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questo sito: Gabriella Lazzerini, Di
questi anni chi scriverà la storia
Recensioni
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Benedetta
Craveri, La civiltà della conversazione, Adelphi,
Milano 2001
di Gabriella
Lazzerini
A chi come
me mantiene la convinzione che è possibile avvengano
rivoluzioni senza guerra e senza morti sul terreno, consiglio
un libro di storia che ha rallegrato la mia estate. Si legge
come un romanzo e allo stesso tempo non dice niente che non
sia documentato.
Nel 1600, in Francia è nata e andata avanti per due secoli
una rivoluzione condotta in gran parte da donne, una rivoluzione
che ha conosciuto inciampi ma non ha fatto nessuna vittima
E' la storia di un ideale che prende forma e si cala nella realtà:
un ideale di socievolezza e piacevolezza del vivere che è
arrivato a dettar legge in fatto di comportamenti, a segnare
per sempre la letteratura e più in generale la lingua
e lo scrivere, a far giungere la sua onda lunga fino ai terreni
della politica. La si potrebbe chiamare "la rivoluzione
dei salotti". Nasce in spazi privatissimi, dentro le case,
e il suo strumento principe è la parola: la parola scambiata
a voce, scritta nei diari, nelle memorie e in qualche romanzo,
ma molto anche attraverso biglietti e lettere, scambi a metà
tra il parlare e lo scrivere, usata come la mia generazione
ha usato il telefono e adesso la rete. Benedetta Craveri la
racconta attraverso le vicende delle donne che ne sono state
protagoniste: le preziose, le dame che per due secoli hanno
fatto dello spazio privato del loro salotto un luogo dove ci
si incontrava, si discuteva di tutto, di passioni, di sentimenti,
di letteratura, di nuovo pensiero. Gli intellettuali ci accorrevano,
donne e uomini scrivevano romanzi che rispecchiavano quel mondo,
li si preferiva ai luoghi istituzionali della cultura e alla
corte. Per molte donne sono stati oasi di libertà in
cui si costruiva un mondo vicino a loro. Un altro mondo
.
Due citazioni:
"Virile o delicata, austera o frivola, libertina o sessuofoba,
la preziosa coltivava un'alta idea di se stessa
e del rispetto che le era dovuto, e questo atteggiamento non
era soltanto frutto dell'orgoglio di casta, ma nasceva dalla
tragica consapevolezza della fragilità della condizione
femminile. I privilegi di cui ella godeva in seno alla società
aristocratica non modificavano la sua situazione di inferiorità
giuridica e non impedivano che, nella grande maggioranza dei
casi, altri decidessero dei suo destino. Ma accettare l'ineluttabile,
trovarsi in balìa di un marito non amato, rischiare la
vita a causa di maternità indesiderate, non implicava
necessariamente un atteggiamento di rassegnazione: la preziosa
rimaneva infatti fedele a se stessa, si ascoltava, si analizzava,
si possedeva saldamente. Forte del potere conferitole dalle
bienséances, ella dava la misura di ciò che valeva
nella zona franca della mondanità: lì poteva esercitare
liberamente la sua intelligenza, imporre la sua sensibilità,
abbandonarsi ai piaceri incorporei dell'esprit; lì le
era consentito scegliere ed esigere, sedurre e negarsi, e trionfare
finalmente sulla realtà imprigionandola nella metafora.
Per questo la letteratura e la lingua assumevano per la
preziosa un'importanza senza uguali: non le consentivano
solo di rifugiarsi nel regno dei sogni e delle emozioni estetiche,
di raffinare sempre più la sua sensibilità e il
suo gusto, ma le insegnavano il potere fondante della parola.
Parlare e scrivere diventavano per lei un atto creatore: per
lei esisteva solo ciò che accettava di nominare."
(pag.234)
"Questo
ideale di conversazione, che sa coniugare la leggerezza con
la profondità, l'eleganza con il piacere, la ricerca
della verità con la tolleranza e con il rispetto dell'opinione
altrui, non ha mai smesso di attrarci; e quanto più la
realtà ce ne allontana tanto più ne sentiamo la
mancanza. Esso ha cessato di essere l'ideale di tutta una società,
è diventato un luogo di memoria , e non c'è
rito propiziatorio che possa riportarlo fra noi a condizioni
che non gli sono favorevoli; conduce ormai un'esistenza clandestina,
ed è appannaggio di pochissimi - eppure niente ci dice
che un giorno non possa tornare a renderci felici."(pag.17)
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