Donne e conoscenza storica
     

L'arte è politica
di Nadia Magnabosco su Oltreluna

La politica del simbolico
di Donatella Massara

Risposta di Nadia Magnabosco


Cara Donatella, ho letto molto volentieri il tuo scritto e penso tu abbia colto il cuore del problema. Ciò che ho scritto non è il frutto di una lunga elaborazione ma di una domanda che ogni volta mi travolge di fronte al grande problema della violenza sulle donne: io cosa faccio, io che come tante altre ho spesso avuto paura o ho addirittura subito questa violenza e l'unica risposta che trovo è: fai bene ciò che fai, cioè, ti cito,
" la consapevolezza che quello che fai nell'arte, nella letteratura, nel desiderio di esprimere te stessa e le altre attraverso la parola e la scrittura serve a cambiare il mondo".
E questa è, come tu dici, politica :
" E' una scelta che dice: creando spazi pubblici, luoghi dove accolgo il pensiero e la relazione femminile che ha sapere di sé e di quello che ci riguarda , faccio politica"
E' una consapevolezza difficile da conquistare, schiacciata dal peso della violenza stessa che si abbatte sulle donne cancellandole addirittura dalla vita stessa. Perchè è difficile pensare che serva a qualcosa un quadro, una foto o uno scritto che al massimo può entrare nello sguardo di pochi. Mentre forse servirebbe di più aiutare un'anziana a mangiare o un bambino a giocare. Poi però penso che tutta la mia forza, la mia capacità reattiva a questo mondo, mi viene dall'esempio di altre donne che sono riuscite, senza escludere altre esperienze, ad andare un piano oltre, un piano più alto da cui hanno cominciato ad esistere e a dare voce alle loro emozioni più profonde, così da farle giungere anche a me e aiutarmi a costruirmi e a farmi riconoscere. Questo piano più alto lo possiamo genericamente chiamare arte ed è un modo per costruire relazioni, orizzontali, verticali e trasversali, in una rete che permette di rischiare di vivere senza paura di cadute rovinose. Questa consapevolezza di sè ci rende più stabili e più forti anche nelle relazioni con gli uomini.
E' vero che molte donne hanno smesso di credere in sè stesse, probabilmente travolte dalla necessità di spendersi in situazione più pratiche e in cui si vedono meglio i risultati raggiunti ma anche dalla solitudine e dal vuoto che gli uomini ti possono creare intorno. Tu citavi gli esempi di Tina Modotti e Meret Oppenheim che però, se ricordo bene, poi tornano a quello che tu chiami brillantemente "il sapere di sè". Anch'io ho in passato rinunciato ad esprimermi "per me" per lunghi periodi ma l'esempio delle "altre" mi ha aiutato a ridare respiro e fiato alla mia stessa voce. Una voce che ora mi permette anche di rapportarmi con sufficiente distacco emotivo agli uomini, di cui peraltro non mi importa più di tanto se non perchè gestiscono un potere macchiato del sangue di tante donne e bambine.
Un bacio, ciao, nadia