Il tema
di questo intervento riguarda il rapporto tra nonviolenza e femminismo, per come
si è espresso, da fine Settecento ad oggi, sia attraverso la riflessione
teorica, sia nei movimenti storici, rivolti a uguaglianza, emancipazione, e liberazione
delle donne.
Se per "società nonviolenta" ("Omnicrazia"
di Capitini e "Sarvodaya" di Gandhi), si intende una condizione
in cui ciascuno deve avere abbastanza potere (reale) da determinare le decisioni
riguardanti la propria vita in maniera compatibile con il riconoscimento dell'Altro,
sì che "ciascuno abbia in ogni momento la massima possibilità,
compatibile con la massima possibilità di ogni altro, di realizzare la
miglior vita di cui è capace" (G. Pontara, Il Satiyagraha,
1983, p.16), il femminismo ha dato un esempio di "come" questo possa
essere progressivamente messo in atto nella pratica quotidiana. E lo ha fatto
innanzitutto dando un connotato nonviolento ai due termini riconoscimento e potere.
Le femministe
(pur nella loro varietà), spendendosi in prima persona per trasformare
la propria vita e condizione, da oppressa e inferiore a padrona di sé e
libera, non si sono poste l'obiettivo di sostituire una condizione di potere con
un'altra, né di negare riconoscimento all'altro sesso/genere maschile.
Il
femminismo auspica una rivoluzione culturale profonda della società, al
fine di permettere alla donna di "realizzare la miglior vita di cui è
capace". Non soppiantare il potere del maschio per impossessarsene, bensì
trasformare il "sistema patriarcale", fondato sulla subalternità
femminile, attraverso atti di disobbedienza e dissidenza rivolti alla "deculturizzazione",
al cambiamento del "simbolico". Lo slogan patriarcale per eccellenza,
"famiglia e sicurezza", viene smentito, a parere di Carla Lonzi, sia
da "la donna che rifiuta la famiglia" sia dal "giovane che rifiuta
la guerra" (Sputiamo su Hegel, 1974).
Le due pratiche presenti
in ogni femminismo sono: lo spostamento della relazione Maggiore>minore (Genitore>figlia,
Uomo>donna) verso una relazione paritaria Adulto><Adulta, e la valorizzazione
delle donne e del femminile: entrambe finalizzate non alla negazione dell'altro,
ma al riconoscimento di sé.
Aldo Capitini, teorico della nonviolenza,
scrive: "La bellezza della nonviolenza è che essa preferisce non di
distruggere gli avversari, ma di lottare con loro ... In fondo è più
coraggioso volere vivi e ragionanti gli avversari, che farli a pezzi." (A.
Capitini, Ragioni della nonviolenza, 1977).
Carla Lonzi scrive nel 1972:
"Il femminismo ha inizio quando la donna cerca la risonanza di sé
nell'autenticità di un'altra donna ... e non per escludere l'uomo, ma rendendosi
conto che l'esclusione che l'uomo le ritorce contro esprime un problema dell'uomo,
una frustrazione sua, una consuetudine sua a concepire la donna in vista del suo
equilibrio patriarcale" (C. Lonzi, Scacco ragionato).
Ma
il punto di incontro più forte, tra la pratica-riflessione femminista e
quella nonviolenta, sta nelle definizioni maggiormente connotanti l'una e l'altra
istanza. Mi riferisco a: "il fine è il prodotto dei mezzi impiegati
per ottenerlo", per la nonviolenza, e a "il personale è politico"
per il femminismo. Questa frase, pronunciata dalle femministe degli anni Settanta,
è già presente, nei fatti, anche nel femminismo precedente: tutte
le lotte femministe sono state svolte connettendo la propria personale liberazione
al miglioramento di tutta la società.
Nel femminismo Otto-Novecentesco
emerge l'idea del "dovere" delle donne ad agire per "moralizzare"
la società, in una prospettiva di progresso della umanità. Le donne,
più "nutrite" spiritualmente rispetto all'uomo, ed abituate,
più dell'uomo, alla "cura" degli esseri umani, avendo acquisito
una sapienza delle modalità empatiche della relazione, avrebbero "dovuto"
fare partecipe di queste loro capacità l'intera società: questo
il senso dell'allargamento della cittadinanza femminile, e non solo una rivendicazione
egoistica.
Gandhi nel 1919 aveva dichiarato che le donne occidentali stavano
"mettendo in atto una parte importante, se non la principale, del movimento"
(Young India, 1919). Lo stesso Gandhi, nell'esplicitare lo stretto nesso
tra mezzo e fine, come tra il seme e l'albero, fa l'esempio dell'allargamento
del diritto di voto ottenuto dagli inglesi con la violenza nel 1833: "tutti
rivendicavano i propri diritti, ma nessuno pensava ai propri doveri. Non voglio
dire che gli inglesi non compissero alcun dovere. Essi tuttavia non compivano
i doveri corrispondenti ai diritti che rivendicavano e nella misura in cui non
hanno compiuto il particolare dovere di comportarsi con moderazione, i diritti
conquistati si sono rivelati un peso. In altre parole, ciò che essi hanno
ottenuto è stato l'esatto risultato dei mezzi che hanno impiegato. Essi
hanno usato i mezzi corrispondenti al fine." (M. K. Gandhi, Sulla Violenza,
1992, p. 53).
Nella storia di tutto il femminismo si può riscontrare
la tendenza espressa dalla teologa Rosemary Ruether: "Le donne si fanno portavoce
di una nuova umanità che nasca dalla riconciliazione tra spirito e corpo"
(Per una teologia della liberazione della donna, del corpo, della natura,
1976).
I due nessi, "mezzo/fine" e "personale/politico",
si incontrano proprio in questa "riconciliazione": nel superamento del
bipolarismo a favore di una concezione più complessa della realtà,
e in una serie di pratiche agite a partire dalla propria vita personale e quotidiana.
Pratiche, al contempo private e pubbliche, e partecipate sia dalle ragioni/esigenze
del corpo, che da quelle dello spirito.
Tali pratiche sono rivolte: per
il femminismo, alla trasformazione della donna, e, per la nonviolenza, alla trasformazione
della società. In realtà trasformando la donna il femminismo ha
contribuito notevolmente a trasformare la società, aprendo le porte alle
ragioni della nonviolenza, pur non nominandola. Esiste anche un movimento femminista
nonviolento (associazioni come il Wilpf, Le donne in Nero e molte
altre), ma questo mio discorso non vuole riguardare un movimento in particolare,
ma la pratica e riflessione femminista, nei suoi più vari strumenti di
lotta, ed esiti.
Giobbe Santabarbara, in "Nonviolenza in cammino"
scrive a proposito del suo rapporto (da maschio!) con il femminismo: "Fu
il femminismo a rivelarmi che il personale è politico; che la scissura
cartesiana tra corpo e mente era un delirio; che la sfera della sessualità
era decisiva; che dobbiamo voler bene al nostro corpo; che si pensa col cuore;
che si deve lottare per una felicità sobria e condivisa: la felicità
altrui, ma anche la propria, e che chi non ha cura anche di se stesso non può
riuscire ad aver cura degli altri."
Il femminismo ha contribuito a fare
affiorare la necessità, di sempre più uomini e donne, di una integrazione,
a partire da quella tra impegno sociale nel pubblico e rinnovamento delle proprie
modalità di essere nella vita privata: sconfessando radicalmente la "doppia
morale" maschilista.
Le pratiche delle donne, agite sia in privato che
in pubblico, contribuiscono (al passato come al futuro) alla trasformazione della
vita e delle relazioni delle donne e, conseguentemente, della società in
una direzione nonviolenta. Per questo ritengo necessario, per coloro interessati/e
al recupero di metodologie attive e funzionanti verso una società nonviolenta,
studiare e riproporre tali pratiche.
La pratica del partire da sé,
l'affidamento tra donne, il separatismo come "strumento di lotta e non come
sistemazione dei rapporti uomo-donna" ("Sottosopra", gennaio
1983), l'analisi dei rapporti fra sessualità e strutture sociali e fra
personale e politico, il porsi al contempo con il "massimo di autorità
e col minimo di potere", sono tutti mezzi che meriterebbero una attenta analisi
da parte degli "studi della pace", presenti in molte università
oggi in Italia.
Spostare i termini della relazione Maggiore>minore
è una pratica nonviolenta, che molte donne hanno messo in atto, divenendo
protagoniste dalla propria vita. Come? Individuando i "nodi insolubili"
del "rapporto emotivo superiore-inferiore". Scrive Carla Lonzi: "prendendo
coscienza dei condizionamenti culturali, di quelli che non sappiamo, non immaginiamo
neppure di avere, potremmo scoprire qualcosa di essenziale, qualcosa che cambia
tutto, il senso di noi, dei rapporti, della vita. Via via che si andava al fondo
dell'oppressione il senso di liberazione diventava più interiore. Per questo
la presa di coscienza è l'unica via, altrimenti si rischia di lottare per
una liberazione che poi si rivela esteriore, apparente, per una strada illusoria"
(Scacco ragionato, p. 32-33). Tale processo di comprensione autentica
di sé e di quanto accade nel privato della relazione uomo-donna, è
atto necessario affinché ognuna delle parti in una relazione abbia la "massima
possibilità" di essere e dirsi. Di mettere in gioco tutta la propria
creatività, non più minacciata da un "dovere essere",
determinato da "ruoli" esteriori.
Grazie al femminismo, la trasformazione
della relazione uomo-donna ha agito non sul piano di ciò che è giusto
idealmente, ma di ciò che è autentico nella relazione tra due persone.
Un esempio in questo senso è dato del rifiuto, e della denuncia, della
violenza sessuale maschile, sia a livello personale che a livello politico. Nel
privato del "talamo", sempre più donne rinunciano a fingere e
propongono una sessualità appagante per entrambi, anche rompendo il "modello
sessuale pene-vagina" (Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale).
Nel pubblico, donne di schieramenti diversi si sono unite per far passare una
legge contro la violenza sessuale, inclusa quella tra le mura domestiche. Se si
considera che il reato di violenza sessuale era considerato per legge "un
atto di libidine contro la morale", e non contro una persona, è evidente
lo spostamento rivoluzionario in direzione nonviolenta.
Questo "spostamento
del punto di vista", questo rifiuto della gerarchia nella relazione, è
ormai presente in molti contesti, di tipo professionale e formativo, o in relazioni
come quella medico-paziente. A questo proposito invito alla visione del recente
film di Ozpetek, "Cuore sacro", in cui, alla fine del film, una donna
medico riscatta tutta una generazione di ave della protagonista, emarginate in
quanto malate di mente ("pericolosa a sé stessa e agli altri":
con questa diagnosi, per avere tentato di rivendicare i propri diritti di moglie
e madre, è stata relegata a vita la prima moglie di Mussolini, come molte
altre donne di quei tempi, non tanto lontani).
La psichiatra, visitando la
protagonista, che aveva "esagerato", spogliandosi per strada e decidendo
di devolvere ai poveri parte del suo patrimonio, rinuncia ad etichettare il gesto
"insano" della protagonista, provando piuttosto a comprenderne le ragioni
profonde, con un attegiamento di ascolto attivo. Alla fine, dopo avere riso insieme,
medico e paziente, per "tutte queste esagerazioni", la diagnosi sarà:
"dopo avere attentamente ascoltato la paziente la reputo pienamente consapevole
delle sue scelte", pur se inconsuete e contrastanti con la tradizione famigliare.
Oggi, è grazie a molte donne, presenti, con tutta l'autenticità
del loro essere, nei più svariati luoghi sociali e professionali, che non
esiste un'unica diagnosi, un'unica verità, un'unica ragione. È grazie
al femminismo che molte donne hanno la possibilità di fare scelte personali
e consapevoli, senza di cui non sarebbe possibile, per la donna come per l'uomo,
realizzare la miglior vita di cui si è capaci, in maniera compatibile con
la miglior vita altrui: non sarebbe possibile costruire una società nonviolenta.
BIBLIOGRAFIA
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Cristianesimo
Sociale, Democrazia e Nonviolenza in Jane Addams, in RdT "Rassegna di Teologia",
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Imparare ad amare la madre leggendo romanzi.
Riflessioni sul femminile nella formazione in Identità femminili in formazione.
Generazioni e genealogie delle memorie, a cura di M. Durst, FrancoAngeli, Milano
2005, pp. 151-179.
L'educazione come progetto di pace. Maria Montessori e Jane
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La scelta d'amore di Jane
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SUL WEB:
Lo scaffale
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storica, a cura di D. Massara, al sito: http://www.url.it/donnestoria/testi/providenti/introdprovid.htm.
Processi
vitali per la pace e nutrimento della vita umana..., in La comunicazione come
antidoto alla violenza, a cura di G. Bechelloni ed E. Cheli, Mediascape, Firenze
2004, pp. 85-90. http://www.mediascape.it/index-online.php.