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La
pratica dell'organizzazione Oggi, è risaputo, questa pratica politica versa in una grave crisi, che fa tutt'uno, si può dire e si capisce perché, con la crisi della sinistra. Le organizzazioni sono scollate dalla realtà; non esercitano alcuna attrazione sulle persone più giovani e forse in generale. In effetti sembra esserci un diffuso rigetto di questa pratica sociale (sebbene non si possa dire che si tratti di un fenomeno irreversibile: non è questo il punto. Il movimento delle donne, per parte sua, non ha organizzazione e non ha un centro coordinatore. Anzi, esso è positivamente contrario a ogni forma di organizzazione, compresa quella del semplice coordinamento. E questo fin dalle origini. Ci sono, ogni tanto, tentativi di innovare su questo punto, ma sono sempre falliti e non hanno neanche mai attecchito seriamente. Le pratiche delle donne. Al posto dell'organizzazione abbiamo un certo numero di pratiche che molte riconoscono valide, che vengono trasmesse da una situazione all'altra e che vengono riprese anche dalle donne più giovani o da donne che non si considerano femministe. In questo senso, soltanto, si può riconoscere un tessuto unitario. La politica delle donne è come un insieme di pratiche, insieme che ha una parte più stabile e riconoscibile, e che può tuttavia variare e di fatto varia. Per importanza e riconoscibilità, viene al primo posto la pratica del partire da sé. Significa che la parola si usa, e la politica si fa, non per rappresentare le cose, né per cambiarle, ma per stabilire o per manifestare o per cambiare un rapporto tra sé e l'altro da sé. O anche tra sé e sé, nella misura in cui l' alterità attraversa anche l'essere umano nella sua singolarità. In altre parole, la pratica del partire da sé presuppone che ogni dire o fare sia una mediazione, e impone di mettere bene in chiaro quello che lì si gioca dalla parte del soggetto. Per smascherarlo? Sì, in caso, ma anche e soprattutto per liberare le sue energie, spesso frenate da rappresentazioni fasulle e progetti sforzati. In questo modo, secondo noi, è possibile stare disponibili alla realtà che cambia. Molto ha fatto discutere nel movimento il progetto di un campo della pace in Palestina, portato avanti da un gruppo di donne. La cosa ha suscitato discussione e critiche perché il partire da sé di questa iniziativa non è chiaro e non è stato messo in chiaro; una donna formata da quella pratica, in quell'iniziativa - le cui buone intenzioni nessuna mette in dubbio - non può non vedere il rischio di un volontarismo e di un attivismo non estranei all'imperialismo occidentale. Altro esempio, in positivo. Ci è stato rimproverato di fare politica senza avere già un'analisi della condizione femminile Chi ragiona così, ha in mente (o, forse, segue meccanicamente) uno schema che non è il nostro. Noi
non partiamo da un quadro generale, ma da contraddizioni vissute in
prima persona (come: il blocco della parola nei luoghi misti, l'attrazione
- repulsione per il potere, il misconoscimento sociale di sentimenti
sentiti per sé come molto importanti, ecc.), che mettiamo al centro
del lavoro politico Così avviene che elementi che la rappresentazione
dominante del mondo metteva ai margini, si trovano messi al centro del
quadro, corrispondentemente al fatto che già si trovavano al centro
della vita vissuta. È così che la visione delle cose cambia e, al tempo
stesso, si apre un'altra strada di fare politica, più diretta e incisiva
In effetti, questa strada si è rivelata feconda. Molte vi si sono riconosciute
e ciò ha dato luogo a quello che viene chiamato movimento delle donne;
le idee e i testi nati da questo movimento, d'altra parte, conoscono
una circolazione e un'accettazione estese. Alla pratica del partire
da sé noi due facciamo risalire il fatto che oggi le donne possono essere
viste e chiamate addirittura "soggetto forte" (Gaiotti De Biase, sull'"Unità"
del 10 luglio 1992), termine che, detto per inciso, non condividiamo.
Un simile risultato non sarebbe mai stato raggiunto se dal primo momento
al centro del discorso politico - invece di quella che, nel discorso
della sinistra, era la condizione femminile - non fosse stata messa
l'esperienza vissuta in prima persona.
Politico e non politico Nei nostri convegni la presa di parola non è codificata; sopportiamo tempi vuoti, silenzi anche prolungati, incidenti di ogni genere; evitiamo per quanto possibile le relazioni già scritte, gli interventi preparati. I convegni, d'altra parte, sono tradizionalmente autofinanziati. I convegni e le altre iniziative danno vita a un nomadismo politico, aiutato dalla pratica dell'ospitalità, che crea una rete di rapporti attraverso cui circolano racconti, cassette, fotografie, fotocopie e testi stampati. Si dirà che tutto questo è tipico di un movimento relativamente giovane e perciò capace di vivere con pochi mezzi. Ma c'è di mezzo anche una scelta di pratica politica e una scommessa in favore di una politica le cui forme non soppiantino le forme della vita. Così, è nostra abitudine riflettere sulle cose che facciamo contestualmente o quasi al fare, il che dà, alle stesse che agiscono, la possibilità di correggere passo passo il loro fare. D'altra parte, nulla impedisce (e i fatti ce lo confermano ogni giorno di più) che le pratiche da noi inventate si traducano in pratiche comuni alla vita sociale o si saldino con antichi comportamenti femminili, restituendo o dando loro un significato di libertà femminile: a questo punto, non si può più parlare, in senso stretto, di movimento. La
questione del potere Ora,
ammettiamo pure che non si voglia portare la politica nell'interiorità
per il giusto timore di non ricadere o cadere in una qualche forma di
integralismo. Ma c'è una più semplice questione da sollevare, e cioè
da dove venga quella opposizione fra interiorità ed esteriorità, che
non corrisponde all'esperienza effettiva. Certo, non a quella femminile,
se ci basiamo sulle pratiche che caratterizzano la politica delle donne.
Con l'opposizione fra interiorità ed esteriorità, forse Tortorella e
Martini si spartiscono in maniera equilibrata competenze e sfere di
competenza. Ma ciò sembra corrispondere a una necessità di ordine storico
(e dell'ordine sociale) più che alla comune esperienza umana, avvalorata
dall'esperienza politica delle donne. Forse, dunque, la necessità di
mantenere quell'opposizione, e di tenere la politica nell'esteriorità,
non viene tanto dalla paura dell'integralismo, quanto dalla questione
del potere; un potere spartito in due, indubbiamente, è una barriera
contro l'integralismo. La pratica della disparità Al presente, nel movimento delle donne molte sono impegnate a riflettere su questo tema, cui siamo giunte attraverso la pratica della disparità e il dibattito che questa ha suscitato. Di pratica della disparità si comincia a parlare negli anni ottanta, non prima. Ad essa ci ha portate (e qui facciamo riferimento specialmente alla Libreria delle donne di Milano) il fatto che non abbiamo organizzazione né ruoli né funzioni né altri dispositivi per sistemare le disparità reali. Il che ci esponeva senza difese alle forti emozioni che la disparità suscita. La pratica della disparità è nata come risposta a questo problema. La sua formulazione, da una parte, e la sua accettazione, dall'altra, sono ostacolate dall'egualitarismo che caratterizza la cultura di sinistra. Semplificando, diciamo che si tratta di non coprire e di non difendersi dal sentimento di una disparità nei confronti di una propria simile quando questo sentimento si fa sentire dentro di sé. Ma di prenderlo come il segno del risvegliarsi di un desiderio, facendo del rapporto dispari con l'altra la leva per la realizzazione del desiderio stesso. Come si può vedere, non si tratta, come alcuni hanno creduto, di avallare le disparità di una società ingiusta. Tuttavia,
il senso della disparità che questa pratica dice di non coprire, può
essere suscitato anche da questo tipo di disparità. Di nuovo, dunque,
ci troviamo in presenza di una pratica che passa sopra la separazione
fra realtà interiore e realtà esterna, rendendole reciprocamente traducibili.
Della pratica della disparità, chiamata anche "la porta stretta", quelle
che la accettano dicono che è un passaggio essenziale. Essa, infatti,
è vitale per una politica della libertà femminile, in quanto produce
autorità femminile invece di potere. Questo punto è oggi al centro di
una riflessione che non possiamo anticipare. In molte siamo orientate
a una politica centrata sull'autorità e decentrata dal potere; questo
orientamento, d'altra parte, ci sembra interpretare nella maniera più
precisa il movimento delle donne: interpretato, s'intende, non sociologicamente
ma politicamente, come una scommessa sul senso della realtà che cambia.
Autorità e potere Di
nostro noi portiamo un elemento in più, ed è la possibilità, provata
praticamente, di creare autorità senza potere nei rapporti sociali.
Fino alla distruzione di ogni forma di potere? La nostra formula, oggi,
è questa: "il massimo di autorità con il minimo di potere". Non facciamo
una proposta volontaristica: la più parte delle donne, infatti, sono
internamente oppresse dal potere, dalla sua logica e dai suoi simboli.
Lo dimostra il fatto, secondo noi non abbastanza considerato dalla sinistra,
che le marce di avvicinamento ai posti di potere, tentate in varie forme,
(pari opportunità, azioni positive, politiche delle quote, rappresentanza
femminile) danno risultati sorprendentemente scarsi. Questo si constata
anche in paesi di avanzata emancipazione, come gli Stati Uniti, dove,
per esempio, vent'anni di "azioni positive" per portare più donne in
parlamento hanno sortito un aumento di un solo punto percentuale, dal
16 al 17 per cento (secondo l'"Herald Tribune" del 15 luglio 1991). Contro
il capitalismo "Comunismo" L'invenzione
e l'attenzione per la pratica, nel movimento delle donne, sono così
importanti, e questa importanza si è così imposta - almeno nel caso
italiano, caso che il movimento internazionale delle donne ha finito
per notare - da determinare il quasi abbandono del termine "femminismo",
per nominare invece la pratica, fondamentale, della relazione tra donne.
(In questa si riassumono le pratiche distintamente esposte sopra.) Lo
diciamo avendo in mente il termine "comunismo". Molte donne danno volentieri
questo nome al loro anticapitalismo, ma ne temono la carica ideologica
che rischia di determinare sotto di sé il vuoto: vuoto di esserci e
di effettualità. Durante la riunione con la redazione di "Critica marxista",
a Roma, il 3 luglio scorso, pur condividendo il senso che i molti esprimevano
della difficoltà del tempo presente, più volte abbiamo percepito anche
una tendenza al catastrofismo, sintomo di una ben più grave difficoltà,
quella di stare al presente con ciò che ha di vivo. Difficoltà dovuta,
ci sembra, alla voglia di stare al quadro ormai smentito, unita al peso
eccessivo dato a queste smentite. Lia Cigarini e Luisa Muraro, Politica e pratica politica, in Critica Marxista, n.3-4, maggio-agosto 1992 ripubblicato in Lia Cigarini, La politica del desiderio, Parma, Nuova Pratiche Editrice,1995 pp.219-228 |