Donne e conoscenza storica

 

 

 

 

 

Due flash della mia vita

di Giulianna Gatti


Due flash della mia vita per raccontarvi il mio rapporto con la storia, ovvero cosa può significare interessarsi alla Storia per una giovane donna, ovvero quanto può essere decisivo il momento in cui ti rendi conto che è importante per te sapere che ci sono state tante donne PRIMA DI TE.
Queste donne con coraggio, passione, tenacia hanno deciso di vivere in prima persona la propria esistenza, ben consapevoli delle proprie scelte drastiche e controcorrente e delle conseguenze di queste
Ci sono schiere di donne che nel corso dei secoli, attraverso immagini, azioni, parole, contatti, silenzi hanno dato sempre più consistenza a quella che qualche decennio fa era considerata e letta come l'Altra Storia, l'Altra faccia del mondo.
Questa storia oggi con grande soddisfazione e intima felicità io, come tante mie coetanee di generazione, la consideriamo e viviamo (quasi quotidianamente) come la Nostra Storia. Ed è a questa genealogia a cui io faccio riferimento quando parlo, quando leggo, quando suono, quando insegno. Sono questi i volti e i corpi che mi nutrono, mi fanno sentire più forte, non più sola in questo mio crescere con la consapevolezza che l'appartenere al genere femminile non è una disgrazia, ma una grazia. Parole e azioni che mi sorreggono, mi giustificano talvolta, mi rimproverano anche, parole di donne che fuoriescono e si animano fra libri e documenti storici, testimonianze di un passato lontano, ma anche donne in carne ed ossa, più vicine a me, ma che nonostante ciò conosci poco. Basta pensare alle relazioni con le nostre madri, noi figlie degli odiosi anni ottanta, loro testimoni privilegiate degli anni settanta. Quante volte ho gridato dentro di me: "mai come lei!"
Non è così semplice imparare. Mi rendo conto che non basta ricevere da qualcuna che ti consiglia "quel" libro, che ti racconta di quella figura femminile sconosciuta. Tuttavia e sebbene ci sia ancora tanta strada da fare, credo nella forza che può acquisire una giovane da un rapporto di affiliazione magistrale. Guardando le mie coetanee (frivole, spensierate, in movimento) sono certa che saremo anche noi in grado di raccogliere e di far maturare l'EREDITA' ricevuta negli occhi attenti e curiosi delle nostre bambine, dei nostri bambini…Come? Quando?
L'importante è passare all'Altra-alle Altre, il testimone, non mollare la presa, non rinunciare, continuare a correre per amore di te stessa e per tutte le bambine che vengono dopo di te, con lo sguardo vigile e curioso, in avanti, ma anche rivolto alla linea di partenza, all'inizio della corsa e a coloro che ti hanno preceduta.
Quel che manca oggi è, a mio modesto parere, un territorio franco dove sia possibile discorrere tra ragazze e donne più mature, dove poter conoscerci, perché più volte ho il dispiacere di osservare le giovani che, in campi diversi, o semplicemente nelle vicende della vita quotidiana, "partono da capo" alla loro ricerca di una relazione meno vincolante con il mondo tutto. E allora mi chiedo: "che fine hanno fatto le mie eroine del passato?" , "possibile che le mie amiche non sanno niente delle loro vite?, e mi rattrista l'idea che numerose donne di oggi (chiaramente mi riferisco al mondo occidentale) non vengano a contatto con la genealogia femminili e tanto meno raccolgano i frutti di tanti gesti di coraggio avvenuti in un passato lontano e pure vicino.
E così, nella mia cerchia di amiche, divento antipatica agli occhi vigili di mariti/compagni perché secondo loro pretendo troppo dalla parte maschile (un dilemma ancora quotidianamente irrisolto: la collaborazione a casa) oppure mi vedono troppo libera(!) perché vado via da sola il fine-settimana (o meglio senza di Lui) o perché ho degli interessi solo miei (che lo escludono). Intanto io inorridisco di fronte a racconti di ragazze della mia generazione che non possono uscire la sera se non nei giorni concordati (con) da lui, o si sentono nell'obbligo di dover chiedere il permesso di andare a vedere una mostra con le colleghe e hanno il coraggio di accettare una risposta del tipo "che bisogno hai di andare con loro? Quando vuoi ti porto io!".
Dove è finita l'eredità?
Dove è finito il nostro passato al femminile? La nostra storia?


E' autunno e fra qualche giorno è il mio primo compleanno.
Mia madre esce di casa per andare a comprare le candeline per organizzare la mia festa con coriandoli, stelle filanti, palloncini colorati che scendono dal soffitto e colorano le stanze, spiritosi cappellini a punta. In realtà questo è il ricordo dei compleanni successivi, perchè quella volta non ci fu la possibilità di essere gioiosi, perchè il 12 settembre del 1973 ebbero inizio in Cile giorni e notti di terrore e morte.
Mi madre mi ha raccontato che uscendo vide le strade e i marciapiedi invase dai carri armati, per cui rientro' frettolosamente e, mentre cresceva in lei il presagio che qualcosa di veramente terribile, di inimmaginabile che sarebbe accaduto, chiamò mio padre che lavorava all'Università.(...)

Innanzitutto, sono cresciuta con la sensazione che la Storia stessa (la storia di un'intera nazione, anzi di una parte del mondo: il Sud America!) fosse entrata prepotentemente nella mia umile esistenza e io, piccola e fragile di fronte ai grandi avvenimenti non solo di una nazione, ma purtroppo il triste destino di una parte del mondo (America del Sud e le dittature), sono quindi cresciuta, o almeno ci provavo, con la sensazione quasi fisica di far parte io stessa, fin dalla mia nascita, della Storia. Tutto ciò si è riflettuto naturalmente sul significato che io attribuivo allo svolgersi della mia esistenza e gli stessi racconti sofferti di mia madre, la gravidanza difficile e solitaria, la mia nascita considerata dai medici come un miracolo della scienza (non ero neppure settimina!), tutto questo mi mise nella condizione per cui fin da piccola sentivo dentro di me, in quei rari momenti in cui sei sola e riesci a parlare con te stessa senza paura, che dovevo pur fare qualcosa di speciale, quasi dovessi, in qualche modo, meritarmi la mia presenza 'storica' nel mondo.
Convive con i miei progetti durante la mia adolescenza da brutto anatroccolo, l'imperativo della morte, tant'è che fino ai vent'anni ho quindi vissuto con la fretta di dover provare più esperienze possibili, vedere più luoghi, conoscere più persone perchè ero convinta che mi avessero riservato una storia breve.
Ma è chiaro che questo è un percorso mio e non è possibile generalizzare i sentimenti contrastanti vissuti e vie di fuga attuate per sopravvivere di fronte ad eventi più grandi di te, di fronte ai quali ti senti così impotente che ti senti inerme e fradicia come una foglia secca sull'asfalto dopo la pioggia.

Fortunatamente per me e per la mia identità spezzata dalle acque impetuose dell'Oceano (ero italiana? Ero cilena? Come mi sentivo io? Cosa voleva Giulianna adolescente dentro di sè? Cosa invece preferiva mostrare di sé all'esterno?), leggera come una farfalla ho escluso dal mio percorso vitale le identità nazionali, sono andata oltre, anzi sono ritornata all'ORIGINE e mi sono riscoperta: io, nata appartenente al genere femminile, una donna che vuole crescere e conoscere il mondo intero, da un lato libera dalle maglie maschili falsamente neutre, dall'altro desiderosa di sapere di più di legarmi a coloro che mi avevano preceduto e che in qualche modo, lontane anni luce, mi incoraggiavano a trovare la mia strada.
E' in questa 'momento di essere' (Virginia Woolf) che si rivela per tutte le giovani prezioso l'incontro e l'affidamento a donne più grandi, donne capaci di rivelarti e mostrarti la grazia dell'essere donne, dotate di una saggezza delicata e variopinte, che permette ad entrambe di crescere e cambiare nello scambio, dando alla più piccola una maggior consapevolezza dell'appartenere alla genealogia femminile e regalando alla più adulta occasioni inaspettate di rivedere se stessa 'da fuori'.
Questo è il mio progetto di vita: essere Maestra delle mie piccole donne che incontro a scuola. E per questo che leggo e rileggo più volte l'incontro tra la badessa Ildegarda e la sua discepola Richardis.
Anche qui la storia mi sorregge e le figure femminili mi insegnano e mi accompagnano nel mio cammino.
La prima volta che mi accorsi della presenza femminile nel corso della storia fu grazie alle pagine di un libro, un racconto di coraggio e di avventure vere, i percorsi in bicicletta di Agnese, una staffetta dei partigiani. Credo frequentassi allora la prima media, eppure mi ricordo come se fosse ieri, mi rivedo, sdraiata sul letto con le lacrime agli occhi e la preoccupazione di non farmi veder piangere dai miei, mentre mi immaginavo, scorrendo a fatica l'ultima scena di morte, il corpo accasciato di questa donna, uccisa senza cerimonie nè valorosi atti di eroismo...uscita in un certo senso dalla scena della Storia in punta di piedi, quasi a sottolineare la sua azione sempre dietro le quinte, il suo essere sempre presente ed indispensabile ma all'ombra di personaggi (maschili) che rischiavano la vita, sceglievano di sacrificarsi, attuavano strategie e attacchi a sorpresa, erano convinti di partecipare al gioco della guerra in prima persona...Non ho più letto quel libro, non ci avevo più ripensato fino ad oggi, ma mi rendo conto che la figura di Agnese era rimasta dentro di me, tutti questi anni e ora, riemerge viva e forte dai miei ricordi di bambina. Una donna, ancora giovane , dal corpo rotondo e materno, con un viso dolcissimo e degli occhi fieri. Una donna dotata di un coraggio impulsivo ed una capacità di analisi delle situazioni anche drammatiche e pericolose concreta e vivace. (così appariva nelle mie fantasie da bambina).

Secondo arduo pensiero: ricorre sempre nei miei anni da adolescente un appellativo (che io odiavo con tutta me stessa, ma non potevo rifiutare): la città dove vivo non è certo una metropoli e io ero conosciuta come "la figlia di Luis" (mio padre).
Questo appellativo, che mi veniva attribuito quasi fosse una medaglia d'onore dai 'compagni' dalle 'compagne' delle lotte, delle manifestazioni in piazza, per me (l'ho capito molto tempo dopo) era duro come l'ardesia, soffocante come l'aria afosa di un pomeriggio in città.
Essere (ri)conosciute pubblicamente non per la propria identità, ma perché figlia di…, o moglie di…, sorella di…è una questione che chiaramente non mi ha toccata personalmente ma che si ripete nel corso della storia più volte. Ripercorrendo la storia delle musiciste o delle artiste ho rivissuto con loro l'umiliazione di non sentirti mai all'altezza, ho ricordato lo sforzo di adattarmi alle regole paterne per non deludere le aspettative degli altri, per confermare l'immagine positiva di me proveniente dall'esterno; ma pure voglio sottolineare che è stato proprio grazie all'aver percorso all'incontrario la strada di donne del passato che un giorno ho aperto gli occhi e ho avuto il coraggio di staccarmi per sempre da un ordine delle cose non mio e con fatica, guidata dalle mie prime maestre, sorretta dalla vicinanza di donne più grandi di me, passo dopo passo, se prima era un indugiare in punta di piedi, ora è un avanzare a passo sostenuto e risoluto.
Nelle pagine della tesi ho riportato molti esempi di donne attive nel campo musicale che vengono ricordate o semplicemente menzionate (se mai vengono citate!) solo nel "nome del padre" e ricerche recenti sul mondo mandolinistico e chitarristico Italiano mi confermano quanto le donne siano tenute dietro le quinte dai dizionari, dai critici o dai testi di storia, e leggendo la loro vita scopri invece quanto hanno contribuito ma sempre all'ombra dei parenti maschi.

Bene, credo di aver scritto fin troppo…
Si avvicina l'inizio della scuola, ho voglia di rivedere le facce dei bambini sbigottiti quando chiedo il parere delle storiche della classe e gli sguardi illuminati di molte bambine quando parlo della 'mia amica antropologa' (Marianella Sclavi) o faccio ascoltare musiche di donne compositrici (Clara Schumann).
Quest'anno ho due quarte e sono certa che il Vostro convegno mi chiarirà tanti aspetti e tante pratiche sulla didattica della storia a me ancora sconosciute.

Con affetto magistrale.
G.

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