Donne e conoscenza storica
         

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IL CASO DI MATTEUCCIA: RIFLESSIONI

di Monica De Bernardo



1.3 LUOGHI E SOGGETTI
Molte persone provenienti dal contado di Todi, Orvieto e Spoleto e dall'Umbria tutta, si recano a Ripabianca per chiedere a Matteuccia un rimedio. Il numero elevato di prestazioni da parte di Matteuccia ci permette di ipotizzare che la donna doveva aver raggiunto una certa fama, infatti a lei si rivolgevano donne e uomini in gran numero. Il testo del processo contiene numerose indicazioni relative alle località di provenienza delle persone che si recano dalla presunta strega per chiedere un rimedio. In tal modo è possibile definire una sorta di zona d'influenza, dell'operato di Matteuccia. Si riporta un solo caso risalente al 1420 e relativo a due coniugi del castello di Collemezzo del contado di Todi, ma tale riferimento ci permette di ipotizzare che l'attività di Matteuccia andava avanti da molti anni addietro. Nel 1426 (7) si recò al castello di Ripabianca: un tale indemoniato proveniente da San Martino nel contado di Perugia; una donna del castello di Prodo nel contado di Orvieto. (8)
Nel 1427 andò a Ripabianca ancora una donna del contado di Orvieto di cui non si dice con precisione la provenienza; un certo giovane di cui non si conosce la provenienza ma si sa che vi andò nel mese di marzo; una donna del castello di Pacciano del contado di Perugia fu a Ripabianca nel mese di maggio; ancora una donna di San Martino del contado di Perugia andò da Matteuccia nel mese di dicembre; una donna di Mercatello; alcuni del castello di Panicale, contado di Perugia, si recarono dalla guaritrice nel mese di dicembre dello stesso anno; nel mese di novembre andò da Matteuccia una donna del castello di Deruta; nel mese di dicembre una contadina di cui non si conosce la provenienza; nel mese di settembre fece un filtro per un infermo; nel mese di maggio una donna del castello della Pieve. Come si vede si può delineare sulla cartina una sorta di sfera d'influenza delle arti magiche esercitate da Matteuccia. Inoltre il pubblico di riferimento è costituito per lo più da contadini e persone di ceto umile, tuttavia il riferimento all'uomo alle dipendenze di Braccio da Montone potrebbe far pensare ad un pubblico più vasto che coinvolgesse anche esponenti del ceto nobiliare e cavalleresco. Il processo comunque non riporta nulla di simile (9), né ci suggerisce nulla a proposito del milieu sociale di questa donna e presunta strega.
1.4 I "VIAGGI" DI MATTEUCCIA
Dal testo del processo risulta che gli unici viaggi, veri o presunti, che Matteuccia compie, sono di ben diverso tenore. Infatti dopo essersi unta con un certo unguento fatto di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di fanciulli lattanti e altre cose, e dicendo: "Unguento, unguento mandame al la noce de Benivento supra acqua et supra ad vento et supra ad omne maltempo" intraprende il "volo" magico verso il noce stregato. Tra l'altro questi particolari viaggi li compie in forma di gatta a cavallo di un demonio che le appare sotto forma di capro. Nel processo alla strega Matteuccia non è riportata la parola sabba (10), ma si dice che le streghe, dopo aver ricevuto gli ordini dal demonio, si recano dappertutto per distruggere bambini e fare altre malvagità. In particolare Matteuccia si sarebbe recata, nel solo 1427, trasformata in gatta, per "sugare" bambini, al castello di Montefalco (in settembre); al castello di Canale, nel contado di Todi (nel mese di maggio); vicino al castello di Andria nel contado di Perugia (nel mese di agosto); nel castello di Rotacastelli, nel contado di Orvieto (nello stesso mese di agosto); nel villaggio di Rotelle, contado di Orvieto (nel mese di maggio di giovedì). Questi viaggi si svolgono soltanto nei sei mesi dell'anno: aprile, maggio, agosto, settembre, marzo e dicembre, e in tre giorni della settimana: giovedì, sabato e domenica. Perciò i crimini stregonici che Matteuccia avrebbe commesso sono stati perpetrati in quella medesima zona d'influenza che abbiamo delineato prima che erano anche i luoghi di provenienza dei suoi postulanti (11). Riguarda infatti il contado di alcuni importanti comuni umbri: Todi, Orvieto (in maggior numero), Perugia e Spoleto.
Proprio il motivo del convegno di streghe sotto il noce beneventano merita un opportuno approfondimento, se non altro perché è citato per la prima volta proprio nel testo di questo processo, ma è destinato ad avere una grande fortuna in futuro.
La leggenda del noce come albero malvagio ha origini antiche e si ricollega ad una falsa etimologia che fa derivare il termine dal verbo latino nocere. Nei primi anni del Trecento il domenicano Giordano da Pisa predicava a proposito del noce dicendo che bisogna tagliare gli alberi grandi che fanno ombra e impediscono ogni altra vegetazione (12). Il fatto che al noce fossero legate molte superstizioni negative è ulteriormente confermato da un episodio relativo ai miracoli post mortem compiuti da S. Francesco. Intendo far riferimento alla guarigione di Bartolomeo da Narni (13) il quale, proprio dopo essersi addormentato sotto l'ombra di un noce, si era svegliato paralizzato.
Quanto detto spiega perché proprio il noce venga considerato un albero stregonico, ma nulla suggerisce a proposito di Benevento.
La tradizione magica di questa città si può far risalire agli anni del principato longobardo. In particolare, attraverso l'analisi di un antico testo: un racconto agiografico, la Vita del vescovo Barbato risalente al IX secolo, si può ricostruire il sostrato magico che caratterizzava l'ambiente cittadino nel VII secolo, durante il dominio dei Longobardi.
Nella Vita Barbati (14) si fa riferimento ad un episodio riguardante la conversione dei longobardi del ducato (15). Durante l'assedio della città da parte dei bizantini, il vescovo Barbato offre a Romualdo (figlio del duca longobardo) la salvezza in cambio della conversione di tutto il popolo longobardo. Romualdo si converte, e subito dopo il vir dei Barbato abbatte un albero intorno al quale i longobardi erano soliti compiere un rito pagano: "…non lontano dalle mura di Benevento, in una specie di ricorrenza adoravano un albero sacro al quale sospendevano una pelle d'animale; tutti coloro che lì si erano riuniti, voltando le spalle all'albero spronavano a sangue i cavalli e si lanciavano in una cavalcata sfrenata cercando di superarsi a vicenda. A un certo punto di questa corsa, girando i cavalli all'indietro cercavano di afferrare la pelle con le mani e, raggiuntala, ne staccavano un piccolo pezzo mangiandolo secondo un empio rito. E poiché ivi scioglievano voti insensati, da questo fatto a quel luogo dettero il nome di Voto, in uso ancora oggi " (16). Si tratta quindi di un rito che ruota intorno al binomio albero-animale, tipico della tradizione culturale germanica. Ciò che è importante sottolineare ai fini della nostra ricerca è che la sacra arbor dei Longobardi non è un noce (17), o meglio nel racconto agiografico si parla di un albero sacro, ma non si specifica di quale specie di albero si tratta. In ogni caso la prima testimonianza (18) della notorietà di Benevento come luogo di raduno notturno di streghe risale probabilmente ad un racconto inserito in una predica del solito Bernardino tenuta a Siena nel 1427 "Elli fu a Roma uno famiglio d'uno cardinale, el quale andando a Benivento di notte, vidde in su una aia ballare molta gente, donne e fanciulli e giovani; e così mirando elle ebbe grande paura. Pure essendo stato un poco a vedere, elli s'asicurò e andò dove costoro ballavano, pure con paura, e a poco a poco tanto s'acostò a costoro, che elli vidde che ereano giovanissimi; e così stando a vedere, elli s'asicurò tanto, che elli si pose a ballare con loro. E ballando tutta questa brigata, elli venne a sonare mattino. Come mattino toccò, tutte costoro in un subito si partiro, salvo che una, cioè quella che costui teneva per mano lui, che ella volendosi partire coll'altre, costui la teneva: ella tirava, e elli tirava. Elli le venne tanto a questo modo, che elli si fece dì chiaro. Vedendola costui sì giovana, elli se ne la menò a casa sua. E odi quello che intervenne, che elli la tenne tre anni con seco, che mai non parlò una parola. E fu trovato che costei era di Schiavonia. Pensa ora tu come questo sia ben fatto, che elli sia tolta una fanciulla al padre e a la madre in quel modo. E però dico che là dove se ne può trovare niuna che sia incantatrice o maliarda, o incantatori o streghe, fate che tutte sieno messe in esterminio per tal modo, che se ne perdi il seme; ch'io vi prometto che se non se ne fa un poco di sagrificio a Dio, voi ne vedrete vendetta ancora grandissima sopra a le vostre case, e sopra a la vostra città" (19). Dunque S. Bernardino, in una predica in cui parla espressamente di stregoneria introduce un riferimento a Benevento come città un cui si svolgerebbe una riunione notturna di esseri stregonici. Il predicatore tuttavia non menziona affatto il noce né parla espressamente di streghe. Inoltre il racconto non mostra affatto quegli elementi che in futuro caratterizzeranno la rappresentazione del sabba beneventano: non si fa accenno al demonio, né alle orge sessuali, né al pasto rituale (20). Probabilmente il riferimento proprio alla città campana da parte di Bernardino dipende dalla fama magica che, già da tempo, caratterizzava la città campana come luogo di "convegni" magici, proprio in quanto antica sede del ducato longobardo. Il riferimento al noce, in quanto albero che "nuoce" (come attesta il testo di Giordano da Pisa), si sarebbe aggiunto in un secondo momento, nel senso che sarà sembrato naturale associare ad un albero stregonico proprio il noce per la sua cattiva fama. Sicuramente l'associazione tra i due elementi era già definita all'epoca del processo di Todi: infatti il riferimento nel testo è proprio al noce di Benevento. E' indubbio comunque che tale credenza a proposito del "noce" "magico" di Benevento venne ampiamente diffusa dai predicatori osservanti che soprattutto le attribuirono il carattere demoniaco con cui rimarranno contrassegnate in seguito. Pertanto anche questo motivo, che poi diverrà uno stereotipo della stregoneria, è inserito nel processo a Matteuccia su diretta ispirazione delle prediche di Bernardino.
1.5 "….ET IPSA IN MUSIPULA CONVERSA…"
Nella seconda parte del processo in cui si parla dei "viaggi" che Matteuccia compie al noce beneventano, si legge: "E immediatamente appare davanti a lei un demonio con l'aspetto di capro e lei stessa trasformata in gatta, cavalcando sopra lo stesso capro e andando sempre per fossati, va al detto noce sibilando come un fulmine" (21). Il termine latino usato nel testo è musipula, erroneamente tradotto da D. Mammoli con "mosca"(22). Appare alquanto strano comunque che in un testo, che finisce per contenere tutti gli stereotipi che in seguito diverranno caratteristici della strega per antonomasia, faccia riferimento ad una poco credibile trasformazione in "mosca". Molto più plausibile è, invece, l'immagine di una strega trasformata in gatta. Infatti accanto al termine cattus (23), in genere diffuso in tutte le lingue romanze per indicare correntemente questo animale, gli autori medievali che scrivono in latino, preferiscono termini più dotti. Tale termine, preferito dagli autori che scrivono in latino, sottolinea la funzione essenziale del gatto nella
società medievale: quella di cacciatore di topi. Così dall'inizio del VII secolo Isidoro di Siviglia abbandona cattus per musio (da cui deriva il musipula del nostro processo) (24). Perciò il gatto è, per quanto ne sappiamo, l'unico animale, nel medioevo a cui siano state attribuite due denominazioni corrispondenti a due registri ben distinti: uno dotto, limitato alla letteratura in lingua latina; l'altro popolare appartenente alla letteratura in volgare (25). Tale anomalia dipende dall'introduzione piuttosto tarda del gatto in Occidente che avvenne intorno al I e IV secolo. Fu importato dall'Egitto e si diffuse in Europa attraverso le città portuali della Spagna, Irlanda e Italia meridionale (26). In seguito il gatto acquistò molto rapidamente un posto tra gli animali domestici proprio per questa sua funzione fondamentale di cacciatore di topi, animali che erano certamente molto diffusi all'epoca e tormentavano da vicino gli uomini. Nonostante l'assidua presenza del gatto nella vita quotidiana degli uomini del medioevo, si è sviluppata comunque una vasta simbologia negativa legata a questo animale domestico. Ad esempio nella vita di Gregorio Magno, scritta da Giovanni Diacono si racconta l'aneddoto di un eremita che si era affezionato ad una gatta che viveva con lui e la amava più di qualsiasi altra cosa al mondo. Tale esagerato affetto nei confronti dell'animale viene biasimato dall'autore che, infatti, invoca l'intervento di Cristo in persona il quale rimprovera il sant' uomo per questa passione colpevole. Occorre comunque fare una differenziazione importante tra la concezione popolare che disprezza il gatto (27) soprattutto sul piano psicologico, in quanto pigro, crudele goloso e ladro; per quanto riguarda l'immagine del gatto satanico, invece, se pure ha come base originale questa diffidenza popolare, prende la sua forma definitiva nel parlare dotto del clero e degli autori di demonologia preoccupati di difendere la fede cattolica dall'eresia. In particolare secondo Alano de Lilla (XII secolo) il termine cataro deriverebbe da cattus poiché i catari adorano Lucifero che appare loro sotto forma di gatto. Anche Walter Map aveva parlato di alcuni eretici (patarini) che aspettavano in silenzio la rapida discesa tra loro di un mostruoso gatto nero che scivolava lungo una corda sospesa nel mezzo della stanza. In seguito la bolla Vox in rama (28) di Gregorio IX (1233) descrive in maniera molto precisa le oscure riunioni di alcuni eretici: "…Quando si accoglie un neofita e lo si introduce per la prima volta nell'assemblea dei reprobi, gli appare una specie di rana; altri dicono che è un rospo. (…) Il neofita, intanto, avanza e si ferma di fronte ad un uomo di un pallore spaventoso, dagli occhi neri, e talmente magro ed emaciato da sembrare senza carne e niente più che pelle e ossa. Il neofita lo bacia e si accorge che è freddo come il ghiaccio; in quello stesso istante ogni ricordo della fede cattolica scompare dalla sua mente. Poi si siedono tutti a banchettare e quando si alzano dopo aver finito, da una specie di statua che di solito si erge nel luogo di queste riunioni, emerge un gatto nero, grande come un cane di taglia media, che viene avanti camminando all'indietro e con la coda eretta. (…). Poi da un angolo oscuro appare un uomo il cui corpo dai fianchi in su è brillante e luminoso come il sole, mentre nella parte inferiore è ruvido e peloso come quello di un gatto (…)" (29).

Queste immagini che preannunciano il sabba delle streghe diverranno canoniche. Così, l'immagine del gatto-diavolo e la sua adorazione, si ritrova nei processi per stregoneria e soprattutto è presente nei discorsi dei giudici, fortemente impregnati dei trattati di demonologia. Lo stesso accade anche nel processo del 1428 alla strega umbra che non fa altro che riportare un'accusa stereotipata imputata di frequente agli accusati e alle accusate di stregoneria.