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Personale
e politico
Che cos'è che non
si può rischiare di perdere , oltre al cibo, perchè sia garantita la
vita? Soggetto individuale e soggetto sociale si presentano, all'interno
dell'attuale struttura economica, entrambi con connotazioni alienate:
gli individui, che l'ideologia borghese descrive come soggetti attivi,
liberi, autonomi, sono in realtà ridotti a oggetti passivi, individui
astratti; la massa dei produttori e degli esecutori risulta, al contrario,
formata di individui ignoti gli uni agli altri, isolati e spodestati
dal prodotto del loro lavoro.
Contrapponendo il soggetto sociale (classe) all'individuo come se la
classe fosse già in se stessa , oggettivamente, il soggetto della rivoluzione,
il materialismo dialettico rischia di attribuire concretezza e forza
rivoluzionaria a un'entità non meno astratta e alienata dell'individuo.
La ricerca di un'individualità concreta si lega quindi, inevitabilmente,
alla ricerca di una nuova socialità.
Quando si parla
di " personale" e " politico" , come istanze entrambi presenti al movimento
rivoluzionario, il rischio è, al contrario, di restituire consistenza
e polarità a due momenti che si presentano invece fusi e confusi.
Calarsi nella storia di ciò che è stato visto solo come privato e individuale
è come farsi ingoiare da un imbuto.
Il tempo reale e l'intenzione politica diventano sempre più sfocati,
mentre sembra prendere corpo una profondità senza storia dove si agitano
poche passioni, intense, sempre uguali.
Il "personale" assume l'aspetto del diverso : una sorta di "natura"
immutabile e negata che riaffiorando produce sgretolamento e confusione
entro un tessuto sociale che ama rappresentarsi omogeneo.
Dietro la verità che c'è in tutto questo (la parzialità contro un'unità
immaginaria, la conflittualità contro una solidarietà fittizia ) si
può finire tuttavia per riprodurre involontariamente la mistificazione
ideologica: vedere come impulso "naturale" e separato ciò che è effetto
e sostegno nello stesso tempo al perdurare di una socialità distorta
e astratta.
La gelosia, la competizione, la domanda d'amore sono la faccia stravolta
di un'integrazione nel sociale che passa costrittivamente attraverso
la dualità-triangolarità dei rapporti familiare.
Da questo punto d'origine il modello di una sopravvivenza alienante
e distruttiva sembra attraversare, con leggere modificazioni, tutta
l'organizzazione sociale.[...]
Sopravvivenza economica e sopravvivenza affettiva (essere-amati essere-nutriti)
all'origine non sono distinte. Anche l'erotismo è parte indistinguibile
del rapporto attraverso cui viene trasmessa la vita.
La separazione
successiva (produzione - riproduzione, rapporti economici-rapporti famigliari,
lavoro- sessualità ) è già il segno di un'alienazione profonda che ha
la sua radice nella struttura sessista , patriarcale, prima ancora che
in quella capitalista.
La sopravvivenza, come si presenta nell'esperienza quotidiana delle
donne, è come se non avesse tempo né storia.
Punto di arrivo e di partenza resta quello di origine, una fissità immobilità
che provocano la paralisi o la mutilazione del "fare".
E' solo con un grande sforzo che la donna riesce a far proprio il lavoro
dell'uomo., mantenendo comunque rispetto a esso una specie di riserva.
Le sue energie restano ostinatamente legate alla ricerca di un ideale
amore materno su cui pesa la paura e il senso di colpa.
L'unico "fare" possibile è la maternità, trasformarsi da figlia abbandonata
in madre generosa.
L'esperienza dell'abbandono-tradimento
materno mette la donna nella condizione di dover cercare costrittivamente
nell'uomo la prova della sua esistenza e del suo valore. Si trova così
espropriata della vita e del significato che la sua vita potrebbe avere,
costretta a ricondurre i suoi impulsi entro i limiti che l'uomo impone
per la soddisfazione dei propri, a misurare e mistificare i suoi desideri
per non ripetere l'esperienza dell'abbandono. Ma l'inesistenza delle
donne è anche la loro "forza".
Chi può vedere con chiarezza ciò che sta all'origine, perché non se
ne è mai separato, è portatore di una verità che fa traballare tutte
le analisi sociali e politiche cresciute sulla negazione e sulla mistificazione
di questa stessa origine.
Lea Melandri,
L'infamia originaria. Facciamola finita col cuore e la politica,
(L'Erba Voglio I°ed. 1977), Roma, il Manifesto edizioni, 1997, pp. 19;
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