Donne e conoscenza storica
         

vai a:

A proposito dell'Introduzione di Luisa Muraro (2002)

Osservazioni critiche (2003)

BIBLIOGRAFIA di Diotima

Diotima, Approfittare dell'assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, Napoli, 2002

di Donatella Massara

Il seminario di Diotima che ogni anno si svolge all'Università di Verona, nella sua puntuale formulazione in libro, è un testo d'eccezione per tutte e tutti; dal mio punto di vista però Approfittare dell'assenza è un testo anzitutto stimolante, non per la mente o per il cuore ma per la mia persona. Voglio dire che la scena pubblica femminile e la persona che la interpreta acquisisce, passando per Diotima, una configurazione forte e molto attraente. Diotima e le sue oratrici invitano le donne a uscire di casa, a fare contesto con la propria persona. E danno idee per entrare in questi contesti con una costruzione di interlocuzione possibile. La filosofia di Approfittare dell'assenza è maturazione di una parola politica, sedimentata però nelle relazioni e nell'incontro delle donne. Tutt'altro che risolutiva, la filosofia della differenza è configurata, oggi, in una scena aperta alla ricerca, al dibattito.
Questa raccolta di testi ha uno sfondo, al quale molti interventi si richiamano, è l'11 settembre, se non, Genova, la scena politica dei nuovi movimenti giovanili e non. E' così occasione per trovare un'ottima storia del presente il testo di Ida Dominijanni.

Tema del seminario del 2001 era rileggere i testi della tradizione.
Wanda Tommasi in Di madre in figlia che apre il volume ci spiega che cosa è per lei, donna, il rapporto con la Storia della filosofia. E si delinea come un rapporto che è stato di innamoramento anche di conflitto su una tradizione che non esiste più. Le rovine della tradizione sono il nostro fondamento. Così Hannah Arendt le interpretò.
Il Simposio di Platone ci fa incontrare Diotima, nel testo di Luisa Muraro.
Francesca Doria e Chiara Zamboni rileggono il Vangelo secondo Matteo mettendoci davanti al tempo vivo della storia e a come le donne seppero farsi seguaci di Gesù, affrontando questo tempo con il senso della terra, più che del cielo.
La Dichiarazione dei diritti del 1789 rientra sotto la dicitura di diritti e rovesci per Diana Sartori. E' lei che ricostruisce un dibattito esperto, giocatosi fra le studiose femministe, quasi solo in lingua inglese, rimanendo fedele all'interpretazione di non credere di avere dei diritti e alla posizione antirivendicativa di Lia Cigarini.

Basta che parli riassume ancora una volta l'attività politica e didattica di Vita Cosentino mantenendo sempre viva l'attenzione, in chi legge, con annotazioni di persuasiva attualità. La lettera a una professoressa di Don Milani, scritta ormai quasi quarant'anni fa, ridiventa, fra le sue parole, una storia viva, legata alla politica delle donne per i fili magari invisibili eppure sempre confacenti all'impresa di costruire presenza, autorità e modificazione con il lavoro della lingua. Una lingua della quale i bambini contadini di Don Milani si sono riappropriati fino a sfidare, nelle intenzioni del maestro, la lingua colta e decedente mentre il '68 era alle porte. E' questo impegno verso la lingua viva della politica delle relazioni femminili che Vita chiede alle donne.
Annarosa Buttarelli ripropone l'autonomia piena e senza fraintendimenti del pensiero femminile. In Tabula rasa passa attraverso le cifre del pensiero di Carla Lonzi e di Maria Zambrano dicendo: <<Di fronte ai testi della tradizione maschile si dispone un'autorità che ha radici e alimento altrove e che è in grado di scrivere un altro testo originale, non allacciato a quella tradizione con un filo rosso, magari ben filato dagli infiniti passaggi critici interni ad essa.>>. Come diceva Carla Lonzi: <<Il mio primo bisogno come femminista è stato quello di fare tabula rasa delle idee ricevute, una tabula rasa dentro di me per privarmi di ogni garanzia offerta dalla cultura, convinta che le certezze acquisite nascondano un veleno paralizzante>> (Michele Causse, intervista a Carla Lonzi in AA.VV. E' già politica, Scritti di Rivolta Femminile).
Riprende la sua posizione di neo-laureata Lara Corradi con un testo su Cristina Campo e altre figure sulle quali ha lavorato sulla sua tesi. E' questo un testo sul quale vorrei tornare.

Anche perchè, già avvertite nell'Introduzione di Luisa Muraro, a un certo punto del percorso mi ha avvinto scoprire che il libro è dedicato veramente alla storia e all'intermittenza con cui le donne vi comparirebbero. (L'Introduzione di Luisa Muraro è in rete nel sito della Liguori.)
Il filo della storia avvolge l'intera discussione e ha teso la mia partecipazione attiva. Partendo quasi dal fondo, mi riferisco al saggio Nella piega del presente di Ida Dominijanni perché rilegge la cronaca di questi mesi e ci piazza, noi femministe, con la sua convincente persuasione, a fare le protagoniste della scena politica avendo a nostra disposizione la completa attualità del pensiero femminista e della sua trentennale produzione; invita le donne del pensiero della differenza a stare nella politica, assicurando che hanno a disposizione le carte giuste. E' lei che ribadisce la validità di una storia genealogica che parte dal presente per guardare al passato accogliendo cosa può esserle congeniale. In questa archeologia del genere - lei dice :<<ogni donna sa che nella costruzione maschile della storia c'è una finzione: quell'inanellare uno dietro l'altro i fatti, le res gestae, occulta una tessitura quotidiana di cura e di relazioni interminabile - la famosa tela di Penelope - , senza la quale quei fatti e quelle non sarebbero possibili, e che costituisce a ben vedere il vero filo della continuità, la vera anima di ferro, di una storia che altrimenti resterebbe sconnessa, e che il racconto storicista maschile restituisce invece come coerente e conseguente forse solo per difendersi dal fantasma dell'impotenza e della morte che l'intermittenza evoca all'ordine fallico>>.

Chiara Zamboni vede i Momenti radianti della storia delle donne chè indicano dove c'è libertà femminile. Per lei la libertà è invenzione di pratiche che mettono le donne "tra" pubblico e privato. Così è per il movimento delle preziose in Francia nel XVII secolo, per le dame di Kyoto fra decimo e undicesimo secolo attive interpreti del rinnovamento culturale giapponese, per il movimento delle beghine fra Duecento e Trecento. Personalmente mi domando come mai non abbia annoverato fra questi momenti: gli anni in cui nasce il femminismo nella Repubblica di Venezia, fra '500 e '600 e il movimento di scrittura femminile, duraturo fino al XIX secolo, che riconosciamo in terra veneta, una delle poche zone di 'libertà' politica nell'Europa dell'assolutismo. Marirì Martinengo a suo tempo si era interrogata sull'assenza, in questo elenco, del Medioevo trobadorico, dove la poesia femminile era maestra di civiltà interpreti le trobadore, signore delle corti. Nè ho mai visto citate le filosofe pitagoriche, delle quali sono rimasti frammenti, una comunità, quella pitagorica, nella quale supponiamo che la presenza femminile si dedicasse a un' area di ricerca.

Chiara Zamboni piuttosto aggiunge: <<Avverto il fascino del primo femminismo non in generale, ma soprattutto per la pratica dell'inconscio. Questa pratica esprime un modo di esserci "tra" privato e pubblico: l'inconscio non è riducibile né solo all' "io", che vive dell'intimo, né al "noi" della scena pubblica. Le donne che crearono tale pratica, lo fecero dopo aver attraversato la pratica dell'autocoscienza.>>.

E mi ha fatto pensare il bellissimo saggio di Luisa Muraro, La maestra di Socrate e mia, ricchissimo di parole e di idee che merita leggere. Socrate chiamato al banchetto dove a tema c'era il discorso dell'amore dice l'autrice:<<scelse di riferire parole di un altro, che per giunta era un'altra: voleva riudire e far udire l'eco della prima volta>>. Diotima allora porgerà il rovescio all'idea del discepolo che era, ci spiega: << tutta positiva dell'amore come "amore amato", quindi bello, felice, perfetto, e non come "amore amante", aspro e difficile, come veramente è nell'esperienza di chi ama>>. Il commento dell'autrice è che: <<La questione dell'amore, lo ripeto è fermarsi prima, fermarsi alla carenza e starci lo stesso, vivere nello squilibrio del meno e del più, andare e venire fra la gioia della presenza e il dolore dell'assenza, perché, come si legge in Hadewijch, poetessa mistica del sec.XIII, "l'amore soltanto sa quando viene e quando se ne va".>>


Sull'intermittenza riprende il discorso anche Anna Maria Piussi, in un saggio interessante che merita discussione per la densità dei contenuti. Rilegge Educare nella differenza, che lei stessa aveva curato, libro scritto a più mani, nel 1989. L'occasione è riguardare in modo critico al il movimento della pedagogia della differenza e al suo obiettivo titolo del primo Convegno nazionale di Pedagogia della differenza sessuale, Perchè una tradizione si affermi. L'autrice oggi ne prende le distanze.
Il Convegno esprimeva il desiderio di continuità e di durata, dice l'autrice, invece, che è possibile: <<sopportare, oggi, i vuoti, le assenze, anche le sconfitte, con una certa leggerezza cogliendole come aperture per nuove invenzioni, come occasioni per rilanciare il mio desiderio, per affinare la mia intelligenza delle cose nella relazione con altre, una volta riconosciuto come inutile fardello il volontarismo e il dover essere connessi al bisogno di durare>>. Ancora volontaristica è la ricerca, oggi, di una trasmissione intergenerazionale del femminismo. Questa insistenza (penso si riferisca ai women's study) corredata, anche, di legittimazione accademica, dice:<<rivela una scarsa fiducia in ciò che le donne intimamente sanno e che può diventare un sapere, mai definitivo ma orientante, nella relazione con altre.>>
Alla tradizione che aspira a farsi tale allora è preferibile l'assenza, se si pensa alla differenza sessuale ridotta a contenuto, letteratura specialistica che non modifica il senso delle cose, non è meglio ricominciare? La proposta è questa: ripetere la mossa dell'inizio. Così si domanda:<<Come? dando fiducia al nostro voler dire come inizio di un nuovo dire, attivando tra noi la corrente del desiderio che consente forse al desiderio di dispiegarsi nella parola, di passare e far passare dalla indeterminatezza alla libertà >>. Al paragrafo Intermittenza della domanda? si chiede se la piega della visibilità <<non stia depotenziando la radicalità della politica e del pensiero, la possibilità di andare all'essenziale del tempo presente e ai suoi nuclei di potenzialità inespresse>>.
La risposta dell'autrice descrive una posizione soggettiva non oggettivabile nè definita, piuttosto imprevista e lasciata ai legami di filiazione che si spera le donne giovani riconoscano. Così nel paragrafo Farsi passaggio scrive: <<Ho fiducia che il tessuto di relazioni e di parola tra donne, anche tra donne di età diverse ed esperienze, che esiste al presente […] le porti a riconoscere il filo di continuità con antiche e meno antiche pratiche femminili che in autonomia hanno saputo creare civiltà di rapporti e nuovi sguardi sul mondo>>.

La recensione per chi lo desidera prosegue nelle Osservazioni critiche mie e di Laura Minguzzi, per ora. La pagina è in costruzione. Chi vuole può aggiungere, mandandole a me, le sue osservazioni.