Donne e conoscenza storica  

 

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Breve cronaca del mio incontro con la Storia
Riflessioni a margine delle interviste
realizzate nel 1977 alle donne siciliane
che occuparono le terre (1947 - 1950)

di Gisella Modica


"La nostra storia non è ancora storia. Può diventarla raccontandola ad un'altra che ci legge"


Palermo, Settembre 2001



Dicembre 1976
L'origine

Il parto ricordo fu difficilissimo, un parto senza spinte.
Sono stremata. L'ostetrica sulla mia pancia si lamenta del dolore alle braccia per il troppo spingere e il medico mi incita: "Il respiro, controlla il respiro!"
Inutile, non ho forze e non controllo più niente. Sto per perdere i sensi e già mi giunge lontana la voce del medico che grida all'infermiera: "la perdo, sto perdendo la bambina, datele ossigeno".
Un corpo estraneo mi penetra la bocca, le narici. Sensazione improvvisa di sollievo.
Ascolto da dentro il mio respiro amplificato: inspiro, espiro e ogni stacco sembra un solco che separa me dal resto del mondo. E'il respiro del mondo dentro di me. Trattenuta al suolo dal filo del mio respiro, mi libro leggera per aria, e dentro un bozzolo di cotone navigo in un silenzio ovattato. Attraverso le cosce divaricate intravedo l'oblò della porta della sala parto. Si apre ed entra un uomo. Si avvicina e mi bacia sulla fronte. Sei stata brava! mi dice in tono lusinghiero: è mio padre.
Mi sento gratificata e fiera.
Un dolore improvviso, lacerante, mi attanaglia la testa e mi distoglie da quelle lusinghe. Una piovra gigantesca mi risucchia budella, sangue, tessuti, li strappa a forza svuotandomi, fino a che dentro non rimane nient'altro che il nulla.
Precipito al suolo da un'altezza incommensurabile, come se qualcuno avesse tagliato il filo mozzandomi il respiro.
Atterro, nelle orecchie un tonfo assordante.
Il dolore di colpo si placa e subentra un senso di pace. Simile ad un formicolio che sale pian piano dalle gambe, dal ventre, su per il petto, una sensazione di forza, di potenza infinita, mi invade il cervello e m'inebria. Ho superato la soglia e sono sopravvissuta. Adesso tutto mi è possibile, come fossi un dio. Sono come dio.
Mi tolgono la maschera e riprende la fatica del respiro, ma adesso riesco a controllarlo.
Un acuto mi perfora i timpani, ma i sensori del mio cervello, disfatti dalla fatica, sono in tilt e non collegano quel grido all'evento della nascita. Non sentono nemmeno l'ago, che senza anestesia, mi penetra la carne e un punto dopo l'altro, sutura la ferita che mi ha aperta al mondo.
Mi addormento.

§§§§

Mi risveglio dentro un luogo in penombra. Non capisco dove mi trovo e volgo istintivamente lo sguardo verso qualcosa che percepisco rassicurante. Incontro il viso di mia madre che sorride.
"E' una bambina", dice.
"Chi?" Riesco a stento a pronunciare.
"Tua figlia, Valentina".
Non ricordo di avere partorito.
Vedo mia madre chinarsi e mettermi accanto un fagotto urlante. Impossibile che l'urlo provenga da quella cosa così minuscola. La guardo, ha il viso paonazzo e gli occhi serrati, ma la fronte, il naso, la bocca hanno qualcosa di familiare, mi sembra quasi di specchiarmi.
"Ti assomiglia" sussurra mia madre come se mi avesse letto nel pensiero.
Pian piano i pensieri, prima fluttuanti, si dispongono in riga uno accanto all'altro e acquistano senso. Un barlume, poi di colpo tutto mi è chiaro: ho partorito un essere che mi somiglia.
Il mio corpo ha partorito me stessa, la figlia che era dentro di me. E' stato durissimo ma alla fine la separazione è avvenuta.
Adesso sono madre, sono io l'origine e niente per me sarà più come prima.

§§§§

Il mio corpo aveva fatto la sua parte, mi aveva messo al mondo Madre. Adesso toccava a me assecondarlo senza tradirlo.

§§§§

"Perché avete fatto entrare papà in sala parto?"
"Papà?" Ma che dici, nessuno poteva entrare là dentro"

§§§§