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Femminismo,
post-femminismo, femminile nella scrittura. E oltre (1)
di Letizia Lanza
Ride quando rido
piange quando piango.
Ma non è lo specchio.
Se cado, non cade.
E. Melon, Aforisma (Ferrara, 27-03-04)
Senza dubbio alcuno
- e lo ricorda tra le altre (innumeri) Donatella Alesi - solo il movimento
politico del partire da sé (2) - che viene in primo luogo dalle
donne del femminismo (3) - consente effettivamente di creare "il
contesto in cui la relazione si incarna, cresce, matura, si rivela in
parole senza le quali l'azione e il discorso perderebbero ogni rilevanza
umana, a cominciare dal suo carattere di imprevedibilità, che
è radice di ogni agire all'insegna della libertà e del
desiderio" (4).
Si tratta, è bene ribadirlo subito, di un sé da intendersi
e definirsi, con Christine Battersby (5), quale un sé fondamentalmente
relazionale. Il quale - chiarisce Cavarero - "persiste senza essere
sempre lo stesso, e diviene nel movimento fluido e permeabile del suo
persistere"; il quale va pensato non come pura relazionalità,
bensì, al tempo stesso, come singolarità; nel quale la
"relazionalità è intrinseca e si distende nel movimento
di uno spazio e di un tempo condivisi con l'altro" - individuando
l'altro non solo negli umani ma anche nelle cose, gli animali, gli oggetti,
il mondo .(6)
Ecco allora perché l'"astrattezza e l'universalità
del soggetto" si trovano a lasciare il posto "all'esistenza
incarnata e sessuata del sé; l'individualità seriale,
alla singolarità irripetibile; la pretesa autonomia, alla relazione
intrinseca; l'essere, al divenire; il soliloquio del discorso autopoietico
cartesiano, alla risonanza plasmatrice delle parole e dei corpi"
.(7)
Consegue da ciò, è appena il caso di specificarlo, che
per altro/a non si deve intendere una "categoria generale, bensì
un altro o un'altra che sono sempre qualcuno, altrettanti sé,
unici e irripetibili, in carne ed ossa, presenti ora e qui. Unica e
irripetibile, l'identità del sé non è dunque né
un effetto di discorso, né un vortice di frammenti, né
una sostanza autofondata. È piuttosto un'identità, tutta
esposta ed esterna, che affida il suo desiderio di senso allo sguardo,
ai gesti e alle parole altrui" (8), i/le quali sono volta a volta
da cogliersi in un determinato luogo e in un determinato momento. Dal
che, è evidente, anche il partire da sé viene articolandosi
e rendendosi visibile con modalità via via differenti a seconda
delle varie contingenze, epoche e/o realtà storiche - fermo restando
come la conoscenza di sé costituisca ognora e ovunque per le
donne la via privilegiata (o meglio, unica) di accesso alla felicità.
Ossia a dire, alla conquista di una coscienza "femminile-femminista
non nominalista ma acquisita e condivisa con altre donne dentro e fuori
la pagina scritta" (9) - che si configuri tale da percorrere la
"conoscenza del corpo" e da consentire la "realizzazione
del talento che meglio corrisponde al sé profondo. Rapportarsi
alle cose a piacimento significa allora essere soggetto desiderante
e volgere a un riscatto esistenziale, soggettivo e sociale attraverso
soluzioni eccentriche e al di sopra delle regole del vivere associato"
. (10)
Se infatti, è risaputo, "l'eversione femminista, quella
dello sperimentalismo relazionale anni settanta, dell'autocoscienza,
del separatismo, inteso come strategia di ripensamento del mondo, del
lesbismo, del rispecchiamento, dell'affidamento e della differenza"
(11) hanno segnato - e in molti casi, o per certi rispetti, TUTTORA
segnano - tappe fondamentali, irrinunciabili della lunga, lunghissima
strada percorsa dalle donne nell'arco dei secoli, sempre di più
il femminile, ora, va ricercando altre, più variegate e sfuggevoli
(azzardose, anche perché esposte a pesanti rischi di fraintendimento)
forme per esprimersi. Grazie alla preliminare (primaria) considerazione
e accettazione di una nuova/antica complessità, le donne tendono
sempre più a spostare lo sguardo dal territorio della ragione
chiara ed evidente alle c. d. zone oscure, dando quindi per scontato
e acquisito che l'esistenza, oggi più che mai, non vuole (non
può) "essere definita, compresa in ogni margine, né
bella ad ogni costo, né brutta, ma pretende di essere" (12)
. La sfida allora, una volta per tutte, è di "andare oltre
noi stesse, frantumando l'Io pietrificato che ci accompagna verso il
"luogo comune" e ci allontana dall'intima complessità
di un'identità fluida" (13) - così da saper/voler
"cogliere la struttura schiumosa della nostra psiche" (Monica
Farnetti), ricercando con gioia coraggio ostinazione le "tracce
sconnesse di un'identità" assai più "complessa
e caotica" (Clotilde Barbarulli) di quanto si sia disposte/i a
credere. Essenziale allo scopo voler/saper via via "rafforzare
la pratica del sospetto con l'esercizio costante dell'infedeltà
ad ogni ordine simbolico del discorso che pretende di normare l'eccentrico
come il subalterno, o, più subdolamente, di addomesticarlo rendendo
inoffensive le asperità visionarie e irriconciliate di tante
scrittrici del loro genere" (14). Il che, è naturale, non
esclude - anzi, con particolare urgenza richiede - da una parte, di
porre l'accento sui contesti come "tessuto per costruire una storia
di donne e di uomini", da un'altra parte, di riconoscere la felice,
feconda presenza di un filo aureo che "percorre il nostro passato,
giungendo al presente, individuabile in tracce lasciate nel tempo (dai
saloni di pietra delle trovatore alle cours d'amour feudali, dalle corti
rinascimentali ai salons delle preziose ai salotti illuministi e risorgimentali
fino alle nostre riunioni di autocoscienza" (15). E così
via continuando.
Se infatti la libertà femminile (nel senso pregnante di consapevolezza/felicità
di genere) è sbocciata nel nostro Occidente tra Sette e Ottocento;
o in parte, prima, all'inizio del Seicento, con le preziose (16); o
magari, più sporadicamente, già tra Cinque e Seicento
(penso, come esempio unico, alla veneziana Modesta Pozzo); ovvero, prima
ancora, con le donne del Due-Trecento, quindi le umaniste - per non
parlare, naturalmente, delle non pochissime che sono riuscite a far
sentire la propria voce perfino in società irrimediabilmente
androcentriche e androcratiche (come, per la maggior parte dei loro
momenti e situazioni, le civiltà ellenica e romana) (17). Se
dunque è vero e risaputo che esistono dei periodi della storia,
in cui si verificano delle accelerazioni (e sono anche dei periodi di
frattura sociale, culturale in cui le donne hanno una forte parola come
durante le eresie del Due-Trecento), tuttavia, a voler/saper guardare,
in ogni momento si trovano tracce di femminile presenza (18), per quanto,
come tutti e tutte sanno, essa sia divenuta prepotente nel corso del
secolo che si è da poco concluso (19) - in concomitanza, cioè,
con la graduale acquisizione dei diritti e con l'accesso sempre più
generalizzato all'istruzione. Se quindi "sono sempre esistite donne
libere" che si sono sentite tali e si sono di conseguenza "autorizzate
ad esprimere quello che pensavano e desideravano" (20), senza dubbio
alcuno - superfluo dirlo - il movimento di pensiero, la filosofia della
differenza (o identità) di genere (21), dando ascolto (autorità,
fiducia) alla voce della madre (simbolica, se non carnale); sviluppando
la pratica della relazione, così da consentire un sempre maggiore
scambio di valore; sprigionando consapevolmente il desiderio e l'agio
delle donne, ha contribuito in maniera/misura decisiva a renderle più
libere, più forti e intelligenti.
Se è vero poi, e lo ripete tra le altre Lazzerini, che libertà
femminile significa anzi e sopra tutto, "le strategie e le mediazioni
che una donna trova per fare incontrare il mondo con i suoi desideri"
(22), ciò si riscontra altresì nella écriture féminine
- come definita in primo luogo da Hélène Cixous (23) e
condivisa, per addurre un solo autorevole esempio, dalla studiosa italiana
Edda Melon. Ed essa, appunto, ritrova con particolare forza presso un'immensa
autrice francofona, Marguerite Duras, tracce di una scrittura che sia
soprattutto "differenza al lavoro, differenza nella lingua, passaggio
continuo dalla voce allo scritto, dal corpo al testo, mobilità
soggettiva, attraversamento continuo" - al punto che la differenza
sessuale ha a che fare, qui, "non soltanto (e non tanto) con ciò
che viene formulato, ma con la formulazione stessa" (24).
Un esempio eclatante, la scrittura femminile di Duras - "con le
sue aperture, buchi, raddoppiamenti, rapimenti, gridi, silenzi, ellissi,
vuoti". Della quale, del resto, lei stessa pare al tutto consapevole:
"Non scriviamo affatto nello stesso luogo degli uomini. E quando
le donne non scrivono nel luogo del desiderio, non scrivono, restano
nel plagio" (25). Di fatto, superfluo ribadirlo, maschile e femminile
non si rapportano allo stesso modo nei confronti del - sono sempre parole
di Melon - "vuoto che costituisce il linguaggio - l'origine":
ciascuno/a "ordisce un bordo, diverso per ognuno, a circoscrivere
questo abisso di nero, di silenzio" (26). E se è vero che,
nel discorso di quante accettano di "iscriversi in una certa femminilità
(piuttosto che di rifuggirla come è più facile in un universo
dominato dal discorso logico, fallocentrico)", inevitabilmente
"avrà luogo - avrà un posto - questo nero, questo
silenzio", esistono tuttavia, e si possono individuare, "due
modi fondamentali di rapportarvisi. Una modalità più vicina
all'isteria che consiste nella proliferazione - anche metonimica - della
parola intorno a (o in fuga da) l'origine, in una ricchezza dell'immaginario,
in un'esplorazione parossistica del sapere. E una modalità che
chiamerei malinconica, che può articolare la parola in un intervallo
di silenzi, prendendo in conto - e a proprio conto, a proprio vantaggio
- il vuoto, il non-essere, l'abisso. Che a Marguerite Duras appartenga
questa seconda modalità, un'opera come Le navire Night, testo-teatro-film,
lo dimostra quasi paradigmaticamente, dall'inizio alla fine. E proprio
le parole finali sembrano decretare il naufragio del pensiero, in favore
di: "
un dubbio all'improvviso, di ordine generale""
(27).
Scrittura femminile, dunque. Ovvero, nell'accezione più alta
(definita, appunto, da Cixous e confermata dalla studiosa torinese),
la capacità di "far vivere nella scrittura il succo del
frutto della vita, il profumo, la musica, il sapore delle cose, la gioia
del corpo"(28) . Una scrittura - come precisa sempre Cixous in
Le Rire de la Méduse (29)- che non si può teorizzare o
codificare (cosa che, inevitabilmente, richiede l'utilizzo di un lessico
e di una logica fallocentrici) ma che si può solamente "praticare,
tentare, improvvisare, senza timori reverenziali nei confronti di nessuno;
una scrittura di donne che si rivolgono ad altre donne, che esaltano
quello che è stato ignorato e disprezzato dal discorso maschile
(30), che creano continuamente strutture sintattiche e linguistiche
nuove, femminili, non assorbibili nelle codificazioni maschili"
. Di maniera che, in contrato/alternativa alla logica binaria (maschile),
che "stabilisce rigidi e invalicabili confini tra A e non A",
viene a privilegiarsi/imporsi una (femminile) "logica aperta e,
per così dire, infinita" (31) .
Una scrittura di/da/per le donne, quindi. "Le cui mani sono come
voci che vanno incontro alle cose nel buio, e che tendono parole in
direzione delle cose come dita infinitamente attente, dita che non afferrano,
ma attirano e lasciano venire" - così che possa prendere
"slancio un movimento di andare e venire" (32) che, "con
un lavoro eminentemente simbolico, crea varchi, trova passaggi, fa emergere
a poco a poco brandelli di reale" - e, al tempo stesso, possa sprigionarsi
"l'amour de lohn, il cortese amore di lontano, o amore di lontananza,
esercizio ascetico di rinuncia al possesso", pur di continuo sconfinante
"in una sorta di amore da vicino, o amore di vicinanza. Vicino
al cuore selvaggio, come scriveva Clarice Lispector citando James Joyce,
"vicino al cuore selvaggio della vita". Vicino, non dentro,
il cuore selvaggio della vita, il cui unico suono è il suo pulsare.
E "vicino" già implica una distanza. L'origine, il
paradiso terrestre, non è dalla parte dell'una né dalla
parte dell'altra. L'origine è nella zona di confine, imprendibile,
ma il discorso dell'una, e quello dell'altra, le fa luogo. Un luogo
anch'esso mobile, nel senso che la sua forma varia continuamente, secondo
il variare dei discorsi che ne disegnano i bordi" (33).
Ecco allora: in linea con cotali (pur troppo rapide, incomplete) considerazioni,
viene a segna(la)rsi nel panorama letterario italiano di oggi un recentissimo
libro di Marosia Castaldi (Dava fine alla tremenda notte, Milano 2004)
(34) - ove come fiotti di sangue ribollente si sviluppano tematiche
ricche, intricate, molteplici, agiscono suggestioni, si accavallano
e si/ci investono immagini suoni odori. Un libro duro, ostico, per certi
aspetti consapevolmente irritante, indisponente - riconduncibile, in
qualche modo, al primo dei due filoni indicati da Melon. Un libro, appunto,
che si distingue tanto nell'esaltare la muliebre creatività e
libertà quanto nell'introdurre sapere di origine femminile; nell'ostentare,
continuamente presente e fattiva, la coscienza della genealogia femminile
- ossia, inutile dirlo, dell'essere tutte, vuoi nel reale vuoi nell'immaginario,
figlie di una madre, nipoti di nonne, progenitrici (reali o fittizie):
la "spirale di forze" di cui parla Teresa d'Avila; nel porre
in primo rilievo le donne - e tuttavia, al contempo, nel mostrare anche
gli uomini (anzi, metterli in posizione addirittura privilegiata: il
protagonista è un uomo, Hans Memling, rinomato pittore fiammingo
del Quattrocento), attraverso le relazioni che da sempre legano le une
agli altri; nel far esplodere un'effervescente carica emotiva, nel liberare
una passionalità vivida che ovviamente non esclude, anzi compenetra
a fondo, la castaldiana, affilata razionalità di donna-scrittrice.
Di qui ben chiara - e consapevole, esibita - l'intenzione sia di dar
libero sfogo ad una arroventata tensione soggettiva, non accomodante
nei confronti della realtà, sia di fare della parola lo strumento
principale per modificare il (incidere sul) mondo.
D'altro canto, si sa, la parola femminile (la femminilità lato
sensu) deve "avere e produrre conflittualità"(35) .
Che è come dire: il partire da sé o si manifesta attraverso
il conflitto - conseguenza della nominazione della realtà, di
ciò che avviene nella realtà, a partire dall'esperienza
femminile - o rischia di (finisce per) non produrre spostamenti, cambiamenti
significativi, se non addirittura di piegarsi a diventare una merce
culturale tra le altre - dunque, prima o poi, in maggiore o minor misura,
assimilabile.
Certo, ci vuole (ancora) coraggio. Ossia a dire, amore/forza dirompente
di verità. E di entrambi, Marosia Castaldi ne ha da vendere.
NOTE
(1)Ringrazio Donatella
Massara per l'ospitalità in questo ampio e articolato web-site,
fondamentale per una prospettiva femminile di ricerca on line (e non
solo). Come avverte la stessa Massara, infatti, esso è "rivolto
alle donne e agli uomini che vogliono fare qualcosa per costruire una
storia dove la soggettività emerga nella sua ricchezza e originalità
sia dalle donne del passato che del presente", Donne e conoscenza
storica: sito di necessità e ricerca in Cambia il mondo cambia
la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell'insegnamento
(Milano, Casa della Cultura, 29 settembre 2001). Atti, a cura di M.
Santini. Introduzione di M. Martinengo, Supplemento a "Via Dogana"
60, 2002, p. 73.
(2) Con suasiva umiltà - è fondamentale - alla ricerca
della parte più profonda, quella parte al cui centro, non di
rado, si nascondono grandi potenzialità. Un bisogno assoluto
di ascoltare la propria coscienza e di andare oltre le miserie, così
da mettersi veramente al di sopra. Così da fare e pensare in
grande.
(3) Perspicua ed esauriente, nella stringata essenzialità, la
definizione di Cavarero: "Appartenere al sesso femminile, nascer
donne piuttosto che uomini, significa trovarsi al mondo in una posizione
di inferiorità, oppressione e svantaggio, constata Mary Wollstonecraft.
Sorta in seno alla svolta illuminista dell'Occidente, la complessa vicenda
di movimento e di pensiero che - per brevità - chiamiamo femminismo
inizia da questo problema e cresce per più di due secoli, andando
ad incrociare la storia politica dell'Occidente stesso, se non del pianeta,
e tutte le discipline del sapere. Il pensiero femminista ha appunto
due secoli ed è vasto e articolato quanto i saperi e le politiche
della modernità", A. Cavarero in F. Restaino - A. Cavarero,
Le filosofie femministe, Torino 1999, p. 111. Di fatto, proprio Mary
Wollstonecraft (1759-1797) può considerarsi la prima pensatrice
che inaugura, in epoca moderna, il pensiero femminista.
(4) L'amore della lingua. A proposito di un convegno, "Note SIL"
9, marzo 2004, p. 23 (= "École", 9-12 settembre 2003).
Così rilancia cotanto affectus Alessandra De Perini, in una libera
trascrizione da Ada Negri: "Desiderio che passi fuggendo, veloce,
pulsante fra il cielo e la terra, io ti strappo alla notte e all'oblio
e, rapito alla corsa del tempo, nell'oro ti incido: sei bello, sei mio.
// Sento vibrare nel tuo cerchio le immense energie dell'aria, dell'acqua,
del vento, l'abisso dei mari, il respiro delle fronde. // Mi giungono
conflitti di forze lottanti, baci, risate, bisbigli dell'erba che cresce,
non vista, negli orti dei vecchi conventi. // Io, donna, centro del
cosmo, regina degli atomi erranti, respiro in un minuto di vita universale
il fulgore di tutti i tuoi raggi, la gioia di tutti i tuoi canti, l'aroma
dei tuoi fiori", Desiderio in L'amore in più. Il cammino
della libertà femminile dal secolo XV al secolo XVIII. Sei lezioni
di Storia, a cura di A. De Perini (Centro Donna di Venezia-Mestre, dicembre
1997 - maggio 1998), p. IX.
(5) Docente, com'è noto, presso l'Università di Warwick
in Gran Bretagna e autrice, tra l'altro, di due testi essenziali: Gender
and Genius: Towards a Feminist Aesthetics (1989) e The Phenomenal Woman.
Feminist Metaphysics and the Patterns of Identity (1998).
(6) Sull'alterità
animale (e sul mondo non umano in genere) importanti talune citazioni
(qui riportate solo in parte, e senza le coordinate bibliografiche opportunamente
fornite dalla studiosa) proposte da Monica Farnetti in/con una lettura
di sconvolgente passione (La vita che non siamo noi) nell'ambito di
Raccontar(si) 4 (Prato, Villa Fiorelli, 28 agosto - 4 settembre 2004):
"Sono lì, sulle mie ginocchia, immobili e in agguato
Non importa, è la prima tregua fra di noi, l'ora ambigua e calma
in cui possiamo, le bisce e io, fare assegnamento su quelle che seguiranno:
già mi sembra che si umanizzino, e loro credono che io mi stia
addomesticando" (Colette). "La verità è che
io avevo guardato la blatta viva e in lei scoprivo l'identità
della mia vita più profonda"; "L'inumano è il
nostro meglio, è la cosa, la parte-cosa delle persone";
"E dei coccodrilli mi ripugna quel loro strascicarsi solo perché
io non sono un coccodrillo"; "La blatta mi guardava con la
sua corazza di scarabeo, col suo corpo scoppiato tutto cannule e antenne
e cemento molle - e tutto ciò era innegabilmente una verità
precedente alle nostre parole; tutto ciò era innegabilmente la
vita che fino a quel momento io non avevo voluto"; "La mia
vita non ha senso soltanto umano, è assai più grande -
è così più grande che, in rapporto all'umano, non
ha senso" (C. Lispector). I puntini sono miei.
(7) A. Cavarero in F. Restaino - A. Cavarero, op. cit., p. 159. Si tratta,
infatti, di un sé "del tutto esposto alla relazione e legato
al contesto, che non a caso trova puntuali rispondenze in quella pratica
inaugurale dell'autocoscienza, dove ognuna, esponendosi alle altre,
mostra chi è e cerca il senso della propria esistenza singolare.
Va comunque sottolineato che l'orizzonte costitutivo di questo sé
relazionale rimanda crucialmente alla scena della nascita, dove la creatura
- in una relazione primaria e decisiva per il suo stesso esistere -
viene al mondo da madre, e a lei si espone in tutta la fragilità
e contingenza del suo primo apparire. Anche le scene quotidiane dell'amicizia
e dell'amore vengono del resto, e in vario modo, a confermare la realtà
totalmente esibitiva e relazionale di questo sé che sfugge al
dominio dell'astrazione" (p. 61).
Ibidem, p. 161.
(8)C. Bracchi, Felicità ricercata e casuale, "Note SIL"
9, marzo 2004, p. 28 (= "L'indice dei libri del mese" 12,
dicembre 2003).
(9) Ibidem, p. 29.
(10) Ibidem, pp. 29-30.
(11)Ibidem, pp.
29-30.
(12) F. Bonsignori, Spostare lo sguardo. Raccontare il seminario di
Villa Fiorelli l'esperienza di un passaggio, "Note SIL" 9,
marzo 2004, p. 31 (= "Leggendaria" 42, dicembre 2003). E continua:
"Elena, Liana Borghi, Clotilde Barbarulli, Giovanna Covi, Monica
Farnetti, Lori Chiti, Lidia Campagnano, Iva Grgic, Elena Pulcini e molte
altre pensatrici, donne autorevoli, tenere amiche ci hanno raccontato
attraverso la scienza, la letteratura, la politica, la storia, come
le mappe dei tracciati semplici che tutto descrivono e contengono debbano
essere disegnate nuovamente, riscrivendo sconosciute cartografie di
terre difficili e inesplorate, "
rendendo ogni terraferma
un arcipelago
", per dirla con le parole dense di poesia
della letterata Paola Zaccaria".
(13) Ibidem, p. 31.
(14) D. Alesi, Pensare in movimento. Da un seminario della SIL un confronto
a più voci sul rapporto della scrittura femminile con il canone
e la tradizione, "Note SIL" 9, marzo 2004, p. 32 (= "Leggendaria"
42, dicembre 2003).
(15) M. Martinengo in Cambia il mondo, cit., p. 8.
(16) Le quali - afferma Franchi - "compiono una vera e propria
rivoluzione nei costumi, nel linguaggio, nel modo di vivere i rapporti
tra donne e uomini. Esse credono infatti che il valore della donna risieda
nella sua differenza e non nella sua uguaglianza rispetto all'uomo,
anche qui sta la contemporaneità del loro pensiero. È
il loro ardire nel mettere in pratica il proprio desiderio, la loro
arte della conversazione come creatività e piacere da condividere,
attenzione e curiosità per l'altra/o, che mi sollecitano a prenderle
come esempio di pratica politica. Mettendo a frutto la loro esperienza
femminile nelle relazioni si inventano, nei microcosmi delle loro case,
l'unico vero modo di fare politica. La novità assoluta e sconvolgente
delle Preziose è che per fare veramente politica non bisogna
partire da analisi generali e concezioni del mondo, ma dal modo di vivere
i propri sentimenti, dalla capacità di ascoltare e di far posto
all'altro", D.Franchi, La politica come pratica creativa in Cambia
il mondo, cit., p. 68. Così, grondante di significato è
l'aver esse "inventato il luogo d'incontro dove discutere del senso
della vita e della morale nella ruelle, spazio tra il loro letto e il
resto della stanza, come dire che il luogo più privato diventava
il luogo di discussione pubblica: questa è un'invenzione",
C. Zamboni, La forza delle donne nella storia: invenzioni di pratiche
che attraversano pubblico e privato in Cambia il mondo, cit., p. 117.
(17) Si veda per
esempio, recentissimo, I. M. Plant (ed.), Women Writers of Ancient Greece
and Rome. An Anthology, University of Oklahoma, 2004, al cui riguardo
così Alison Keith: "In this useful book, I. M. Plant
has brought together and provided translations for all the surviving
texts by female writers from classical antiquity in a comprehensive
anthology. Over fifty authors are represented here, many of them accessible
for the first time in Eglish". I puntini sono miei.
(18) Di fatto, "sapienti e letterate, poete e scienziate, mistiche,
regine e filosofe, donne comuni, madri di famiglia, semplici operaie,
contadine e artigiane, levatrici, sognatrici e inventrici, narratrici
di fiabe, donne di "buon consiglio", dame, musiciste, artiste,
novellatrici, saltimbanche e ricamatrici, pensatrici dell'assoluto,
esperte del contingente: le donne del passato sono qui, accanto a noi.
Camminano leggere per le strade della città, accompagnano i desideri
esigenti oltre i limiti consentiti, insegnano l'arte pratica del vivere,
il coraggio di superare difficili prove", A. De Perini in L'amore
in più, cit., p. III, e ci provocano così a "non
essere moderate nel presente ed agire secondo il nostro desiderio vero.
Questo è l'insegnamento: la non moderazione", A. De Perini,
Invenzione di storia, cit., p. 29.
(19) Così, con contagiante allegria, visualizza il Novecento
De Perini: "Migliaia di donne che entrano nel secolo ventesimo
in bicicletta, sfrecciando veloci tra sguardi stupiti, scandalizzati,
ammirati della gente", A. De Perini, Invenzione di storia in Cambia
il mondo, cit., pp. 28-29.
(20) M. Martinengo, Creare contesti fare storia in Cambia il mondo,
cit., p. 18.
(21) Preferibile questa definizione (rispetto all'espressione "differenza
sessuale", mutuata dalla lingua francese di Luce Irigaray per indicare
sia il dato biologico che l'ordine simbolico, sia la morfologia corporea
che il lavoro dell'immaginario, ovviamente inscindibili), perché
consente di privilegiare, sulla base del termine inglese gender, la
costruzione culturale che definisce il maschile e il femminile - là
dove, è risaputo, sex indica semplicemente il fenomeno biologico
della diversità uomo/donna.
(22) G. Lazzerini, Non si dà storia universale in Cambia il mondo,
cit., p. 33.
(23) Uno dei cardini della sua teoria - ampiamente nota e condivisa
ma, si sa, anche avversata da pensatrici di alto o altissimo livello,
quali Julia Kristeva: la quale non crede in una differente scrittura
femminile anche se crede in valori prettamente
femminili, e ribadisce la possibilità di dare ad essi voce anche
ricorrendo al linguaggio di scendenza maschile, depurato in ciò
del suo carattere maschilista - è, com'è risaputo, la
denuncia del discorso logo-fallo-centrico a coppie contrapposte, ossia
basato sulla logica binaria, ove tutto ciò che è femminile
risulta subordinato a tutto ciò che è maschile. D'altra
parte, superfluo dirlo, il progetto logocentrico nasce finalizzato a
fondare (e per sempre accreditare) il fallocentrismo, così da
assicurare all'ordine maschile una legittimazione coincidente con la
stessa storia (un intreccio tanto stretto, da aver reso per lungo tempo
pressoché impossibile, e tuttora difficile, il pensare a una
qualche cosa davvero altra).
(24) E. Melon, Salva con nome: Duras, Genet, Gautier, Cixous, Lispector,
Artaud, Thomas, Torino 2004, p. 68.
(25) Ibidem, p. 110.
(26) Ibidem, p. 78.
(27) Ibidem, p. 79.
(28) Ibidem, p. 97.
(29) Com'è risaputo, le motivazioni teoriche (lucidamente argomentate)
sulla scrittura femminile sono consegnate da Cixous principalmente a
due saggi (Sorties e Le Rire de la Méduse), entrambi del 1975.
(30) F. Restaino
in F. Restaino - A. Cavarero, op. cit., pp. 78-79.
(31)E. Melon, op. cit., p. 98.
(32)Ibidem, p. 100.
(33)Ibidem, pp. 100-101.
(34)Si veda al riguardo, sull'Antigone di Zambrano e sue eventuali ripercussioni
castaldiane, L. Lanza, Uno schianto di luce (al di là di Sofocle),
"Senecio" (http://www.vicoacitillo.it/senecio/sag/schianto.pdf).
(35)L. Paolozzi, Narrazioni soggettive e senso comune in Cambia il mondo,
cit., p. 61. E continua: "A volte non ci piace, come nel campo
del revisionismo storico. Ma il lavoro di Storia e memoria del nostro
sesso, è importante che sia attraversato dalla conflittualità.
Che è qualcosa di più di una registrazione, certamente
amorosa, di vicende femminili e qualcosa che va oltre la narrazione
soggettiva".
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