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Emancipazionismo
italiano di fine Ottocento e dei primi del Novecento
L'emancipazionismo
di fine Ottocento e dei primi del Novecento struttura la sua azione
su tre fronti: verso le donne che ancora non avevano preso coscienza
dell'oppressione o che, avendola, erano però riluttanti ad esporsi pubblicamente;
verso l'opinione pubblica e le istituzioni politiche e culturali; ed
infine verso le stesse donne già impegnate nel movimento, il cui processo
di crescita era considerato ancora in corso.
In tale progetto la visibilità - e dunque l'organizzazione - si rivelava
un'esigenza primaria poiché mostrare la propria presenza alle altre
donne , al mondo, ed anche a se stesse, rivestiva una funzione addirittura
vitale per il senso di forza che rimanda l'immagine di una struttura
stabile ed estesa.
Già
sul finire dell' Ottocento, quindi, si cominciarono a creare collegamenti
tra diverse associazioni; e più tardi si attivarono federazioni che
coordinassero, sul piano nazionale, organizzazioni che avrebbero dovuto
comunque continuare ad operare anche in ambito locale.
Questo è un tratto distintivo del movimento di emancipazione nel Novecento:
darsi ambizioni nazionali - o quanto meno dirsi nazionali - anche quando
non se ne avevano le strutture. Soltanto pochissime istituzioni quali
l'Unione
femminile nazionale e il Consiglio nazionale delle donne italiane
furono infatti in grado di sostenere praticamente questo progetto.
Nel
primo Novecento, inoltre, le emancipazioniste italiane perseguirono
con grande tenacia, sebbene con persistenti diffidenze reciproche, il
tentativo di coordinare i loro interventi individuando obiettivi comuni,
al di là dei rispettivi orientamenti politici generali.
La lotta per le riforme del codice in materia di stupro e di incesto
e soprattutto il voto rappresentò il terreno sul quale laiche, femministe
cristiane ed emancipazioniste socialiste sperimentarono, pur tra gravi
difficoltà, rapporti di collaborazione, di confronto, di azione comune.
Negli anni 1905-1907 si costituirono in numerose città italiane grandi
e piccole (Torino, Milano, Roma, Napoli, Genova, ma anche Montalcino
o Cerreto Sannita) comitati pro suffragio e ad essi fu affidata per
un decennio ed oltre la visibilità politica del movimento. Si trattava
di organizzazioni formate da delegate di associazioni emancipazioniste
di diverso orientamento: a Milano ad esempio, il comitato era formato
da rappresentanti dell'Unione femminile, dalla Lega per la tutela degli
interessi femminili e dalla Federazione femminile cattolica.
Alla base di tali strutture c'era infatti la convinzione che i comitati
avrebbero dovuto operare una sorta di rifondazione tattica del movimento,
in vista di una campagna dura, ma breve e decisiva - si pensava che
la legge sul voto fosse imminente - dopo la quale ciascuna avrebbe potuto
riprendere la propria storia, nel caso che, al contrario di quante molte
speravano, l'esperienza non fosse servita a far emergere soprattutto
l'identità di sesso e la solidarietà femminile , come nuovo modello
di rapporti politici.
Annarita
Buttafuoco, Apolidi. Suffragismo femminile e istituzioni politiche
dall'Unità al fascismo, in Le donne e la Costituzione, Roma, Camera
dei deputati, 1989; pp. 27-28
Scelta
antologica di Adriana Perrotta Rabissi
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