Ampi
stralci dall'Introduzione di:
Luisa
Muraro, Il
buco nella siepe, in Le amiche di Dio. Scritti di
mistica femminile, a cura di Clara Jourdan, M. D'Auria,
Napoli, 2001
Raccolta dei suoi scritti dedicati alle donne che fino a
quando non avremo un'altra idea a disposizione continuiamo
a chiamare: le mistiche.
Dopo
ventanni di studi è questo il terzo libro di Luisa
Muraro - gli altri: Lingua materna scienza divina (1995)
e Guglielma e Maifreda (1985) - per questo pensiero femminile:<<non
documentato nella storia della filosofia e assente dai percorsi
della mia formazione>>.
<<L'ho scoperto apparentemente per caso, grazie al
femminismo e alle sue pratiche di presa di coscienza e di
relazione con donne, che mi hanno liberato dalla soggezione
al pensiero maschile con la sua presunta autosufficienza
e la sua finta universalità. L'intuizione di questo
collegamento tra libertà e mistica, è già
negli scritti di Carla Lonzi, una femminista radicale la
cui parola, negli anni Settanta ha orientato il pensiero
di molte.
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I testi della mistica femminile si possono leggere e studiare
da più punti di vista religioso, letterario, sociologico,
psicoanalitico, filosofico
Ma nessuno di essi, io sostengo,
può ignorare - pena una comprensione ridotta o deformata
dei testi stessi - le strategie di libertà messe
in atto dalle loro autrici. Libertà e non parità
o emancipazione, occorre sottolineare trattandosi di donne,
affinché la prospettiva non si arresti al confronto
con l'uomo, facendoci perdere, insieme all'allegoria dell'assoluto
che caratterizza ogni scrittura mistica, il legame originario
tra questa allegoria e il piacere femminile, legame che
fa sfociare il piacere nel mare di una gioia libera e indistruttibile.
Nella scrittura mistica, la donna è in rapporto con
un altro che non è l'uomo. I testi sono parlati/parlanti
di un'esperienza di relazione i cui termini non stanno interamente
nell'ordine di questo mondo, ma che, in compenso gettano
molta luce sulla strana economia e le molte incoerenze di
tanta esperienza femminile comune (2)
(nota 2 : <<Quello che si tentava alla
fine del secolo scorso, ai tempi di Freud, quello che cercavano,
tutte quelle brave persone nel giro di Charcot e altri,
era di ricondurre la mistica ai problemi del sfottere (affaires
de foutre). A guardare la cosa da vicino, vedrete che non
è affatto questo. Quel godimento che si prova e di
cui non si sa niente, non ci mette forse sulla via dell'ex-sistenza?
E perché non interpretare una faccia dell'Altro,
la faccia di Dio, come supportata dal godimento femminile?>>
(Jacques Lacan, Le séminaire. Livre XX. Encore
1972-73, Texte ètabli par JacquesAlain Miller,
Seuil, Paris 1975, p.71; trad.it: Il Seminario XX. Ancora
(1972-73), a cura di Giacomo Contri, Einaudi, Torino,
1983).
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La nozione di Dio cambiò - bisogna subito precisare
- nel senso che diventava, paradossalmente, superflua, sostituita
com'era da un'esperienza di relazione amorosa: con chi,
la scrittura lascia non di rado sottinteso o dimentica addirittura
di dirci.[
]
L'invenzione di pratiche cambiò la ricerca della
perfezione con i suoi ritmi lenti e graduali, in una traiettoria
lenta e discontinua costellata da arresti e cadute. I confini
tra questo mondo e ciò che lo trascende , straripavano;
l'ordine di questo mondo, figura provvisoria di un ordine
eterno, si vide minacciato da una specie di disordine divino.
Non confondiamo lo straripamento con la trascendenza. [
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Lo straripamento, no, non sa e non rispetta. Quando un fiume
esce dagli argini non si limita ad oltrepassarli, li rompe.
Nella cultura occidentale, il Dio degli uomini è
trascendente, quello delle donne straripante. [
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ora, alla luce del cambio di civiltà in cui
siamo presi, la ricerca mistica femminile (di cui bisogna
sottolineare che non è mai venuta meno, basti fare
un nome, Simone Weil) si rivela essere un testo che l'Occidente
non ha finito di leggere né di capire. [
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I passaggi che quel pensiero trova aperti sono più
d'uno. Riguardano il desiderio e la soggettività,
il senso libero della differenza sessuale, le contraddizioni
della buona volontà, la pochezza di una volontà
mercantile e legale. Riguardano, soprattutto, la trascendenza.
Viviamo in una civiltà che non fa a meno di nominare
Dio, morto o vivo che sia, ma non ammette che possa mischiarsi
agli affari umani se non vestito da oggetto di fede (o di
scienza) e debitamente mediato dal potere religioso o politico.
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Viviamo in una cultura scientifica che attribuisce un valore
assoluto ai suoi metodi; si crede laica ma non lo è,
confonde spesso il vero con il potere d'imporlo alla credenza
dei più, e chiama rigore scientifico le convenzioni
di un gruppo sociale. E' contro questa criptoteologia, unicamente,
la mia polemica. Da epistemologia che pretende d'essere,
traduciamola in quello che è, ed esponiamola al confronto
con le pratiche e i linguaggi di una libera ricerca quale
fu quella delle beghine nel sec. XIII. Poco m'importava
di Dio, devo dire, finché non l'ho incontrato nei
testi di alcune scrittrici dette comunemente mistiche, o
da me considerate tali (per es., Clarice Lispector, Emily
Dickinson), come ciò che impedisce all'ordine di
questo mondo - do questo nome all'insieme delle mediazioni
che ci consentono di formulare qualcosa che ci pare buono,
vero e giusto, nonché al potere che lo impone al
riconoscimento generale - di prendersi sul serio o, peggio
ancora, di assolutizzarsi. Dio dunque come facente parte
di un dispositivo simbolico <<inventato>> da
donne per significare una verità apparentemente sconfinata
ed eccessiva, ma forse solo troppo vicina e comica, significarla
saltando una serie di operazioni, come l'astrazione, l'oggettivazione,
la deduzione che chiudono l'orizzonte del discorso e non
lasciano vedere altro (dal sistema delle mediazioni in vigore).
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In generale, oltre a condividere quello che insegnano
l'antropologia e la psicoanalisi, che la differenza sessuale
è un significante di primaria importanza per la cultura
umana, condivido anche la tesi della sua storicità.
Ma tutto questo non dà luogo ad una storia delle
donne. La formula esiste e non è priva di senso,
tuttavia non esiste una storia delle donne neanche relativamente
indipendente da quella degli uomini; i tentativi fatti per
scriverla sono stati illuminanti proprio perché,
ottimi in tutto, hanno fallito l'intento principale.
Il viceversa è ben più vero; esistono, infatti,
una storia ed una storiografia fatta da uomini che hanno
potuto ignorare tutto o quasi dell'altro sesso: tale è
la storia che si studia a scuola e all'università,
come ha messo in evidenza la critica femminista. Gli studi
femministi, d'altra parte, finora non hanno potuto correggere
quest'asimmetria, perché, nonostante la loro riconosciuta
buona qualità, non riescono ad interagire con la
storiografia di tipo tradizionale, quella dominata, negli
argomenti come nei linguaggi, nei punti di vista e nei criteri
di vero, falso, dalla storia degli uomini. Lo costata una
studiosa che a quegli studi si dedica da decenni:<<E'
evidente, per esempio, che in gran parte degli attuali sviluppi
della storiografia, dalla storia politica a quella economica,
alla storia della cultura e della vita quotidiana, non c'è
traccia, se non in misura molto ridotta, né delle
donne come oggetto di studio né delle donne che si
occupano professionalmente di storia, né delle femministe
impegnate nella storia delle donne>> (8). (nota
8: Paola Di Cori (cur.), Altre storie. La critica femminista
alla storia, Clueb, Bologna, 1996, p.17 Le parole citate
sono tratte dall'Introduzione, della stessa Di Cori).
Questa situazione, ovviamente, può cambiare in futuro
e fin d'ora è lecito chiedersi se non sia una risposta
difensiva, l'evitamento di un'alterità non integrabile
nel proprio orizzonte.
Ebbene, proprio da questo punto di vista la tradizione mistica
occidentale, dal sec. XII-XIII in avanti, costituisce un
caso a parte e degno di nota. C'è in essa, infatti,
una presenza femminile da cui né i protagonisti maschili
nè gli studiosi, poi, hanno potuto prescindere interamente.
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Detto alla buona, nella rappresentazione della storia del
genere umano, gli intellettuali sono riusciti a mettere
sistematicamente tra parentesi l'altro che è donna
(10) (nota 10: Questa formula, l'altro che
è donna, traduce esattamente il sottotitolo del più
celebre libro di Luce Irigaray, Speculum. De l'autre
femme.,Minuit, Paris, 1974 che in italiano abbiamo tradotto
con <<l'altra donna>> (Speculum, Feltrinelli,
Milano, 1976). Ma non si è potuto fare
lo stesso quando si è trattato di raccontare la storia
dei rapporti tra il genere umano e Dio; mi riferisco ai
rapporti diretti e personali, ossia a tutto ciò che
si mette sotto il titolo di mistica o di spiritualità
non alla religione né alla teologia. In effetti,
come ho già detto, non solo il contributo della mistica
femminile non s'incontra nel patrimonio che gli studiosi
mettono a disposizione della cultura comune attraverso la
scuola, ma è anche scarsa o nulla la sua assimilazione
nelle discipline che a quel contributo dovrebbero essere
ovviamente interessate. Tuttavia costatatiamo che una parte
dei testi si è salvata, che alcuni sono stati studiati
e stampati da tempo, molti lo sono ai nostri giorni ed incontrano
lettrici e lettori anche fuori dalla cerchia degli specialisti,
tornando così a nuova vita.
Li ha salvati, piace immaginare, la loro segreta energia
pensante, più profonda della diffidenza, delle censure,
delle manipolazioni, dell'incomprensione, del disprezzo
e dell'indifferenza di cui, molto spesso, fu disseminata
la loro storia nella cultura religiosa e in quella laica.
Ma siccome questo mondo non ha come regola quella d'imporre
alla nostra stupidità il riconoscimento delle cose
migliori, dobbiamo cercare una spiegazione, non dico più
bella e forse neanche più vera, ma più sensata.
E può essere questa, che la mistica, dal sec.XII-XIII,
nel linguaggio come nelle pratiche e in teoria, abbia preso,
definitivamente o quasi, forme più rispondenti che
in passato al desiderio femminile e all'esperienza delle
donne, dotando queste ultime di una certa indipendenza simbolica
dalla cultura prevalente.
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Una caratteristica riconosciuta del pensiero mistico è
di arrivare a pensare l'essere senza concetti e senza operazioni
logiche, con la stessa immediatezza che ha il sentire. La
metafisica occidentale ne fa una scienza divina; ad essa
l'uomo può pervenire al culmine di un itinerario
ascetico-filosofico le cui caratteristiche cambiano nei
secoli e nei contesti, conservando tuttavia, da Plotino
in avanti, una medesima impostazione.
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Ebbene, nel pensiero femminile, la mistica mantiene la peculiarità
di scienza divina (nello Specchio di Margherita Porete ritroviamo
esattamente questa formula). Ma il suo percorso prende impulso
dalle vicissitudini di un'avventura amorosa fin dal primo
momento in relazione con un altro da sé, e si sviluppa
con il dispiego d'invenzioni e pratiche, da una parte e
dall'altra, il cui rigore non è inferiore a quello
della logica anzi lo supera, essendoci di mezzo sempre anche
il desiderio, che è ingannatore formidabile ma, al
tempo stesso, alleato irrinunciabile di ogni avventura superiore
alle forze umane, perché tiene aperti i confini e
rompe i limiti.
l'intellectus
amoris della mistica
E' in questi termini che dobbiamo leggere gli scritti delle
mistiche, come una filosofia pratica dell'amore libero e
intelligente? E così interpretare anche la svolta
del sec. XII-XIII, all'alba dell'Europa moderna? Rintracciando,
nello spirito di libertà che percorre la storia europea,
nel suo stesso inizio, un'intelligenza politica dell'amore?>>