Donne e conoscenza storica
       

Recensioni 2003

carol rama, Opera 47, 1940
in Oltreluna

Annamaria Tagliavini, Serena Sapegno, Roberta Mazzanti, Rosy Braidotti, Baby Boomers. Vite parallele dagli anni Cinquanta ai 50 anni, Giunti Astrea, 2003

di

Donatella Massara

Ricerche Bibliografiche
Autocoscienza letteraria

Baby Boomers. Vite parallele dagli anni Cinquanta ai 50 anni presenta i racconti di autocoscienza di Annamaria Tagliavini, Serena Sapegno, Roberta Mazzanti, Rosy Braidotti. Quattro donne quasi coetanee e accomunate nel femminismo. Ho letto le prime venti pagine delle prime tre autrici, mi riservavo di affrontare successivamente la quarta più nota e conosciuta. Invece ho poi letto per intero il pezzo di Rosy Braidotti e leggerò in seguito quelli delle altre.

L'amica che aveva letto questo libro, trovato in casa mia - mi segnalò, divertita e incuriosita, il racconto di vita di R. B. chè, inaspettatamente, parlava della Libreria delle Donne. La filosofa infatti in un serrato racconto della sua vita di frontiera, piazza, mi si perdoni il vocabolo, secondo me senza un chiaro motivo, un giudizio sulla "scuola italiana della differenza sessuale", Luisa Muraro e la Libreria delle Donne.
Conosciuta Luisa Muraro a Parigi, ammiratane l'intelligenza di cui sprizza, rimastane colpita per il suo aspetto ascetico, R.B. ne prende nel presente le distanze con una stigmatizzazione lapidaria:<< Muraro è responsabile di un vero irrigidimento delle strutture del pensiero femminista. La Libreria delle Donne di Milano ha ristabilito una pratica classica del simbolico come voce autoritaria e fissa, lasciandosi alle spalle non solo tutta l'eredità psicoanalitica della pratica dell'inconscio, ma anche la nozione del potere come rete di effetti complessi e strategici. Sparisce, così, proprio quel soggetto non unitario che invece è fondamentale per la filosofia francese della differenza. Comprimendo in questo modo l'identità femminile entro parametri metafisici assai classici, la corrente italiana della differenza sessuale ha fatto scuola nel senso dogmatico del termine>>. (R.B., Baby Boomers, pag. 187)

Il paragrafo successivo racconta la storia di Braidotti negli anni olandesi, quando <<il principio di realtà busserà alla mia porta>> e <<dopo un lungo concorso>> conquista la cattedra di Women's Study nella Facoltà di Lettere di Utrecht. Quindi la filosofa fa scuola e non nel senso dogmatico del termine.
Mi ha colpito che mentre Braidotti teorizza la contraddittorietà del soggetto, allo stesso tempo incorre in una dialettica di negazione distinguendo molto precisamente fra sé e Luisa Muraro, che incarna un negativo esterno alle vicende della protagonista. Come mai, mi sono chiesta, di tutte le femministe, i gruppi che ha incontrato cita con il carattere di 'pensiero forte' ed esecrabile, solo quello di Luisa Muraro? Tutte le altre femministe sono garbate professioniste, brillanti carriere, amiche a cui riversare gratitudine e simpatia. L'unico buco nero è la filosofia italiana della differenza raccolta intorno a questa maestra di allieve non libere. E che insegnano una non libertà? Immagino che per i suoi compiti professionali R.B. insegni a Utrecht a valutare e distinguere fra le filosofie femministe includendo quella pessima scuola illiberale di Luisa Muraro.
Oltre che a portare dubbi su questa scuola collegata a una Libreria (di Diotima, comunità filosofica dell'Università di Verona e che ha fondato Luisa Muraro R.B. - chissà perchè - non parla), nel racconto personale della filosofa apprendiamo che è stata una scelta quella di vivere il femminismo <<come un processo di auto-realizzazione>>, <<non solo come un progetto socio-politico "esterno">>; una realizzazione vissuta con contraddizioni di cui però lei non parla.

Di conseguenza la parabola vincente della carriera-Braidotti a me -personalmente- mette in tasca niente, essendo a livello zero di discussione. Questa carriera e la sua <<quotidianità>> formano nello svolgimento del racconto un soggetto: esemplare. E la filosofia a cui si ispira, come tutte le baby boomers, dice, è "se non puoi avere ciò che desideri, ama quello che hai".
Forse è questo il narcisismo del soggetto che incrocia l'autocoscienza laboriosa; di questo parla la recensione densa e problematica che Manuela Fraire ha pubblicato su Il manifesto; leggibile in rete nel sito di Linda. La psicoanalista femminista distingue autobiografia e autocoscienza. Collocato il libro nell'autocoscienza, vede in questa una fecondità della lingua parlata che nella scrittura si perde.

In realtà non si capisce se l'esemplarità della vicenda autocoscienziale di Rosy Braidotti vale o non vale potenzialmente per tutte noi. Il personale mentre è raccontato si fissa in un paradigma che costruisce teoria; se è casuale nella narrazione si rovescia in ordinazione simbolica nella seconda, confluendo nel soggetto nomade.
E' un nomadismo geografico però, dove non c'è incontro e passaggio nelle altre, se non per una via tutta personale e matrimoniale, oppure chissà perchè convinta che le relazioni fra donne aiutino a scrivere e a pensare, non c'è quindi la politica delle donne, o se c'è la nominazione è tutta, oggi, per l'istituzione.

Di fronte a questa lettura e nell'eventualità che quello che scrive Rosy Braidotti sia vero, storicamente vero, reagisco dicendomi che non voglio fare parte di una aggregazione definita "dogmatica e metafisica". Una scuola di provincia che archivia se stessa autoeleggendosi prima.

Dogmatismo è affermare senza dimostrare.
Cosa afferma il pensiero della differenza e non dimostra? Per quanto mi riguarda lavoro in vicinanza con la storia e questa mi sostiene nel vedere la differenza,
un' interpretazione della soggettività femminile che non si rovesci unilateralmente nel vittimismo e nella passività della storia quando è vissuta in vesti femminili. Anche un'autocoscienza può essere storia del presente se spartisce con le altre il profitto delle acquisizioni ricevute nella relazione e con l'esperienza. Anche un'autocoscienza, allora, se si allarga alle altre include obbligatoriamente la dimostrazione di quanto dice. Manuela Fraire è convinta che l'autocoscienza non abbia questa possibilità e la sua bellezza consista nel non potersi esprimere secondo i criteri della comunicazione 'storica', essendo stretta alla relazione femminile e emotivamente coinvolta, anzitutto, nel darle energia. L'autocoscienza è fondata sulla relazione del presente, dice e allora non parla del passato anche se lo illustra. Non sarei così determinista fino a consegnare alla scrittura solo lo spazio dell'immaginazione. Mi va bene anche l'autocoscienza per fare storia, purchè sappia quello che dice oltre se stessa. E anche il libro con le sue quattro storie ha la interessante partecipazione alla storia portando alle donne il suo lembo colorato.

Questa dimensione molto privata e colloquiale Rosy Braidotti la raggiunge quando racconta la sua lingua, il rapporto con le modalità linguistiche con cui pensa e comunica. E' il confronto con altre che non mi è piaciuto, con una ipotetica me stessa. Questo confronto con la storia che sia per i pantaloni che nessuna metterebbe, nella metà degli anni '60 (!!) che per questa lapidaria definizione sulla Libreria delle Donne di Milano, scoglio aggirato della laguna femminista, rischia di diventare irritante. Fa venire voglia di dire: non è così, io non sono così, a me non è successo; non mi rappresentate, anche se sono nata nel 1950.