Donne e conoscenza storica
    

Recensioni 2006

 


Per gentile concessione della rivista Diario. Articolo pubblicato sul numero del 23,12,2005
http://www.diario.it/

A proposito di divorzi
Un romanzo collettivo in tante prime persone

Silvia Vegetti Finzi, Quando i Genitori si Dividono, Mondadori
pagine 331

di Iaia Caputo

 

 

A trent'anni dal referendum sul divorzio, oggi che la fine di un matrimonio da evento straordinario e "tragico" è divenuta episodio tra tanti della vita, che riguarda ogni anno migliaia di persone, esiste una cultura della separazione? Un comune sentire, un discorso capace di dire il pathos, il dolore, ma anche l'orizzonte di rinnovamento e trasformazione in essa inscritto?
Di riconoscere insomma la sua eccezionale normalità? Secondo il neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea, trovandoci ormai in presenza di almeno due generazioni di "figli del divorzio", per costruire questa cultura dovremmo iniziare ad ascoltare proprio loro, che l'esperienza della dissoluzione familiare l'hanno vissuta da incolpevoli protagonisti, in silenzio, e ora sarebbero in grado di raccontarla, avendola prima interiorizzata e poi storicizzata. È quanto ha fatto Silvia Vegetti Finzi, che quelle emozioni troppo a lungo zittite ha raccolto, interrogato, ed empaticamente rinarrato in un saggio intitolato Quando i genitori si dividono. Le emozioni dei figli. A partire da una richiesta, rivolta proprio a questi ultimi, attraverso un settimanale femminile, di inviarle le proprie storie. Le sono giunte circa 150 lettere, in prevalenza scritte da donne (ma non mancano del tutto gli uomini), tra i 20 e i 40 anni, e anche da bambini e persone ormai anziane. Testimonianze che adesso compongono questo "romanzo collettivo" che l'autrice ha impaginato facendo dei suoi interlocutori non sezionabili reperti di ricerca, ma soggetti del discorso, permettendo così che fosse la vita, e non la teoria, a orientarci nella riflessione.
Diciamo subito che chi volesse avvicinarsi al testo come a un manuale del divorzio ideale resterebbe deluso: una volta annoverata la "separazione amichevole" tra le vuote formule del bon ton, tanto più se di mezzo ci sono i figli, ci viene detto che la serenità può essere una conquista, non un punto di partenza. Perché ogni lacerazione degli affetti porta con sé la necessità di elaborare il dolore dell'abbandono, la rabbia, la colpa, il risentimento e la paura; mentre a nessuna riedificazione, né di sé, né tantomeno del nucleo familare, portano un'eccesso di "buona educazione" e una prematura "anestesia delle emozioni". E i figli? Proprio per loro è necessario che padre e madre si muovano in un orizzonte di autenticità: solo restando in contatto con i propri sentimenti consentiranno alla prole di fare altrettanto. Se riconosciamo che i bambini sono protagonisti, non comparse, delle vicende familiari, ragiona la Vegetti Finzi, allora dobbiamo ammettere che hanno diritto tutti, a qualsiasi età, di sapere se qualcosa sta cambiando nella loro vita e di che cosa si tratta. "Solo la parola adulta, sostenuta da energie positive, è capace di introdurre mediazioni rassicuranti, di declinare gli avvenimenti nel tempo, di garantire continuità alle relazioni e ai sentimenti. A patto che sia una parola vera, capace di esprimere al tempo stesso i pensieri e gli affetti, le intenzioni, le emozioni, dev'essere una parola viva, aderente alla pelle dell'anima".
È la passione, già chiamata in causa in Il romanzo della famiglia, uno dei suoi saggi più famosi, che rifletteva sul momento nascente dell'unione, il fuoco attraverso il quale l'autrice legge il disfarsi della coppia. Solo accogliendo la sua sfida senza indietreggiare, leggiamo, e "affrontando l'angoscia dei legami spezzati e il timore della solitudine, è possibile realizzare le proprie potenzialità: sentirsi vivi, veri e vitali, capaci di mutare l'esistente e di ricominciare una nuova narrazione di sé. Portato sino in fondo, il mandato passionale rivela la forza e la debolezza, l'autonomia e la dipendenza che contraddistinguono la condizione umana, per cui nessuno può mai prescindere dagli altri e dal rischio che il vivere stesso comporta".
Così che la lezione più preziosa che ci viene dalla lettura di queste pagine è che nessuna esperienza è possibile allontanando da sé la "cognizione del dolore": espulsa dalla nostra cultura la passione, "una delle categorie più potenti a nostra disposizione per comprendere e conformare l'agire umano", ci stiamo condannando a vivere in modo opaco qualunque evento, anche il più straordinario. Privato del pathos, l'amore, come la sua dissoluzione, rischia di restare orfano di descrizione, dunque, di comprensione. E in un'epoca che ha spettacolarizzato fino all'indecenza i sentimenti e anestetizzato tutte le grandi emozioni (troppo dette ed esibite per poter essere vissute) è una riflessione che ci riguarda tutti.