Il seminario di
Diotima che ogni anno si svolge all'Università di Verona, nella
sua puntuale formulazione in libro, è un testo d'eccezione
per tutte e tutti; dal mio punto di vista però Approfittare
dell'assenza è un testo anzitutto stimolante, non per la
mente o per il cuore ma per la mia persona. Voglio dire che la scena
pubblica femminile e la persona che la interpreta acquisisce, passando
per Diotima, una configurazione forte e molto attraente. Diotima e
le sue oratrici invitano le donne a uscire di casa, a fare contesto
con la propria persona. E danno idee per entrare in questi contesti
con una costruzione di interlocuzione possibile. La filosofia di Approfittare
dell'assenza è maturazione di una parola politica, sedimentata
però nelle relazioni e nell'incontro delle donne. Tutt'altro
che risolutiva, la filosofia della differenza è configurata,
oggi, in una scena aperta alla ricerca, al dibattito.
Questa raccolta di testi ha uno sfondo, al quale molti interventi
si richiamano, è l'11 settembre, se non, Genova, la scena politica
dei nuovi movimenti giovanili e non. E' così occasione per
trovare un'ottima storia del presente il testo di Ida Dominijanni.
Tema del seminario del 2001 era rileggere i testi della tradizione.
Wanda Tommasi in Di madre in figlia che apre il volume ci spiega
che cosa è per lei, donna, il rapporto con la Storia della
filosofia. E si delinea come un rapporto che è stato di innamoramento
anche di conflitto su una tradizione che non esiste più. Le
rovine della tradizione sono il nostro fondamento. Così Hannah
Arendt le interpretò.
Il Simposio di Platone ci fa incontrare Diotima, nel testo
di Luisa Muraro.
Francesca Doria e Chiara Zamboni rileggono il Vangelo secondo Matteo
mettendoci davanti al tempo vivo della storia e a come le donne seppero
farsi seguaci di Gesù, affrontando questo tempo con il senso
della terra, più che del cielo.
La Dichiarazione dei diritti del 1789 rientra sotto la dicitura
di diritti e rovesci per Diana Sartori. E' lei che ricostruisce un
dibattito esperto, giocatosi fra le studiose femministe, quasi solo
in lingua inglese, rimanendo fedele all'interpretazione di non credere
di avere dei diritti e alla posizione antirivendicativa di Lia Cigarini.
Basta che parli riassume ancora una volta l'attività
politica e didattica di Vita Cosentino mantenendo sempre viva l'attenzione,
in chi legge, con annotazioni di persuasiva attualità. La
lettera a una professoressa di Don Milani, scritta ormai quasi
quarant'anni fa, ridiventa, fra le sue parole, una storia viva, legata
alla politica delle donne per i fili magari invisibili eppure sempre
confacenti all'impresa di costruire presenza, autorità e modificazione
con il lavoro della lingua. Una lingua della quale i bambini contadini
di Don Milani si sono riappropriati fino a sfidare, nelle intenzioni
del maestro, la lingua colta e decedente mentre il '68 era alle porte.
E' questo impegno verso la lingua viva della politica delle relazioni
femminili che Vita chiede alle donne.
Annarosa Buttarelli ripropone l'autonomia piena e senza fraintendimenti
del pensiero femminile. In Tabula rasa passa attraverso le
cifre del pensiero di Carla Lonzi e di Maria Zambrano dicendo: <<Di
fronte ai testi della tradizione maschile si dispone un'autorità
che ha radici e alimento altrove e che è in grado di scrivere
un altro testo originale, non allacciato a quella tradizione con un
filo rosso, magari ben filato dagli infiniti passaggi critici interni
ad essa.>>. Come diceva Carla Lonzi: <<Il mio primo bisogno
come femminista è stato quello di fare tabula rasa delle
idee ricevute, una tabula rasa dentro di me per privarmi di
ogni garanzia offerta dalla cultura, convinta che le certezze acquisite
nascondano un veleno paralizzante>> (Michele Causse, intervista
a Carla Lonzi in AA.VV. E' già politica, Scritti di
Rivolta Femminile).
Riprende la sua posizione di neo-laureata Lara Corradi con un testo
su Cristina Campo e altre figure sulle quali ha lavorato sulla sua
tesi. E' questo un testo sul quale vorrei tornare.
Anche perchè, già avvertite nell'Introduzione
di Luisa Muraro, a un certo punto del percorso mi ha avvinto scoprire
che il libro è dedicato veramente alla storia e all'intermittenza
con cui le donne vi comparirebbero. (L'Introduzione
di Luisa Muraro è in rete nel sito della Liguori.)
Il filo della storia avvolge l'intera discussione e ha teso la mia
partecipazione attiva. Partendo quasi dal fondo, mi riferisco al saggio
Nella piega del presente di Ida Dominijanni perché rilegge
la cronaca di questi mesi e ci piazza, noi femministe, con la sua
convincente persuasione, a fare le protagoniste della scena politica
avendo a nostra disposizione la completa attualità del pensiero
femminista e della sua trentennale produzione; invita le donne del
pensiero della differenza a stare nella politica, assicurando che
hanno a disposizione le carte giuste. E' lei che ribadisce la validità
di una storia genealogica che parte dal presente per guardare al passato
accogliendo cosa può esserle congeniale. In questa archeologia
del genere - lei dice :<<ogni donna sa che nella costruzione
maschile della storia c'è una finzione: quell'inanellare uno
dietro l'altro i fatti, le res gestae, occulta una tessitura
quotidiana di cura e di relazioni interminabile - la famosa tela di
Penelope - , senza la quale quei fatti e quelle non sarebbero possibili,
e che costituisce a ben vedere il vero filo della continuità,
la vera anima di ferro, di una storia che altrimenti resterebbe sconnessa,
e che il racconto storicista maschile restituisce invece come coerente
e conseguente forse solo per difendersi dal fantasma dell'impotenza
e della morte che l'intermittenza evoca all'ordine fallico>>.
Chiara Zamboni vede i Momenti radianti della storia delle donne
chè indicano dove c'è libertà femminile. Per
lei la libertà è invenzione di pratiche che mettono
le donne "tra" pubblico e privato. Così è
per il movimento delle preziose in Francia nel XVII secolo, per le
dame di Kyoto fra decimo e undicesimo secolo attive interpreti del
rinnovamento culturale giapponese, per il movimento delle beghine
fra Duecento e Trecento. Personalmente mi domando come mai non abbia
annoverato fra questi momenti: gli anni in cui nasce
il femminismo nella Repubblica di Venezia, fra
'500 e '600 e il movimento di scrittura femminile, duraturo fino
al XIX secolo, che riconosciamo in terra veneta, una delle poche zone
di 'libertà' politica nell'Europa dell'assolutismo. Marirì
Martinengo a suo tempo si era interrogata sull'assenza, in questo
elenco, del Medioevo trobadorico, dove la poesia femminile era maestra
di civiltà interpreti le trobadore, signore delle corti. Nè
ho mai visto citate le filosofe pitagoriche, delle quali sono rimasti
frammenti, una comunità, quella pitagorica, nella quale supponiamo
che la presenza femminile si dedicasse a un' area di ricerca.
Chiara Zamboni
piuttosto aggiunge: <<Avverto il fascino del primo femminismo
non in generale, ma soprattutto per la pratica dell'inconscio. Questa
pratica esprime un modo di esserci "tra" privato e pubblico:
l'inconscio non è riducibile né solo all' "io",
che vive dell'intimo, né al "noi" della scena pubblica.
Le donne che crearono tale pratica, lo fecero dopo aver attraversato
la pratica dell'autocoscienza.>>.
E mi ha fatto pensare il bellissimo saggio di Luisa Muraro, La
maestra di Socrate e mia, ricchissimo di parole e di idee che
merita leggere. Socrate chiamato al banchetto dove a tema c'era il
discorso dell'amore dice l'autrice:<<scelse di riferire parole
di un altro, che per giunta era un'altra: voleva riudire e far udire
l'eco della prima volta>>. Diotima allora porgerà il
rovescio all'idea del discepolo che era, ci spiega: << tutta
positiva dell'amore come "amore amato", quindi bello, felice,
perfetto, e non come "amore amante", aspro e difficile,
come veramente è nell'esperienza di chi ama>>. Il commento
dell'autrice è che: <<La questione dell'amore, lo ripeto
è fermarsi prima, fermarsi alla carenza e starci lo stesso,
vivere nello squilibrio del meno e del più, andare e venire
fra la gioia della presenza e il dolore dell'assenza, perché,
come si legge in Hadewijch, poetessa mistica del sec.XIII, "l'amore
soltanto sa quando viene e quando se ne va".>>
Sull'intermittenza riprende il discorso anche Anna Maria Piussi, in
un saggio interessante che merita discussione per la densità
dei contenuti. Rilegge Educare nella differenza, che lei stessa
aveva curato, libro scritto a più mani, nel 1989. L'occasione
è riguardare in modo critico al il movimento della pedagogia
della differenza e al suo obiettivo titolo del primo Convegno nazionale
di Pedagogia della differenza sessuale, Perchè una tradizione
si affermi. L'autrice oggi ne prende le distanze.
Il Convegno esprimeva il desiderio di continuità e di durata,
dice l'autrice, invece, che è possibile: <<sopportare,
oggi, i vuoti, le assenze, anche le sconfitte, con una certa leggerezza
cogliendole come aperture per nuove invenzioni, come occasioni per
rilanciare il mio desiderio, per affinare la mia intelligenza delle
cose nella relazione con altre, una volta riconosciuto come inutile
fardello il volontarismo e il dover essere connessi al bisogno di
durare>>. Ancora volontaristica è la ricerca, oggi, di
una trasmissione intergenerazionale del femminismo. Questa insistenza
(penso si riferisca ai women's study) corredata, anche, di
legittimazione accademica, dice:<<rivela una scarsa fiducia
in ciò che le donne intimamente sanno e che può diventare
un sapere, mai definitivo ma orientante, nella relazione con altre.>>
Alla tradizione che aspira a farsi tale allora è preferibile
l'assenza, se si pensa alla differenza sessuale ridotta a contenuto,
letteratura specialistica che non modifica il senso delle cose, non
è meglio ricominciare? La proposta è questa: ripetere
la mossa dell'inizio. Così si domanda:<<Come? dando fiducia
al nostro voler dire come inizio di un nuovo dire, attivando tra noi
la corrente del desiderio che consente forse al desiderio di dispiegarsi
nella parola, di passare e far passare dalla indeterminatezza alla
libertà >>. Al paragrafo Intermittenza della domanda?
si chiede se la piega della visibilità <<non stia depotenziando
la radicalità della politica e del pensiero, la possibilità
di andare all'essenziale del tempo presente e ai suoi nuclei di potenzialità
inespresse>>.
La risposta dell'autrice descrive una posizione soggettiva non oggettivabile
nè definita, piuttosto imprevista e lasciata ai legami di filiazione
che si spera le donne giovani riconoscano. Così nel paragrafo
Farsi passaggio scrive: <<Ho fiducia che il tessuto di
relazioni e di parola tra donne, anche tra donne di età diverse
ed esperienze, che esiste al presente [
] le porti a riconoscere
il filo di continuità con antiche e meno antiche pratiche femminili
che in autonomia hanno saputo creare civiltà di rapporti e
nuovi sguardi sul mondo>>.
La recensione per chi lo desidera prosegue nelle Osservazioni
critiche mie e di Laura Minguzzi, per ora. La pagina è
in costruzione. Chi vuole può aggiungere, mandandole a me,
le sue osservazioni.