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Autoritratto
come allegoria della Pittura,
Proprietà
privata, Saint Luis, 1638-39

Giuditta
che uccide Oloferne, Napoli, 1612-13

Clio.
La musa della Storia, Collezione privata, 1632
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La mia impressione
davanti a tale intreccio di opere è stata molto precisa.
L'opera di Orazio è perfetta e, come dice Marirì
Martinengo: <<molto umana>>. Anche a una profana
come me è evidente che i due artisti lavoravano con grande
finezza tecnica. La pittura delle stoffe e degli abiti ha una
superlativa esecuzione in entrambi, grati, fra l'altro, a una
committenza genovese e fiorentina, che si arricchiva sul commercio
della produzione tipicamente italiana in tessuti damascati e
ricamati di grande pregio. Artemisia ama gli abiti eleganti
e li confeziona sulla tela con stile e ricchezza di particolari:
i veli degli scialli sono bellissimi quanto i ritratti dei volti
femminili e il realismo delle sue figure femminili e maschili.
Tuttavia
quello che trasmettono i quadri è il salto generazionale
che mettono in scena i due soggetti ed esso travalica la tecnica
pittorica; questa richiede autorità, e capacità
autonoma di autorizzarsi all'esecuzione, e tutto ciò
è molto stimolante per sentirsi bene nel mondo.
Non è difficile e lo conferma la critica vedere come
in Orazio le immagini sono formali ed eleganti, in Artemisia,
invece, l'immagine ferma un gesto e la sua esecuzione espone
un realismo quasi fotografico. Tutti parlano ovviamente di influenza
del Caravaggio in Orazio e poi Artemisia. La pittrice aveva
visto direttamente alcune delle opere del pittore lombardo e
frequenta, più adulta, altri pittori caravaggeschi, a
Roma e poi a Napoli, dove incontra le tele napoletane dello
stesso maestro. Scrive Judith Mann che il caravaggismo nel percorso
artistico della pittrice rimane però soltanto una delle
molti fonti cui attinge in ventanni di percorso artistico, questa
influenza avviene <<mentre si costruisce uno stile più
retorico e dignitoso. Negli ultimi lavori, rispetto a quelli
dei periodi meglio conosciuti, il naturalismo privo di abbellimenti,
l'attenta osservazione del volto e della forma del modello diventano
assai meno spiccati>>.
E' l'intelligenza che spicca in entrambi, il padre e soprattutto
la figlia. Un preciso forse originale approfondimento dei personaggi
anima i quadri di Artemisia che ci fanno intuire l'interesse
verso le vicende 'storiche' e i personaggi, soprattutto donne,
degli episodi raffigurati. Questo scavo psicologico è
raggiunto <<talvolta sacrificando la bellezza>>.
E' questo guadagno di autorità o in altre parole di verità
che a me è arrivato dai quadri di Artemisia Gentileschi
e dalla scuola del padre. E' questo il lascito più forte,
ripeto la verità e l'intelligenza, che ho dalla pittura
di questa grande pittrice.
Questo lavoro
intellettuale oltre che artistico Artemisia lo esibisce passando
attraverso la materia che ispira per eccellenza le arti: la
storia. Judith Mann dice che Artemisia <<dimostra molto
presto la propria cura nel rappresentare le scene narrative
in modo credibile>>. Per amore di questo gusto alla riattivazione
di un passato, Artemisia non teme di fare scadere la perfezione
tecnica del disegno. Giuditta che uccide Oloferne quadro conservato
al Museo di Capodimonte, dipinto del 1612-13 e precedente allo
stesso soggetto conservato a Firenze del 1620, secondo gli esperti,
presenta: << mancanza di nitidezza spaziale>>, e
tuttavia <<nonostante la goffaggine con cui sono atteggiate
le braccia della donna e il problema costituito dalla mano di
Oloferne che non è in scala [...] si ha la sensazione
- ed è quasi un caso unico - che vi sia un progetto preciso>>.
Sono queste imperfezioni che rivelano come Artemisia abbia riflettuto
a fondo sull'intera vicenda di Giuditta fino a raggiungere un'
idea precisa, un giudizio 'storico' che si impone nella esecuzione.
Clio è
il quadro dove Artemisia dipinge l'allegoria della Storia nel
1632. Il quadro è fortemente rappresentativo della personalità
di Artemisia. Siamo di fronte a una donna 'regale', molto raffinata,
che suggerisce l'appartenenza a un tempo successivo - dice Marina
Santini. Gli occhi della donna guardano in alto, costringono
a guardare la corona di allori che le sfiora la fronte. L'effetto
è fosco e contemporaneamente rassicura il verismo non
stereotipo della figura. I commenti non esitano a vedere un'
identificazione di Artemisia nella Fama, il primo titolo del
dipinto; è un'ipotesi confermata dalla firma dell'artista
nell'iscrizione, leggibile sul libro aperto che, poggiato su
un tavolo, affianca Clio. Artemisia dunque include se stessa
nel libro aperto della Fama, perché questo significa
la Storia per lei.
Il quadro ha una singolare vicenda leggibile nell'iscrizione
dove Artemisia dichiara di dedicarla "allo smemorato Rosieres".
Secondo Bissell si tratta di Francoise Rosieres che Artemisia
non aveva conosciuto. Il quadro era stato commissionato da Carlo
di Lorena e probabilmente voleva commemorare i venticinque anni
della scomparsa del suo protetto. Francoise Rosieres per un
debito di riconoscenza verso la famiglia protettrice aveva scritto
una storia del casato dei duca di Guisa usando però documenti
falsi e, a scopo celebrativo, fare risalire il casato a Carlo
Magno. Il re di Francia Enrico III, colta l'ingiuria, stava
per condannare l'autore alla pena capitale. Carlo nei confronti
di Luigi XIII aveva subito l'identica svolta essendosi inimicato
Richelieau. E' a questo contesto alle quali si ispira il monito.
Secondo Elizabeth Cropper è una visione della storia
la quale <<fa appello ai posteri affinchè si riveli
la verità e si manifesti la fama autentica. D'altra parte,
il riferimento a Rosieres solleva la questione di quale sia
la vera storia, e mette in dubbio il valore dei fatti documentali
nella compilazione di uno studio storico scritto con il proposito
di adulare. Secondo tale invenzione, pungente e tuttavia ottimistica,
si può presumere che la storia, con cui Rosieres ha voluto
celebrare la famiglia del duca, avesse la possibilità
di contribuire a smentire le calunnie diffuse contro di lui.
Accettando l'allegoria creata da Artemisia, il duca avrebbe
anche accettato l'arguzia sottintesa: l'opera gli arrivava dalla
mano di una donna che era stata a sua volta sanguinosamente
calunniata, eppure poteva ormai presentarsi come la figura di
Clio, in posa ardita e palpitante, lo sguardo rivolto al futuro,
decisa ad assicurarsi fama e immortalità.
Ho detto che la storia della Clio della Gentileschi rappresenta
un monito oltre che un modello esemplare. E' un monito innanzi
tutto perchè solleva questioni riguardanti la storia
e la verità, implicando - se vale l'ipotesi di Bissell
- che la verità storica può essere alterata anche
quando si fonda su dei documenti, e affermando al di là
di ogni dubbio che all'epoca di Artemisia la storia non era
solo una questione di documentazione e di testi, ma, cosa assai
più rilevante, riguardava la posterità e la fama
imperitura. Artemisia ha sempre identificato con questo genere
di fama la sua stessa persona e i suoi talenti; ciascuna immagine
di donna energica da lei dipinta deve in qualche modo essere
ricondotta all'autrice.>>
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