p.9); iniziando a tracciarla si accorge che il polo femminile, presunto minoritario nel poema della guerra e dell'ira del Pelìde, risulta invece chiaro e presente, mentre la materia narrativa sembra opporre resistenza a una netta separazione dei due mondi, presentando continue interferenze e rimandi da un polo di genere all'altro. La faccenda si fa clamorosa rispetto al tema delle lacrime: come è possibile trovare eroi di provatissima virilità, riconosciuti esempi di comportamento, piangere disperati, rotolarsi a terra nel fango fra i singhiozzi, cercare consolazione presso le madri umane o divine, trepidare e gemere sul destino degli amici?

Una lunga prima parte è dedicata a definire il comportamento eroico. Eroico è andare a combattere in campo aperto, mostrando coraggio, forza, abnegazione, sprezzo del pericolo. Vile è starsene rinchiusi a Troia, nelle stanze del palazzo regale, godendosi mentre gli altri combattono - incredibile caduta di stile - i favori erotici di una compagna sottratta con l'inganno al marito. Nel campo troiano Ettore e Paride incarnano rispettivamente l'ideale di eroismo e di viltà, ed è la capacità di sapersi sottrarre alle forze di Afrodite a determinare i valori positivi del guerriero. Anche Paride occasionalmente combatte, ma lo fa con armi non virili come la lancia, con l'arco e le frecce; trovatosi di fronte il furore guerriero di Menelao, si salva col solo aiuto di Afrodite, che avvolgendolo in una nube lo sottrae allo scontro. Chi è devoto alla dea nata dalla schiuma del mare non trova nulla di allettante nei valori eroici; ma anche sottrarsi completamente all'influenza di Afrodite non è un esempio da imitare. L'eroe che conosce solo il furore del combattimento, il crudo Diomede, che arriva a ferire la dea sul campo di battaglia, rischia di perdere le stesse caratteristiche umane e di passare dal lato del selvaggio, della ferinità. Ed è ancore Ettore, l'eroe perfetto, a conciliare la visione guerriera con una moderata frequentazione del femminile: egli incontra la moglie alle porte Scee, commuovendosi con lei, incontra la madre Ecuba, incontra Elena che si lamenta con lui di aver causato questo stato di cose, ma torna poi in battaglia a far risplendere il suo valore guerriero.

Lo splendore eroico non è solo delle imprese, ma anche dei corpi; i guerrieri omerici sono innanzitutto belli, dove la bellezza è innanzitutto vigore e possanza delle parti del corpo che devono combattere: il petto, le braccia, le spalle. La statura è importante per impressionare il nemico, come fa Aiace; se non è elevata, conta la larghezza delle spalle e l'essere ben piantati, come può dire di Odisseo Elena a Priamo descrivendolo dall'alto dei bastioni. L'eroe deve potersi fidare delle sue braccia e delle mani adatte a maneggiare le armi; ma anche le gambe devono servirlo adeguatamente, per resistere all'assalto ben piantate a terra o per fuggire velocemente; il ginocchio è l'articolazione fondamentale del corpo, dove la forza si attiva o viene meno. Con immagini sempre dinamiche e concrete, la forza penetra nei corpi guerrieri o li abbandona, piegandoli a terra come fantocci senza burattinaio.

L'eroe è bello anche in quanto è giovane e possiede al massimo le doti fisiche richieste; farsi cogliere dalla morte in questo stato di perfezione e vigore rappresenta l'ideale del guerriero omerico e anche il fulcro del suo destino tragico.
L'armatura costituisce un prolungamento delle potenzialità belliche dell'eroe; protezione per il corpo, arriva a identificarsi come seconda pelle di chi la indossa; così a Patroclo si adatta subito la corazza di Achille, per l'identificazione profonda di uno con l'altro, mentre l'armatura di Patroclo ucciso non è della misura giusta per Ettore, che deve farsela adattare addosso da Zeus. Le armi prendono vita e prolungano la volontà del guerriero di ferire ed uccidere: vogliono mordere, divorare, sudano con chi le indossa e si stancano con lui.

L'eroe deve respingere il mondo di Afrodite per abbracciare il solo culto di Ares: ma non nuova certo neanche ad Omero doveva risultare la metafora del combattimento come incontro erotico. La stessa menis, il furore dell'eroe al momento dello scontro, non appare diversa dall'invasamento erotico, desiderio di una conquista totale dell'altro nell'uno e nell'altro caso. L'eros, la brama di guerra è ricordata dal saggio Nestore, e da Achille per spronare i compagni Mirmidoni. Affondare la lancia nelle belle carni dà all'eroe un compiacimento speciale; le immagini stesse delle carni morbide, bianche e rosee dell'avversario richiamano il desiderio di affondarvi altrimenti dentro. Sullo scudo di Achille il fabbro divino Efesto ha scolpito una danza di giovani che richiama il tempo di pace e dell'amore; ma i guerrieri devono danzare la sola danza di Ares, afferma Ettore assalendo la montagna di muscoli di Aiace. Chi balla la danza di Afrodite in tempo di guerra è un vile ed un imbelle, ricorda Priamo esacerbato appena morto Ettore, riferendosi al solito irredimibile Paride.

Achille sogna ad occhi aperti di conquistare la città di Troia da solo con Patroclo, immaginando di "sciogliere i sacri veli di Troia" con metafora di stupro, assimilando l'abbattimento delle forti mura allo strappo del velo che ricopre la dignità delle donne; metafora ripresa da Odisseo al momento di riconquistare Itaca, mentre a colloquio con Atena vagheggia "quando sciogliemmo i ricchi veli di Troia". Come un muro della città che cade conquistata crolla a terra il velo dal capo di Andromaca alla notizia della morte di Ettore, con tutti i componenti della complessa acconciatura quali pietre rotolanti giù dai bastioni, prima ancora che l'infelice cada a terra soggiogata dal colpo (immagine ridiscussa più avanti come immagine reduplicata della morte di Ettore); Ecuba - con gesto più maschio - getta via il suo d'impulso, alla tremenda notizia della disfatta. La guerra consegna ad un sonno di bronzo chi è colpito dalla Chera fatale, invece che ad un morbido riposo nel talamo nuziale; così capita ad Ifidamante, giovane sposo che muore ucciso da Agamennone senza conoscere il letto di casa sua ; sono gli uccelli spazzini, i rapaci ed i cani affamati a bramare l'eroe morto , non la legittima sposa.

La morte rappresenta il supremo incontro di Ares ed Eros; il corpo di Ettore appena morto suscita la meraviglia e il desiderio dei guerrieri Achei giunti sul posto ad ammirarlo. Il cadavere di Ettore per intervento divino è reso incorruttibile; Afrodite lo unge con olio di rose di origine divina mentre Achille si adopera a oltraggiarlo trascinandolo nella polvere; Apollo stende una nube di umidità sulla pianura per evitare che si dissecchi al sole. Ettore è il più bel cadavere che si sia mai visto, fresco e rugiadoso come un giovane vivo e vegeto, a simboleggiare la rigenerazione della vita e della natura nella metafora erotica racchiusa nel suo corpo.

Gli eroi trovano di tanto in tanto il tempo per frequentare l'universo femminile, ed è principalmente il sentimento della philotes, l'amore passionale, che unisce uomini e donne. Achille asserisce che ciò è normale fra uomini e donne, mentre dichiara di non aver salito il letto di Briseide. Non solo gli Atridi amano le loro spose, ma tutti gli uomini, generalizzando il proprio sentimento. Così, sembra da ridimensionare l'affermazione di Moses Finley che accorda solo una tiepidezza di sentimenti agli eroi omerici nei confronti delle donne, concentrati come sono sul loro obiettivo eroico. Odisseo augura a Nausicaa di trovare un buon marito con cui dividere la gestione della casa con un'anima sola. Un sentimento profondo unisce Andromaca e Ettore, genitori di un figlio nato dall'amore; Ettore è da lei definito il suo parakoitin, compagno di letto, con espressione molto concreta e passionale.

Odisseo è l'eroe più desiderato dell'epopea: ma se Circe e Calipso lo trattengono a scopo erotico più di quanto l'eroe desideri, lo ricambiano poi con saggi consigli sul ritorno; anche l'ingenua Nausicaa, cui l'eroe ispira un forte desiderio, facendosi una ragione della sua partenza, lo aiuterà nell'impresa.

Ma se la passione avvicina uomini e donne, il lato del femminile rimane quello del disvalore; è come se arrivati ad esprimere l'universo dei valori, ciò che conta e ciò che no, l'epos non potesse che assegnare al femminile il lato negativo; se l'eroe si comporta da donna, è per lui un insulto; se è la donna ad avere comportamenti virili, ciò non è per lei motivo di biasimo. E' chiaro insomma che il valore positivo di riferimento è solo uno: il polo maschile.
L'autrice segue l'interpretazione per cui nel mondo omerico non è ancora
così evidente (vincente) la misoginia e la prevaricazione patriarcale, che
sarà compiutamente teorizzata da Platone in avanti; nei poemi omerici si
trovano così mescolati punti di vista del "nuovo" maschilismo trionfante,
insieme a esempi di forza e dignità femminile tipici probabilmente di una
precedente cultura ellenica; di qui il carattere ibrido della poesia
omerica, e interessante per seguire le trasformazioni di una cultura nel
momento in cui si verificano.

Omero è ancora molto esplicito sulle ragioni per cui i sessi si frequentano: perchè uniti dalle reciproche passioni (con le mogli, le amanti, e anche con le madri, punto interessante e indicativo di una forma di eros che il patriarcato odia e osteggia particolarmente e invece Omero ancora riconosce e accoglie; madri che si presentano tra l'altro con tutta l'autorità simbolica che compete loro). Gli eroi non odiano quindi le donne, anzi ne cercano spesso conforto, calore, consiglio, protezione persino: ma ricalati nell'universo della battaglia, nel branco omosessuale maschile, devono negare l'universo positivo di valori che circonda il femminile, che riconoscono quando lo frequentano in privato, e affermare pubblicamente il loro disvalore.

Si tratta quindi per l'eroe di vivere una vera dicotomia fra pubblico e
privato; l'interessante è che Omero dedichi spazio a questi sipari di incontro fra uomini e donne inframmezzati alle battaglie, non negando che esistano,
perchè potrebbe anche passarci sopra e riassumere più velocemente, mentre invece sono i pezzi di poesia spesso più belli del poema, e il poeta
evidentemente li cura molto. L'eroe vive un mondo di contraddizioni; piange, ma deve anche essere un animale da guerra; vive rapporti significativi con le donne, ma deve pubblicamente attribuire loro il lato perdente. Sono eroi ancora almeno tormentati dal dubbio, internamente divisi, anche se la guerra piace loro in un maniera erotica che davvero li estrania dalle donne

Tersite e Menelao hanno occasione di apostrofare i compagni per spronarli: Achee, non Achei! Tipico della viltà femminile in guerra sarebbe lanciare insulti invece che combattere, usare le frecce invece che la lancia, gemere chiedendo di tornare a casa, rimanere nudi del proprio corredo di guerra. Anche la regressione all'universo dell'infanzia è rimproverato: è tipico l'insulto a Paride di assomigliare ad una fanciulla.

Volendo esagerare, il paragone con la femmina di un animale spregevole porta l'insulto al grado massimo: cagne, cerve, pecore e colombe rappresentano l'infimo gradino cui scende il paragone con l'umano.
La donna può farsi eccezionalmente di natura più nobile dell'usuale, soprattutto quando riveste il ruolo materno. Achille non può fare a meno di incontrarsi a più riprese con Teti, Enea con Afrodite, Ettore con Ecuba. In questi incontri è la fisicità il linguaggio della comunicazione: Teti accarezza la testa del figlio, gli prende la mano standogli accanto; è lei con dolci parole a convincerlo a restituire il corpo di Ettore al padre. Afrodite salva fisicamente il figlio dalla furia di Diomede, lo nasconde alla vista avvolgendolo con il peplo splendente come si farebbe con un bambino da proteggere. Ecuba supplica Ettore di non scontrarsi con il tremendo Achille, mostrandogli il seno che lo nutrì da piccolo.

Gli eroi non sono altro che bambini cresciuti per le loro madri, ma questo rapporto non svilisce la loro natura guerriera, ma ne esalta l'umanità e mette in risalto la fragilità del bene più prezioso, la vita, che essi devono sacrificare.
Il dolore che il guerriero deve affrontare è enorme; Agamennone ferito deve sopportare dolori paragonati a quelli di una partoriente; nel dolore si avvicinano valori maschili e femminili.

Alla fine di questa prima ricognizione, valori eroici che sembravano nell'epopea guerriera impermeabili ad ogni influenza femminile si scoprono in realtà in continua dialettica con l'altro polo.

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