Donne e conoscenza storica

 

 

 

 

 


CASA: UN SITO DI RESISTENZA

Da bambina, il viaggio di attraversamento della città per raggiungere la casa della nonna era un'esperienza tra le più eccitanti. A mamma non piaceva rimanerci troppo a lungo.
Non le interessavano tutte quelle chiacchiere a voce alta, tutti quei discorsi sui bei tempi andati, su come si viveva in passato - chi aveva sposato chi, come e quando il tale o il tal altro era morto, ma anche come vivevamo e sopravvivevamo noi neri, come ci trattavano i bianchi.
Ricordo quel viaggio non solo per via dei racconti che mi capitava di ascoltare. Grazie ad esso mi lasciavo alle spalle la nostra segregata comunità nera per entrare in un quartiere di bianchi poveri.
Ricordo il timore, la paura di andare da Baba (a casa di nostra nonna), perché per arrivarci dovevamo superare quel terrificante biancore - quelle facce bianche che dalle verande ci guardavano dall'alto in basso con odio. Anche quando erano vuote o abbandonate, quelle verande sembravano dire "pericolo", "tornate a casa vostra", non siete al sicuro". Oh, che sensazione di sicurezza, approdo, ritorno a casa, quando finalmente raggiungevamo i confini del suo cortile, quando ci appariva il viso nero e fuligginoso del nonno, Daddy Gus, seduto sulla sua seggiola in veranda, e potevamo sentire il suo odore di sigaro e accoccolarci tra le sue braccia.
Che contrasto! Da un lato la sensazione di essere arrivati, di essere finalmente a casa, la dolcezza e, dall'altro, l'amarezza del viaggio, il richiamo costante al potere e al controllo dei bianchi.
Ne parlo come di un viaggio per raggiungere la casa della nonna, eppure ci abitava anche il nonno.

Nelle nostre giovani menti, le case appartenevano alle donne, ne erano il dominio specifico, non perché esse ne fossero le padrone, ma perché era dentro le case che si produceva tutto ciò che conta nella vita - il calore e la pace di un luogo dove sentirsi al sicuro, cibo per i nostri corpi, nutrimento per le nostre anime. E lì che abbiamo imparato a stare al mondo con dignità, con integrità; è lì che abbiamo imparato ad avere fede.
A renderci possibile questa vita, facendoci da guida e da maestre, sono state le donne nere. La loro non era una vita facile. La loro era una vita dura. Erano per lo più donne che lavoravano fuori casa al servizio dei bianchi, pulendone le case, lavandone i panni, accudendone i figli - nere che lavoravano nei campi o nelle strade, che facevano di tutto pur di far quadrare il bilancio, che non si tiravano indietro davanti a niente. Poi rientravano nelle loro case e ci rendevano possibile vivere.
Questa tensione tra il servizio prestato fuori casa, lontano dalla famiglia, dalla propria gente, servizio al servizio dei bianchi e che consumava tempo ed energia, e lo sforzo delle donne nere di non esaurire tutte se stesse, in modo da poter offrire i loro servizi (accudimento e nutrimento) all'interno delle loro famiglie e comunità, è uno dei molti fattori che, nella società patriarcale fondata sulla supremazia bianca, hanno storicamente distinto il gruppo delle donne nere da quello dei maschi neri.

Oggi la lotta dei neri deve rendere onore a questa storia di servizio e, allo stesso tempo, criticare la definizione sessista secondo la quale servire sarebbe il ruolo "naturale" delle donne.
Poiché il sessismo delega alle donne il compito di creare l'ambiente domestico e di provvedere ad esso, è stato soprattutto grazie alle donne nere se il focolare domestico si è costruito come spazio di cura e nutrimento da contrapporre alla feroce, disumana realtà dell'oppressione razzista, della dominazione sessista.
Storicamente gli africani-americani hanno creduto che la costruzione di un focolare domestico, per quanto fragile e precario (la capanna dello schiavo, la baracca di legno), avesse una dimensione politica radicale.
Nonostante la brutale realtà dell'apartheid razziale, della dominazione, la casa era l'unico sito dove potersi misurare in modo libero con la propria umanità, dove poter resistere.
Le donne nere hanno resistito erigendo case dove tutti i neri potessero lottare per essere soggetti, non oggetti, dove potessimo confermarci nella mente e nel cuore, nonostante la povertà, la fatica, le privazioni, dove potessimo restituire a noi stessi la dignità che all'esterno, nella sfera pubblica, ci veniva negata.

Costruire un focolare domestico non significava soltanto fornire dei servizi. Voleva dire costruire un luogo sicuro dove i neri potessero confermarsi l'un l'altro e, così facendo, guarire molte delle ferite che la dominazione razzista aveva inflitto loro.
Nella cultura della supremazia bianca, all'esterno, non saremmo riusciti a imparare ad amare o rispettare noi stessi; è stato lì, all'interno, in quel "focolare domestico" per lo più creato e mantenuto da donne nere, che abbiamo avuto modo di crescere e progredire, di nutrire il nostro spirito. Il compito di costruire un focolare domestico, di fare della casa una comunità di resistenza, è stato condiviso globalmente dalle donne nere, in particolare dalle donne nere delle società suprematiste bianche.
Non dimenticherò mai la sensazione di condividere la stessa storia, la stessa angoscia, provata la prima volta che lessi delle lavoratrici domestiche nere in Sud Africa, donne nere impiegate in casa di bianchi.
Le loro storie evocavano vivide memorie del nostro passato africano-americano. Ricordo che una di loro si lamentava del fatto che, raggiunta la casa dei bianchi alle prime ore dell'alba, dopo aver passato l'intera giornata a lavorare consumando tutto il suo tempo e la sua energia, "non gliene rimanevano più per se stessa". Era una storia che conoscevo. L'avevo letta nei racconti di schiavitù di donne africane-americane che, come Sojourner Truth, dicevano: "Quando il mio cuore di madre gridava di dolore, solo Gesù mi ascoltava". Era una storia che conoscevo.
Ero diventata donna sentendo parlare di donne nere che si dedicavano alla cura e al servizio di una famiglia bianca, mentre il loro solo desiderio era di avere tempo ed energia da dedicare alla propria. Oggi voglio ricordare queste donne nere.

L'atto di ricordare è un gesto consapevole di omaggio alla loro lotta, al loro sforzo di tenere qualcosa per sé.
Voglio che le rispettiamo e che capiamo che questo sforzo è stato e continua a essere un gesto politico radicalmente sovversivo. Poiché coloro che ci dominano e ci opprimono sono in posizione di massimo vantaggio proprio quando non abbiamo nulla da dare a noi stessi, quando ci hanno a tal punto sottratto la nostra dignità, la nostra umanità, che non ci rimane nulla, nessun "focolare domestico" dove riprendere possesso di noi stessi. Voglio che ricordiamo queste donne nere, al passato e al presente.
Persino in questo istante vi sono donne nere alle prese con l'apartheid razziale in Sud Africa, donne in lotta per procurarsi qualcosa che sia solo loro. "Noi... sappiamo quanto soffrono le nostre sorelle" (da una petizione per ottenere l'annullamento della legge sui lasciapassare, 9 agosto 1956). Voglio che le onoriamo, non perché soffrono, ma perché continuano a lottare anche se soffrono, perché continuano a resistere.
Voglio parlare di quanto sia importante il focolare domestico quando si è oppressi e dominati, di quanto sia importante il focolare domestico come sito della resistenza e della lotta di liberazione.
Scrivendo di "resistenza", in particolare di resistenza alla guerra del Vietnam, il monaco buddista vietnamita Thich Nhat Hahn dice: resistenza, alla radice, deve significare qualcosa di più di semplice resistenza alla guerra. Si tratta di resistenza a qualsiasi cosa somigli alla guerra... Allora, forse, resistenza significa opposizione: non lasciarsi invadere, occupare, assalire e distruggere dal sistema.
Lo scopo della resistenza, in questo caso, è cercare di guarire se stessi in modo da imparare a vedere con chiarezza... Io credo che le comunità di resistenza dovrebbero essere luoghi dove ritornare più facilmente a se stessi, luoghi che permettano a ognuno di guarire e recuperare la propria integrità.

Storicamente, le donne nere hanno resistito al dominio suprematista bianco impegnandosi nella costruzione di un focolare domestico. Non importa che il sessismo avesse assegnato loro proprio quel ruolo. È più importante che esse abbiano preso questo ruolo convenzionale e lo abbiano ampliato sino a includervi l'accudimento reciproco, la cura dei figli, degli uominio , in modi che hanno tenuto alto il nostro spirito, che ci hanno difesi dalla disperazione, che hanno insegnato ad alcuni di noi ad essere dei rivoluzionari capaci di combattere per la libertà.

bell hooks, Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, trad. di Maria Nadotti, Milano, Feltrinelli, 1998

Gloria Jean Watkins firma i suoi testi con lo pseudonimo di bell ( come la madre ) hooks (come la nonna materna) è nata nel Kentucky nel 1952 . Ha scritto numerosi saggi. Vive e insegna a New York. In Italia è stata pubblicata una conversazione/intervista nel libro a cura di Maria Nadotti, Scrivere al buio (Milano, La Tartaruga edizioni, 1998)

Scelta antologica a cura di Luciana Tavernini