| |
La parte delle vite
femminili che si rifugia oggi nel romanzo storico
(1)
perché deborda dal saggio basato sul paradigma del sociale, è,
principalmente, il di più femminile. Che esista nella storia
un di più
femminile non compreso nel linguaggio scientifico del secolo XX, lo
dimostrano, per esempio, la teoria e la pratica psicoanalitiche.
Sigmund Freud chiamò questo di più "eccesso femminile"
e ne trattò in maniera
tormentata nella famosa Lezione 33 in cui si domandava Was will die
Frau?
(Che cosa vuole la donna?). Sulla sua domanda insistettero, perplessi,
parecchi dei suoi seguaci più citati, mentre fu Serge Leclaire
che osò
raccogliere il sentire comune tra i suoi colleghi affermando che la
donna è
inanalizzabile (2).
Fu forse Carl Jung lo psicoanalista che con più finezza mise
in parole, nel
secolo scorso, alcuni significati di questo di più. Lo
dimostra l'influenza
da lui esercitata su due generazioni di storiche, generazioni di cui
sono
esempio Marie-Louise von Franz, sua diretta discepola, che pubblicò
a
Zurigo nel 1951 un'analisi psicostorica dei sogni di Vivia Perpetua
(3), e
Ruth El Saffar, studiosa dell'imperialismo spagnolo del secolo XVI che
ha
tenuto conto della soppressione del femminile che soggiace alla storia
di
questo processo di espansione globale (4).
Tuttavia, fu Luce Irigaray la filosofa che rivoluzionò la teoria
psicoanalitica introducendovi la differenza di essere donna.
Luce Irigaray percepì genialmente nella mistica medievale e moderna
una delle espressioni sublimi ed estreme del di più femminile
che deborda dal linguaggio
scientifico del secolo XX - positivista, psicoanalitico, sociale,
quantitativo o microstorico che fosse - ed è però storia,
esperienza umana
storicizzabile, se mi si permette l'espressione. Scrisse, per esempio,
nel
1974, nel libro Speculum. De l'autre femme (Speculum. Dell'altro
che è
donna), riferendosi alla scrittura mistica:
"Questo luogo
è l'unico nella storia dell'Occidente in cui la donna parla
e agisce, anche pubblicamente.
Senza contare che soltanto per lei, attraverso lei il maschile vi
si
avventura, vi scende e accondiscende, salvo poi restarne scottato.
È stato
soprattutto per parlare donna, scrivere o predicare alle donne,
confessarle, che l'uomo si è spinto fino a tali eccessi - continua
-. Ha
accettato di deviare ed aggirarsi attraverso quelle metafore alle
quali si
può malamente riconoscere lo statuto di figure. Ha rinunciato
al suo sapere
per farsi attento alle loro follie. Cadendo, direbbe Platone, nell'errore
di farsi loro imitatore e di pretendere di godere come 'lei'. Al punto
da
non riconoscersi più come 'soggetto' e da lasciarsi portare
là dove non
voleva soprattutto andare: alla sua perdita in una misteriosità
atipica,
atopica. Dove è facile notare - non senza sbalordimento (del)
generale -
che i più eloquenti, i più ricchi di/in rivelazioni
furono anche quelli che
erano i più poveri di scienza, i più ignoranti. Cioè
- conclude Luce
Irigaray -, storicamente, le donne. O almeno 'il femminile'"
(5).
Il pensiero di Luce Irigaray attende oggi di essere assunto dalla
storiografia, sia essa femminista o non femminista, scritta da donne
o da
uomini.
continua
|